Come hanno dimostrato le recenti elezioni, la wokeness(1) sarà sconfitta alle urne

Tratto da spiked-online.com Scelto e tradotto da Gustavo Kulpe

L’essere bianchi non è un concetto statico ma è espandibile all’occorrenza. Molte persone a cui non pensiamo come dei bianchi, pensano se stessi come se lo fossero perché le linee non sono mai state del tutto chiare. Questo è il bello della supremazia bianca – è estremamente adattabile”, ha scritto Nikole Hannah-Jones, reporter del New York Times e direttrice del progetto revisionista 1619, in risposta al significativo aumento del voto dei latini per Trump.

Qui, Jones sta inconsapevolmente rivelando le contorsioni intellettuali che gli identitari razziali fanno per spiegare tutto – in questo caso, il sostegno dei non bianchi a Trump alle elezioni – in termini di supremazia bianca.

Lei è tutt’altro che l’unica, naturalmente. Per diversi anni, l’unica lente attraverso la quale la società americana è stata analizzata in modo accettabile dalle élite culturali dei media e del mondo accademico è stata iper-razziale e identitaria. Indipendentemente dal problema sociale o politico, il suprematismo bianco e il razzismo di sistema sono diventati una sorta di procedimento euristico. Questo sviluppo ha raggiunto il suo apice durante le proteste del Black Lives Matter all’inizio di quest’anno, che hanno fatto della razza, in modo violento e distruttivo, la questione fondamentale della vita pubblica americana.

Tuttavia, la crescita della narrazione del bianco-suprematismo ha provocato una contro-risposta. Diversi critici liberali “anti-suprematismo”, molto articolati e provocatori, sono venuti alla ribalta e hanno messo in discussione l’idea che il razzismo sia la sola causa di tutte le disparità razziali. Sostenevano invece che era proprio la narrazione identitaria della razza ad alimentare la divisione e il senso di vittimismo in quei gruppi per conto dei quali gli identitari sostenevano di agire.

Non che qualcuno nell’establishment democratico sembrasse ascoltare i critici liberali del pensiero identitario. Joe Biden sosteneva che “non sei nero!” se non avevi intenzione di votare per lui, e solo pochi giorni prima del giorno delle elezioni, il futuro vicepresidente Kamala Harris ha proclamato le virtù dell'”equità” piuttosto che dell'”uguaglianza”, che è il gergo identitario per imporre l’uguaglianza dei risultati piuttosto che le pari opportunità. Ha dimostrato che l’establishment democratico ha abbracciato pienamente i presupposti su cui si basa la politica dell’identità razziale.

Eppure, nonostante le critiche dei liberali anti-wokeness contro l’identitarismo razziale di sinistra, al momento delle elezioni molti hanno ancora appoggiato Joe Biden. Affermavano che il trumpismo era più pericoloso del wokeness, la quale è una inevitabile reazione a Trump, o, cosa ancora più bizzarra, che chi detiene il potere politico non ha alcun impatto sullo “scontro di idee”. C’è da chiedersi quanto sia seria la posizione di molti critici anti-wokeness nel pensare che la politica dell’identità razziale rappresenti una minaccia se sono disposti a sostenere un partito politico che la promuove. Chiaramente l’insurrezione populista che Trump ha incarnato rappresenta una forza democratica troppo grande per molti della brigata anti-wokeness da digerire.

Quindi, a quanto pare, la più grande sfida all’identitarismo razziale di sinistra non è venuta da un’intellighenzia liberale impegnata nelle sottigliezze del “dibattito aperto e della discussione”. No, è venuta dall’elettorato. È venuto dalla politica democratica.

Questo era evidente dal modo in cui l’elettorato non si è diviso in categorie ordinate in linee politiche razziali, con i neri, diciamo, o i latino-americani, che si sono affezionati ai Democratici, e i bianchi a sostenere Trump. Trump ha aumentato la sua quota di voti tra tutte le etnie, tranne quella dei bianchi, dove il suo sostegno è diminuito. Da quello che possiamo dire dei dati elettorali fino ad ora, sono emerse nuove coalizioni di elettori che trascendono le linee razziali.

Questo rappresenta un colpo significativo contro la narrazione della politica identitaria. I modelli di voto indicano un impegno e una volontà di sperimentare politicamente tra i cittadini più profondi di quelli che gli identitari hanno permesso. E sembra che le politiche economiche di Trump e l’aumento di posti di lavoro nelle comunità etniche-minoritarie significhino per loro qualcosa di più che parlare di razza e identità. Questi cambiamenti nei modelli di voto delle persone mostrano ancora una volta i limiti del quadro bipartitico stagnante.

Ma piuttosto che indagare sul motivo per cui sono emerse queste coalizioni di voto più complesse, alcuni sostenitori dell’identità di razza hanno scelto di raddoppiare la loro narrativa bianco-suprematista. Questa è la loro visione col paraocchi, parlano persino di elettori di Trump non bianchi come complici del suprematismo bianco. Gli identitari di razza potrebbero aprire un po’ la mente, magari durante un periodo di auto-riflessione, ma finora c’è poco da credere sul fatto che siano in grado di farlo.

In realtà, la vittoria di Biden non farà altro che incoraggiare gli strilli e le accuse degli identitari di razza, visto che lo stesso Partito Democratico sembra aver abbracciato pienamente l’agenda identitaria. Biden potrà anche aver fatto il suo atteso discorso pseudo-moralistico, dicendo che “non cercherà di dividere, ma di unificare” l’America. Ma non c’è dubbio che lo abbia fatto avendo accettato in modo permissivo la violenza e la distruzione in nome della lotta contro il fantasma del suprematismo bianco. Temo che con l’appoggio dei nuovi governanti politici americani, la politica dell’identità sarà ulteriormente autorizzata a minare l’unità nazionale, la solidarietà e la libertà.

Tuttavia, queste elezioni hanno dimostrato che l’urna elettorale è ancora il luogo in cui gli elettori possono prendere decisioni politiche in un luogo privato e tranquillo, lontano dai sogghigni della classe degli opinionisti. È ormai chiaro che il populismo ha una campagna elettorale significativa e sta attirando una vasta gamma di persone nel profondo desiderio di un modo diverso di fare politica al di là delle categorie razziali delle élite identitarie. Indipendentemente dal risultato, è ormai chiaro che la rivolta populista è lungi dall’essere completa.

(1) https://dizionaripiu.zanichelli.it/cultura-e-attualita/wordwatch/woke/