Lo avrete sicuramente riconosciuto: è il celeberrimo proemio dell’Iliade, “poema epico in esametri dattilici, tradizionalmente attribuito a Omero. Ambientato ai tempi della guerra di Troia, città da cui prende il nome, narra gli eventi accaduti nei cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra, in cui l’ira di Achille è l’argomento portante. Opera antica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale1.

Secondo la tradizione, l’Iliade venne composta nel corso dell’VIII A.C., grossomodo nello stesso periodo in cui venne fondata la città di Roma. Ciò la rende l’opera letteraria più antica di tutta la cultura occidentale. Anche alcuni recenti studi, condotti attraverso metodologie scientifiche per così dire moderne, avrebbero dimostrato l’esattezza di questa datazione tradizionale2, facendo risalire al 762 A.C. circa l’anno di composizione del poema. Tuttavia, a distanza di millenni, non vi è ancora uniformità di vedute, non solo relativamente all’effettiva datazione da darsi all’Iliade, ma anche circa il fatto che essa sia stata realmente composta da un aedo cieco universalmente conosciuto con il nome di Omero. La cosiddetta questione omerica3 resta a tutt’oggi aperta. Esistette realmente un poeta di nome Omero? Fu veramente lui a comporre tanto l’Iliade quanto l’Odissea? Non potrebbe essere, invece, che questi due capolavori furono realizzati da un gruppo di differenti aedi a cui, convenzionalmente, si è successivamente dato il nome collettivo di Omero? E poi, inoltre, sono realmente accaduti gli eventi che vi sono narrati? Ma soprattutto quanto antichi questi fatti, se davvero accaduti, possono essere stati?

È opinione diffusa che la guerra di Troia sia stata effettivamente combattuta attorno al 1.200 A.C. circa. Si ritiene altresì che per secoli le gesta degli eroi omerici furono tramandate solo oralmente finché, con la progressiva diffusione della scrittura, esse non vennero definitivamente messe per iscritto da Omero o comunque da un gruppo di poeti che da allora in poi sono stati identificati in Omero stesso.
Sia quel che sia, non mancano certo interessanti spunti di riflessione. Poco meno di una trentina di anni fa, ad opera di quello che si potrebbe definire un semplice scrittore amatoriale, Felice Vinci, venne pubblicato un saggio assai interessante e destinato a fare scalpore: Omero nel Baltico4. La tesi di fondo sostenuta dal Vinci, che di professione è ingegnere nucleare e che si è interessato solo per diletto dei grandi classici della letteratura greca, è che gli eventi narrati sia nell’Iliade sia nell’Odissea siano sì avvenuti in un remoto passato, ma non là dove si è sempre creduto, ossia nel Mediterraneo centro-orientale, bensì, addirittura, nei mari del Nord, cioè il Mar Baltico e l’Oceano Atlantico.

Secondo Vinci, gli Achei erano in realtà una popolazione di origine nordica – oggi si potrebbe dire vichinga – che abitarono lungamente nella penisola scandinava e nelle regioni dell’Europa settentrionale finché verso la metà del II millennio A.C., a seguito di un processo di irrigidimento climatico, furono costretti ad emigrare a latitudini più meridionali. Attraverso il fiume Dnepr si sarebbero spinti nel Mar Nero e da lì nell’Egeo, dove avrebbero colonizzato l’attuale Grecia e l’Asia Minore fondando inizialmente la società micenea. Prendendo per buona l’ipotesi del libro, si potrebbe asserire che queste antiche popolazioni nordiche anticiparono di qualche millennio ciò che i loro stessi discendenti variaghi – le cui gesta sono narrate ne La Cronaca degli anni passati5 – fecero verso il IX secolo D.C., allorché percorrendo lo stesso tragitto attraverso il Dnepr giunsero nei territori dell’attuale Ucraina dove fondarono la Rus’ di Kiev, la prima entità statale slavo-orientale. Non a caso, pare che la stessa parola “russo” derivi dall’antico finnico e sia traducibile come “remare”, proprio a testimonianza del fatto che i variaghi, i primi capi delle terre destinate a diventare la Russia, erano una popolazione di navigatori o pirati provenienti da oltre il mare (in questo caso, il Mar Baltico).

