Noi siamo il piccolo popolo, noi!

poco da amare o da odiare.

Lasciaci soli e vedrai

Come possiamo trascinare giù lo Stato!

A Pict Song, Rudyard Kipling

Tratto da zerohedge.com traduzione di Gustavo Kulpe

Anche il Belgio è entrato a far parte della lista dei paesi in cui gli elettori protestano contro il governo recentemente eletto. Durante il fine settimana il governo belga è caduto dopo il viaggio del primo ministro Charles Michel in Marocco per firmare l’accordo sulle migrazioni delle Nazioni Unite. L’accordo non fa distinzioni tra immigrati legali e illegali e considera l’immigrazione un fenomeno positivo. Il popolo belga non sembra d’accordo. Facebook ha registrato 1.200 commenti di belgi concordi sul fatto che il primo ministro sia da considerare un traditore. Alcuni utenti hanno espresso preoccupazione per il futuro dei loro figli, sostenendo che la democrazia belga sia morta. Altri hanno detto che avrebbero preso dei gilet gialli e si sarebbero uniti alle proteste.

I disordini verificatisi in un certo numero di luoghi sono focalizzati su alcune determinate richieste ma rappresentano una rabbia molto più ampia. I gilet gialli francesi inizialmente hanno protestato contro la proposta dell’aumento delle tasse sui carburanti, che avrebbero penalizzato in modo sproporzionato i lavoratori dipendenti dall’uso di mezzi di trasporto propri. Ma quando quella tassa fu ritirata dal governo del presidente Emmanuel Macron, le manifestazioni continuarono e addirittura aumentarono, suggerendo che le rimostranze con il governo erano molto più estese della semplice questione di un aumento di tasse. Probabilmente la cosa non sorprenderà, il governo francese sta cercando un capro espiatorio e sta indagando sulle “interferenze russe”. Il Dipartimento di Stato americano concorda inevitabilmente, sostenendo che i siti web e i social media diretti dal Cremlino stanno “amplificando il conflitto”.

Alcuni commentatori che osservano in modo un po’ più profondo le rivolte in Francia hanno persino suggerito che il vero problema potrebbe essere semplicemente un cambio di strategia politica, che il governo Macron si sia talmente disconnesso da buona parte dei suoi stessi elettori a causa delle sue nuove politiche e la retorica giustificativa ad esse connessa, da perdere la sua legittimità senza possibilità di redenzione. Qualsiasi cambiamento dovrebbe avvenire in senso migliorativo, in particolare perché un nuovo regime dovrebbe essere particolarmente sensibile nei confronti delle aspettative di coloro che vengono governati, almeno all’inizio. Qualcuno potrebbe suggerire che il sentimento prevalente sia la necessità di un cambiamento radicale nel governo, per scuotere il sistema con ciò che potrebbe essere chiamato “fenomeno Trump” cioè quello che più o meno è avvenuto negli Stati Uniti.

L’idea che un governo repubblicano o democratico possa finire per deteriorarsi in qualche forma di tirannia non è esattamente una novità. Thomas Jefferson sosteneva che fosse necessaria una nuova rivoluzione ogni generazione al fine di mantenere lo spirito di governo sempre responsabile nei confronti della popolazione.

Chiamatelo come volete – neoliberalismo, neoconservatorismo o globalismo – il nuovo ordine mondiale, come il presidente George H.W. Bush, recentemente scomparso lo ha etichettato, concerne una comunità mondiale in cui vige libero scambio, libera circolazione dei lavoratori e democrazia. Sembrano tutte cose buone ma possono nascondere una natura autoritaria, distruttiva delle comunità e dei sistemi sociali esistenti mentre allo stesso tempo arricchiscono proprio coloro che promuovono i cambiamenti. Possono considerarsi anche la causa principale della maggior parte delle guerre combattute dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, guerre per “liberare” persone che non hanno mai chiesto di essere invase o bombardate come “effetti collaterali” del processo.

Naturalmente ci sono parecchie differenze tra neo-liberali e neo-conservatori sul come realizzare il “nirvana universale”, con i liberali che adottano un certo tipo di azione perchè, forse cinicamente, lo vedono come una cosa di livello moralmente alto e quindi la cosa giusta da fare. I neocon, al contrario, tendono ad applicare quello che loro considerano uno standard internazionale perché gli Stati Uniti hanno il potere di fare questo,  in un processo che è impossibile per i suoi alleati contrastare. Quest’ultimo punto di vista è propagandato sotto lo slogan fasullo secondo cui “le democrazie non combattono le altre democrazie”.

Il fatto che i globalisti di ogni risma considerino il nazionalismo una minaccia alle loro sfrenate ambizioni fa sì che gli interessi nazionali o locali vengano spesso ignorati o addirittura combattuti. Tenendo questo a mente, e concentrandosi su due questioni – l’immigrazione non voluta e un governo corrotto gestito da oligarchi – si potrebbe ragionevolmente sostenere che un gran numero di cittadini comuni attualmente crede di essere non solo effettivamente privato ​​dei diritti di base, ma anche indubbiamente più povero dal momento che il lavoro gratificante diventa più difficile da trovare e le comunità autoctone sono distrutte da ondate di immigrazione sia legale che illegale.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la maggior parte dei cittadini ora crede che il sistema politico non funzioni affatto, mentre quasi nessuno pensa che anche quando funziona, operi effettivamente per il benessere di tutti i cittadini. Per la prima volta dalla Grande Depressione, gli americani non pensano più alla mobilità in crescita. Le analisi di sociologi ed economisti suggeriscono che l’attuale generazione che si sta formando negli Stati Uniti sarà probabilmente più povera dei suoi genitori. Quell’angoscia e il desiderio di “fare qualcosa” per rendere il governo più sensibile agli interessi degli elettori è il motivo per cui Donald Trump è stato eletto presidente.

Ciò che si è verificato in Belgio, in Francia, con la Brexit in Gran Bretagna, nelle recenti elezioni in Italia, e anche negli avvertimenti a cui abbiamo assistito in Europa orientale sull’immigrazione e sulle politiche economiche comunitarie dell’Unione europea, è guidato dalle stesse preoccupazioni che hanno prevalso in America. Il governo stesso sta diventando il nemico. E non dimentichiamo i paesi che hanno già “assaggiato la frusta” e sono stati sottoposti a quella specie di ingegneria sociale voluta da Angela Merkel – Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia. Tutte le economie più deboli vengono schiacciate dall’unico sistema che si adatta a tutto l’euro, il che ha eliminato la capacità di alcuni governi di gestire le proprie politiche economiche. Essi e tutti i loro cittadini sono più poveri per questo.

Ci sono stati periodi nella storia in cui la gente ne ha avuto abbastanza di subire abusi e così si è scatenata la rivolta. Vengono in mente la rivoluzione americana e la rivoluzione francese, così come i moti del 1848. Forse in questo momento stiamo vivendo un periodo simile, una rivolta contro la pressione che induce a conformarsi ai valori globalisti che sono stati imposti dalle élite e dall’ establishment mondiale a loro esclusivo beneficio. C’è il rischio che diventi una battaglia dura e forse, un conflitto sanguinoso, ma il suo esito determinerà le vicende del prossimo secolo. Il popolo avrà davvero potere in un mondo sempre più globalizzato o sarà l’1% con il suo governo e il sostegno dei media a emergere trionfante?