Ci risiamo. Puntuale come il colpo di clacson di chi ti sta incollato al paraurti al semaforo — e scatta il verde, e già suona — ecco che, all’avvicinarsi delle elezioni politiche, la maggioranza di turno sente l’irresistibile prurito di mettere le mani sulla legge elettorale. Un classico del genere italico, prevedibile come la pioggia a Ferragosto e altrettanto gradito.

Il pretesto questa volta? Con l’attuale Rosatellum — battezzato così in onore del suo papino, Ettore Rosato, PD, che chissà come si sentirà a sapere che il suo lascito è una legge che tutti odiano — ci sarebbe il rischio di un sostanziale pareggio tra i due schieramenti, con conseguente ingovernabilità. Tradotto: nessuno vince, tutti litigano, l’Italia va avanti lo stesso (abitudine consolidata).

“Vergogna!” tuonano dall’opposizione, con la solennità di chi ha appena scoperto che l’acqua è bagnata. “Con la nuova legge elettorale voluta da Meloni & co., il centrodestra rimarrebbe al governo pur perdendo le elezioni!”

Ecco, fermi tutti. Di tutte le motivazioni che l’opposizione potrebbe sfoderare per opporsi alla riforma, quella più clamorosamente sbagliata è proprio questa. Perché — e qui bisogna resistere alla tentazione di tirare fuori il pallottoliere — non esiste alcun meccanismo logico-matematico che consenta a chi PERDE le elezioni di governare e, quindi, di fatto vincerle. Esiste sì il cosiddetto “premio di maggioranza”, con il quale chi ottiene la maggioranza relativa con almeno il 40% dei voti si aggiudica la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Ma — dettaglio non irrilevante — devi comunque ottenere quella maggioranza relativa, il che richiede, udite udite, di vincere le elezioni. Rivoluzionario.

Ma d’altronde, chi ha detto che la politica italiana debba fare i conti con la matematica?

La storia, del resto, ci insegna che cambiare la legge elettorale è una di quelle attività in cui eccellere non è una cosa di cui vantarsi: l’autogol. Il Mattarellum, votato dalla sinistra per favorire il bipolarismo in cui comanda la sinistra, finì col consegnare le chiavi di Palazzo Chigi a Berlusconi. Il Porcellum — nome già di per sé un presagio — fortemente voluto dal centrodestra berlusconiano, regalò la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari (almeno alla Camera) al centrosinistra, con una manciata di voti di scarto. Il Rosatellum, concepito dal PD come una trappola per il M5S, è poi diventato il capro espiatorio ufficiale della sconfitta del centrosinistra a vantaggio della destra. E l’Italicum, il capolavoro renziano, non vide mai la luce perché la riforma costituzionale a cui era abbinato fu bocciata al referendum, e Renzi se ne andò a casa — o quasi, perché si sa, i gatti e i leader di Italia Viva hanno sette vite.

Insomma: cambiare la legge elettorale per vincere le elezioni ha, storicamente, la stessa efficacia di lavarsi la macchina per far piovere. Funziona, ma non nel senso sperato.

Ovviamente, l’ingovernabilità e il fantomatico “chi perde governa” sono soltanto le motivazioni di facciata, quelle per il pubblico a casa. Il motivo vero è un altro, e con una certa sfacciataggine tutti lo sanno.

Il centrodestra, sondaggi alla mano, gode di un leggero ma costante vantaggio. Il cosiddetto “campo largo” lo sa benissimo, e sa anche che con l’attuale meccanismo elettorale finirebbe per ottenere più parlamentari di quanti la matematica gli assegnerebbe — e il centrodestra, di conseguenza, meno di quanti vorrebbe. E qui sta il vero nodo: le prossime elezioni non serviranno soltanto a stabilire chi governa, ma soprattutto a determinare con quali numeri in Parlamento si eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica. E su questo il centrodestra ha le idee molto chiare: dopo decenni di Presidenti graditi alla sinistra — “secoli”, se vogliamo usare un tocco di drammaticità degno di un kolossal storico — l’idea di portare finalmente al Quirinale un nome di destra fa brillare gli occhi come Natale. Mentre a sinistra il Presidente della Repubblica è tradizionalmente considerato “cosa nostra”, quasi un bene immobile da tutelare con la stessa energia con cui si difende il posto fisso.

E così, mentre il Paese discute di sanità, lavoro, inflazione e futuro, i partiti sono impegnatissimi a costruire la legge elettorale perfetta per sé stessi. Con la ragionevole certezza che, come sempre, finirà per avvantaggiare qualcun altro.