Ciò che spinse Vinci a formulare questa tesi di difficile accettazione fu la constatazione del fatto che i poemi omerici sono zeppi di tutta una serie di discrepanze di carattere geografico che non possono essere facilmente spiegate, tanto appaiono come errori marchiani. In altre parole, la descrizione dei luoghi fisici dell’Iliade e dell’Odissea da parte di Omero non coincide con l’osservazione fattuale di quegli stessi al giorno d’oggi.
Presenteremo solo alcuni esempi. Già Strabone6, uno dei padri della moderna geografia, poco più di duemila anni fa si chiedeva come mai Omero situasse l’isola di Faro, in realtà ubicata proprio davanti al porto di Alessandria, ad una giornata di navigazione dall’Egitto. Similmente, Omero colloca l’isola di Itaca, la patria di Ulisse, in un arcipelago di cui costituisce l’isola più occidentale e che comprende altre tre isole maggiori: Dulichio, Same e Zacinto. Nell’arcipelago nello Ionio di cui la Itaca di oggi fa parte, non esiste alcuna isola che possa essere in alcun modo identificata come l’omerica Dulichio. Inoltre, Omero descrive il Peloponneso come una vasta isola pianeggiante, quando invece noi sappiamo che si tratta invece di una penisola e per di più alquanto montuosa.

Fu prendendo spunto da queste anomalie nella descrizione dei luoghi omerici – ed in particolare da un passo del De facie quae in orbe lunae apparet dello scrittore greco del I secolo D.C. Plutarco7, secondo il quale l’isola di Ogigia, dove la dea Calipso trattenne a lungo Ulisse prima di consentirgli il ritorno ad Itaca, sarebbe situata nell’Atlantico del Nord a cinque giorni di navigazione dalla Britannia – che Vinci arrivò a formulare la sua singolare geografia dell’Iliade e dell’Odissea:

È oggettivamente difficile accettare l’idea che l’ubicazione esatta della mitica Ilio sia da ricercarsi non più in Asia Minore, sulla collina di Hissarlik, dove avvenne la celebre scoperta di Heinrich Schliemann8, ma sulle sponde del Golfo di Finlandia (sulla sponda settentrionale del golfo, come sostiene Vinci, per il quale le coordinate esatte di Troia sarebbero le seguenti, più o meno a metà strada tra le città di Helsinki e di Turku: 60°16’24”N, 23°29’18”E,9; oppure su quelle meridionali, giacché secondo altri studiosi Troia fu edificata sulle rive del fiume Narva, che oggi fa da confine tra Russia ed Estonia10). Parimenti si fa fatica a credere che l’isola di Itaca, patria di Odisseo, non sia quella che tutti noi sappiamo trovarsi nel Mar Ionio ma che coincida invece con una misconosciuta isola danese situata nell’arcipelago del Sud Fionia. Eppure Vinci ha avuto modo di dimostrare quanto incredibilmente i nomi dei mitici luoghi dell’antica Grecia assomiglino a quelli di località tuttora esistenti nella regione del Baltico.
Ad esempio, nel cuore del Mar Baltico esiste effettivamente un’isola di Faro, anzi di Fårö, e l’isola danese di Langeland, situata di fianco di quella di Lyø, che per Vinci è la vera Itaca, porta un nome che tradotto ha lo stesso significato di Dulichio in greco: isola lunga.

Sono anche molto numerosi i passi nei poemi omerici in cui vengono descritti condizioni climatiche in realtà poco consone alle latitudini mediterranee. Il mare su cui Ulisse si trova a navigare non è mai quello caldo e assolato delle isole greche ma appare piuttosto come livido e brumoso. Il vento, il freddo, la nebbia e persino la neve sono gli elementi climatici dominanti, tanto che gli eroi omerici sono sempre vestiti di folti mantelli e tuniche pesanti.
E che dire del fatto che la battaglia la cui narrazione occupa i capitoli centrali dell’Iliade duri ininterrottamente per due giorni, senza alcuna interruzione notturna? Tutto ciò sarebbe spiegabile solo col fenomeno delle notti chiare delle alte latitudini nel periodo attorno al solstizio d’estate.

Se l’ipotesi formulata dall’ingegner Vinci circa l’origine nordica degli antichi greci vi pare tanto assurda da non poter essere creduta, ebbene, sappiate che è normale che sia così. Ma tenete invero presente che altri valenti studiosi prima di lui hanno formulato ipotesi simili e concordanti. È sempre un piacere per noi menzionare il lavoro del celebre studioso braminico dei Veda Bal Gangadhar Tilak il quale, nella suo classico La dimora artica dei Veda11, si era impegnato a dimostrare come gli antichi Veda che composero gli omonimi inni, reputati i libri più antichi al mondo, dovessero necessariamente abitare in tempi remotissimi in territori situati incredibilmente a Nord, pressoché a latitudini polari o comunque circumpolari, giacché le osservazioni astronomiche in essi contenute hanno senso solo presupponendo che l’osservatore che le ha fatte si trovasse a latitudini tanto elevate, per l’appunto iperboree.

Evidentemente, secondo Tilak, in quel remotissimo passato (si parla di un qualcosa come circa 10.000 anni fa) il Polo Nord doveva essere una terraferma caratterizzata da una temperatura piuttosto mite. Uno sconvolgimento climatico a tutt’oggi sconosciuto avrebbe poi costretto i nostri lontani progenitori, gli Arya, il cui simbolo di riferimento è sempre stato la svastica, a migrare verso Sud. Un ramo si sarebbe diretto verso l’attuale penisola scandinava e la regione del Baltico. Costoro avrebbero dato vita proprio a quei popoli le cui gesta sono state immortalate nei poemi omerici. Altri rami, invece, sarebbero discesi, lungo i fiumi siberiani sempre più verso Sud ed Est, dando quindi origine alle varie civiltà del Medio Oriente, della Persia (l’Avestā, il corpo di libri sacri della religione zoroastriana12, presenta molti tratti in comune con gli inni vedici), dell’India (si tratta dei Veda studiati da Tilak), e forse fino alla Cina e al Giappone.

Si diceva poc’anzi che i fatti narrati nell’Iliade risalirebbero al 1.200 A.C. circa. In realtà, sulla base delle considerazioni sopra espresse, si potrebbe concludere che essi siano di gran lunga più antichi. Potrebbero risalire a circa 4.000 anni fa, o forse anche di più, tenendo presenti le ipotesi del Tilak. In più, c’è un’ulteriore teoria che merita la nostra attenzione perché potrebbe supportare quest’interpretazione di una Iliade più antica di quanto sinora creduto.
Essa è stata ampiamente dibattuta in un libro pubblicato ormai quasi una cinquantina di anni fa. Si tratta de Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza13, opera questo dello psicologo sperimentale americano Julian Jaynes14. Libro di difficile lettura e dalle tesi non sempre pienamente condivisibili anche per l’atteggiamento da parte dell’autore che spesso risulta forse un po’ troppo scientista e riduzionista, esso ha però un grande merito: quello di mettere in luce quanto il concetto di coscienza diverga profondamente nei due poemi omerici. Cosa questa che potrebbe suffragare anche l’interpretazione secondo la quale l’Iliade e l’Odissea abbiano avuto autori differenti e che siano stati realizzati a distanza di diversi secoli l’una dall’altra.

Secondo Jaynes i primi popoli agli albori della civiltà, (quali gli egizi, i sumeri, gli assiri, i babilonesi ecc…) avrebbero avuto una struttura mentale alquanto differente dalla nostra, caratterizzata da quella che l’autore definisce mente bicamerale.
Ma cosa si deve intendere per mente bicamerale? Secondo Jaynes la coscienza soggettiva e volitiva che contraddistingue l’uomo moderno sarebbe una conquista molto più recente di quanto non si possa pensare. Prima dell’emergere di questa mente cosciente, che si sarebbe formata solo a partire dal 1.000 A.C. a seguito dello sviluppo del linguaggio (che sarebbe dunque la causa ultima dello sviluppo della mente umana e non la sua conseguenza), il genere umano non avrebbe posseduto una coscienza propriamente detta, come la intendiamo noi al giorno d’oggi, poiché la psiche umana sarebbe stata di tipo bicamerale (così la chiama Jaynes), come cioè se fosse stata composta di due camere separate (l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del nostro cervello), non sempre in grado di interagire adeguatamente tra di loro.

Per capire meglio questo concetto, invero complesso, della mente bicamerale, si prenda appunto in considerazione l’Iliade. Chiunque abbia studiato a scuola il capolavoro omerico si ricorderà, oltre che dei lunghi capelli biondi e dei begli occhi blu di molti dei protagonisti, di come essi non agiscano mai in maniera pienamente autonoma. Si potrebbe sostenere che, sostanzialmente, fanno ciò che fanno non perché lo abbiano scelto loro, ma perché così viene loro ordinato dagli dèi di cui sentono ripetutamente le voci. Ogniqualvolta diventa necessario prendere una decisione difficile, i protagonisti dell’Iliade non ponderano, non valutano i pro e i contro, non analizzano i fatti. No, ciò che fanno invece è limitarsi ad invocare gli dèi medesimi, con cui hanno un dialogo intimo e privato. Sentono le loro voci, come se si trattasse di allucinazioni uditive, e quindi finisco con l’agire di conseguenza, secondo quanto viene loro comandato.

Nell’Iliade non si trova alcuna espressione che indichi un’attività cosciente da parte dei personaggi, una presenza di atti mentali sufficientemente strutturati. Nessuno dei grandi eroi omerici dà l’impressione di pensare, e quindi di prendere una decisione esercitando il proprio libero arbitrio. Non esiste alcuna parola che faccia riferimento alla mente, all’anima, all’autocoscienza, all’introspezione interiore, nonché a quell’attività di narratizzazione del sé che è l’essenza stessa della coscienza soggettiva. In poche parole, gli eroi della guerra di Troia appaiono come del tutto privi di una volontà propria.
Ad esempio quando, verso la fine della guerra, Achille ricorda ad Agamennone come questi gli avesse proditoriamente sottratto la schiava Briseide, suscitando così la sua ira, Agamennone si difende rispondendo che non fu lui la causa di tale atto, ma che agì secondo quanto ordinatogli da Zeus e dalle Erinni. Al ché Achille, seraficamente, accetta la versione di Agamennone dal momento che anche lui conosce il potere di quelle voci e sa come ogni uomo sia totalmente sottoposto al loro comando. Lo stesso proemio iniziale è paradigmatico di quanto sopra esposto: il poeta si rivolge direttamente alla Musa, ad una divinità, consapevole che senza il suo aiuto non sarebbe lui stesso in grado di raccontare alcuna storia.

Questa predominanza delle voci degli dèi, che agli eroi omerici appaiono sotto forma di allucinazioni uditive ed alle quali essi si sottomettono senza esitazione, è esattamente ciò che Jaynes definisce mente bicamerale: una mente in cui emisfero destro ed emisfero sinistro interagiscono tra di loro senza avere quasi coscienza l’uno dell’altro. Secondo lui, questa sorta di mancata corretta comunicazione tra i due emisferi del cervello che avrebbe lungamente caratterizzato l’uomo primitivo, almeno sino alla fine del II millennio A.C., sarebbe la causa ultima di queste allucinazioni uditive che gli uomini dell’antichità interpretavano come il volere degli dèi.

Solitamente, negli individui (per lo meno in quelli destrimani) l’emisfero prevalente è quello sinistro, che controlla nello specifico le nostre capacità di linguaggio. Le aree preposte al linguaggio nell’emisfero sinistro sono essenzialmente tre: l’area del Broca, nel lobo frontale in basso, l’area motoria supplementare, nel lobo frontale in alto, e l’area di Wernicke, nel lobo temporale. Delle tre, la più importante è quella di Wernicke, la cui rimozione chirurgica comporta la perdita permanente della parola sensata.

Al contrario, l’emisfero destro (che è invece quello prevalente nei mancini) soprassiede alla capacità di percepire in modo globale un quadro, una mappa o un insieme di immagini, cogliendo i rapporti presenti tra gli elementi che li compongono.

Semplificando, si potrebbe affermare che l’emisfero sinistro del cervello, oltre ad essere specializzato nei processi linguistici, comandi in quelli sequenziali e nella percezione e gestione degli eventi che si susseguono nel tempo, come ad esempio la concatenazione logica del pensiero. In altre parole, esso è maggiormente preposto alla percezione analitica della realtà. L’emisfero destro, invece, essendo per lo più specializzato nell’elaborazione visiva e nella percezione delle immagini, nella loro organizzazione spaziale e nell’interpretazione emotiva, rappresenta il lato più artistico della nostra psiche, spettandogli la percezione globale e complessiva degli stimoli.

Un emisfero diventa prevalente sull’altro nel momento in cui è tenuto a svolgere processi e funzioni che l’emisfero opposto non è in grado di gestire con altrettanta competenza. Ad esempio, quando leggiamo, scriviamo o intavoliamo una discussione, è l’emisfero sinistro a prevalere su quello destro; al contrario, quando disegniamo o guardiamo un’immagine, sarà l’emisfero destro ad avere dominanza su quello sinistro.

Oggi si ritiene che il cervello non andrebbe comunque inteso come se fosse scisso in due parti a sé stanti, essendo i due emisferi strettamente connessi tra loro grazie ad un continuo scambio di informazioni reso possibile da un grosso fascio di fibre nervose, chiamato corpo calloso.
Senonché Jaynes sosteneva l’esatto contrario: che i due emisferi operavano come se di fatto non fossero coscienti l’uno dell’altro. O per meglio dire, questa mancata corretta interazione tra i due emisferi si sarebbe verificata solo in tempi antichi, nell’uomo provvisto di una mente bicamerale. A partire dalla fine del II millennio A.C., col progressivo crollo di questa mente bicamerale a seguito dello sviluppo del linguaggio e della comunicazione, le interazioni tra i due cervelli sarebbero cambiate diventando simili a quelle in essere nell’uomo moderno. Propria l’incapacità stessa da parte dell’emisfero sinistro di interpretare gli impulsi provenienti da quello destro come tali, sarebbe stato – questo a parere di Jaynes – ciò che faceva sì che nell’antico uomo bicamerale questi stessi impulsi elaborati nell’emisfero destro fossero interpretati dall’emisfero sinistro come voci degli dèi.

In realtà, anche nell’emisfero destro esiste un’area equivalente a quella di Wernicke già presente nell’emisfero sinistro. Queste due aree sono tra di loro collegate per mezzo di un fascio chiamato commissura anteriore, che consiste in una banda di fibre che connette parti del cervello.

Curiosamente, questa zona presente nell’emisfero destro, pur strutturalmente identica alle aree del linguaggio dell’emisfero sinistro, sembra oggi non avere alcuna funzione; infatti se viene rimossa chirurgicamente non succede nulla, come se fosse inutile. Ordunque, Jaynes affermava che questa porzione cerebrale, oggi per così dire silente, un tempo era attiva e rappresentava proprio quell’area da cui provenivano le allucinazioni, credute le voci degli dèi, che comandavano l’operato degli uomini. Secondo Jaynes, all’uomo primitivo capitava di sentire le voci degli dèi perché, quando si trattava di prendere una decisione, si attivava quest’area dell’emisfero destro che oggi ci appare pleonastica e ridondante. Però, non essendo quello sinistro cosciente della volontà elaborata da quello destro, ecco che il primo scambiava gli ordini impartitigli dal secondo come la voce di un dio.

In definitiva, la divinità non sarebbe dunque nient’altro che l’emisfero destro che parla a quello sinistro senza che questo capisca di cosa si tratti. L’emisfero sinistro non avrebbe avuto coscienza di sé, non sarebbe stato in grado di pensare ai propri pensieri; l’emisfero destro ragionava ed elaborava strategie fuori dal controllo di quello sinistro, e quando lo stress superava un certo limite faceva sentire la propria voce: la voce allucinatoria di una divinità. Una parte della mente, infatti, decide, cioè accoglie il volere degli dei; l’altra esegue quanto da essi ordinato.

È innegabile che le teorie di Jaynes siano decisamente ostiche da accettare, oltre che di difficile comprensione. Anche se nel 1963 due studiosi americani, Penfield e Perot, compirono delle ricerche i cui risultati finali sembrano in accordo con quanto Jaynes avrebbe fatto successivamente (essi, stimolando l’area di Wernicke di settanta pazienti, riuscirono a far sì che questi udissero voci, ammonizioni, consigli, provenienti da luoghi strani e sconosciuti)15, l’approccio di Jaynes, come già accennato in precedenza, ci appare alquanto materialista e limitante, riducendo egli il tutto ad una mera questione biologica. Tuttavia questa sua interpretazione ha comunque un grande merito: quella di evidenziare come ad un certo punto della storia umana vi sia stata un’evoluzione del concetto stesso di coscienza. E questo è un merito enorme.

A partire da un dato momento (secondo Jaynes attorno a tremila anni fa) la coscienza dell’uomo ha iniziato ad evolversi, passando da una mente di tipo bicamerale, ossia incentrata sulle voci allucinatorie degli dèi ed in cui i due emisferi del nostro cervello non sembrano nemmeno coscienti l’uno dell’altro, ad una più articolata, autonoma, finalmente soggettiva e volitiva, in cui l’uomo inizia ad agire non perché così gli è stato imposto da una qualche divinità di cui ha udito la voce sotto forma di allucinazione, ma perché così lui ha scelto di fare – si direbbe oggi, appunto – in tutta coscienza.

In questo, l’altro grande poema omerico, l’Odissea, costituisce uno straordinario termine di paragone. Se infatti nell’Iliade i grandi eroi sono personaggi senza una volontà ed una soggettività proprie, sprovvisti altresì di una qualunque nozione di libero arbitrio, nell’Odissea al contrario Ulisse ci appare già come un eroe dotato di una volizione e di una determinazione ben precise.
L’Ulisse dell’Odissea non è più quello dell’Iliade, dove per altro era un personaggio secondario. È già per molti versi un uomo moderno. Si pensi solo al celebre episodio del canto delle sirene. Quando l’eroe ed i suoi compagni si ritrovano ad affrontare il pericolo costituito dal canto ammaliatore delle sirene, Ulisse decide di farsi legare all’albero della nave pur di poter udire questo loro canto, obbligando nel contempo i suoi compagni a turarsi le orecchie con tappi in cera. Pur conscio dei pericoli in cui può incorrere, egli è comunque determinato a spingersi là dove nessun altro uomo in precedenza aveva osato. A motivarlo sono il desiderio di conoscenza e l’afflato emotivo che spinge l’uomo a confrontarsi innanzitutto con se stesso e con i propri limiti. È, in qualche modo, la sublimazione della celebre massima immortalata sul frontone del tempio di Apollo a Delfi conosci te stesso (γνῶθι σεαυτόν).

Ulisse diventa quindi il paradigma dell’uomo che, ardendo dal desiderio di conoscenza, mette a repentaglio la propria stessa vita. Non a caso Dante ne fa il protagonista del Canto XXVI dell’Inferno, in cui immagina la morte di Odisseo in un ultimo avventuroso viaggio al di là delle Colonne di Ercole:

«“O frati”, dissi “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia de’ nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”».

Iliade ed Odissea sono dunque due opere completamente diverse. Lo sono perché è di diverso tipo la coscienza che anima i personaggi le cui eroiche gesta vi sono narrate. La questione omerica resta aperta oggi più che mai. Furono esse realizzate dallo stesso autore?
A questo punto, sulla base delle considerazioni sopra esposte, crediamo che la risposta debba essere no. Il lavoro di Jaynes, pur criticabile sotto alcuni aspetti, ha comunque l’indubbio pregio di farci capire come la coscienza umana si sia evoluta nel corso dei secoli non sempre in maniera lineare. Resta tuttavia difficile accettare questa sua spiegazione, che questa evoluzione sia dovuta solo a prette questioni di biochimica. Non può essere che un qualcosa di così complicato, così sofisticato ed allo stesso tempo di così delicato come la coscienza umana possa avere avuto un’evoluzione solo sulla base di banali fattori neurologici Vi deve necessariamente essere dell’altro da tenere in considerazione. E questo altro è ciò di cui ci occuperemo nella seconda parte del presente articolo.

1 https://it.wikipedia.org/wiki/Iliade

2 https://www.corriere.it/scienze/13_marzo_06/iliade-datata-opera-evoluzione-parole_39c34e64-85aa-11e2-b184-b7baa60c47c5.shtml

3 https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_omerica

4 https://it.wikipedia.org/wiki/Omero_nel_Baltico

5 https://it.wikipedia.org/wiki/Cronaca_degli_anni_passati

6 https://www.treccani.it/enciclopedia/strabone

7 https://www.treccani.it/enciclopedia/plutarco/

8 https://sites.google.com/site/cretaemicene/gruppo-4/il-sito-di-hissarlik

9 https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/17/omero-nel-baltico-troia-e-in-finlandia-e-i-ciclopi-abitavano-la-norvegia-la-teoria-del-professor-felice-vinci-ispirata-da-plutarco/5259530/

10 https://www.larazzodeltempo.it/2022/troia-estonia/

11 https://en.wikipedia.org/wiki/The_Arctic_Home_in_the_Vedas

12 https://www.treccani.it/enciclopedia/avesta

13 https://www.adelphi.it/libro/9788845905827

14 https://it.wikipedia.org/wiki/Julian_Jaynes

15 https://www.scirp.org/(S(i43dyn45teexjx455qlt3d2q))/reference/ReferencesPapers.aspx?ReferenceID=1155387