Non so voi, ma quando sento Greta Thunberg sproloquiare di cambiamenti climatici, sono sistematicamente assalito da un fremito di rabbia e di disgusto. Greta, che i media presentano come una novella Madonna Pellegrina del climate change, è ormai idolatrata dalle giovani generazioni che sempre più spesso la identificano come luce di speranza per un futuro migliore e più solidale. Personalmente, io in lei ci vedo piuttosto questo:

Mi chiedo sempre perché mai bacchetti solo noi occidentali e non quelli che sono i principali paesi inquinatori del pianeta, vale a dire Cina e India. Lo sa Greta che, malgrado la propaganda assillante, negli ultimi 10 anni le emissioni di CO2 lungi dall’essere diminuite sono persino aumentate e che per il 90% questo aumento è addebitabile proprio ai due colossi asiatici con popolazioni di oltre un miliardo di persone1?

Sarebbe auspicabile che la giovanissima virago svedese ritorni a concentrarsi sugli studi: l’aver marinato così lungamente la scuola le ha impedito di sviluppare adeguate capacità di giudizio critico. Altrimenti capirebbe quanto sia assurdo colpevolizzare la sola parte del pianeta, l’occidente appunto, che stia facendo qualcosa di concreto a favore del clima. Per lo più, siamo proprio così sicuri che Greta abbia ragione? Che il riscaldamento climatico sia effettivamente di origine antropica? Che tutto ciò sia veramente ineluttabile? Eppure le più catastrofiche previsioni fatte solo pochi anni fa – per fortuna – ancora non si sono realizzate:

Piuttosto, non dovremmo noi pensare che i cambiamenti climatici siano assolutamente la normalità nel corso delle ere geologiche? In fin dei conti solo pochi millenni fa (un nonnulla in termini geologici), si era in piena era glaciale. Una spessa coltre di ghiaccio ricopriva molti territori oggi invece caratterizzati da un clima temperato.

L’ultima era glaciale che il nostro pianeta abbia conosciuto prende il nome di glaciazione Würm in Europa e di glaciazione Wisconsin in America e si presume abbia avuto termine circa 11.700 anni fa2. Questo periodo fu contraddistinto da una rapida espansione della calotta polare che arrivò alla sua massima estensione circa 20.000 anni fa. In quell’epoca, nel continente europeo i ghiacci ricoprivano tutta l’Europa settentrionale, la metà settentrionale della Russia, l’arcipelago britannico, l’Islanda, l’area alpina, parte della Pianura Padana e le vette più alte dei crinali appenninico e pirenaico.

In Nord America erano invece ricoperti dai ghiacci la maggior parte del Canada e gli Stati Uniti a nord del fiume Ohio:

Di seguito invece una ricostruzione di come viene immaginato l’intero globo terracqueo attorno al 18.000 A.C..

Si stima che, in coincidenza con la massima estensione dei ghiacci, il livello dei mari fosse di circa 120 metri più basso di quanto non sia oggi, proprio perché un’immane massa di acqua era intrappolata nelle calotte polari senza poter confluire negli oceani. Questo fattore ha consentito l’emergere ovunque sul pianeta di una moltitudine di terre oggi sommerse dai mari, tra cui un istmo di terra chiamato Beringia3 che collegava il continente americano con quello euroasiatico. Sarebbe stato attraverso questo ponte di terra, oggi scomparso e divenuto lo stretto di Bering, che varie specie animali e vegetali, nonché forse l’uomo stesso, ebbero la possibilità di trasferirsi dalla Siberia all’America, e viceversa.

Per quanto queste mappe siano solo ricostruzioni, ad una prima analisi emerge subito una grossa incongruenza. Sarebbe lecito attendersi che, similmente alla teoria del riscaldamento globale tanto cara alla nostra Greta – che fondamentalmente verte sulla narrazione che l’attività umana sia la causa ultima di un costante ed implacabile aumento generalizzato delle temperature che porterà ben presto ad immani sciagure – anche le glaciazioni siano dovute ad un uniforme abbassamento delle temperature su scala planetaria, tale da portare regioni sempre più vaste del pianeta ad essere coperte da una coltre di ghiaccio spessa anche centinaia di metri. Evidentemente questo processo di progressivo accumulo dei ghiacci dovrebbe necessariamente iniziare da quelle regioni che sono situate alle maggiori altitudini (come le zone alpine, himalayane e andine) od alle maggiori latitudini (come il Canada e l’Europa settentrionale). Per lo meno, questo è quanto ci si aspetterebbe. Eppure non è stato esattamente così. C’è in tutto questo un’enorme anomalia: la Siberia, che è appunto rappresentata nelle precedenti mappe come sostanzialmente libera dai ghiacci.

Siberia è nell’immaginario collettivo sinonimo di gelo polare. A parte l’Antartide, le temperature più basse al mondo si registrano proprio in Siberia. Tanto per farsene un’idea, questo grafico rappresenta le temperature che si registrano mediamente nella città di Yakutsk, capitale della Jacuzia, repubblica russa situata nel cuore della Siberia orientale.

Per quanto d’estate le temperature possano salire considerevolmente, per buona parte dell’anno esse si mantengono costantemente sotto lo zero termico. In queste condizioni, l’unica forma di vegetazione non può che essere la taiga, foresta di conifere tipica dei climi rigidi, che tende a divenire a sua volta tundra (bioma questo caratterizzato dalla presenza di soli muschi, licheni e di ben pochi arbusti) man mano che si sale di latitudine.

Si tratta di un dato a dir poco stupefacente ed in apparenza incomprensibile. In piena era glaciale, mentre territori come quelli dell’Europa settentrionale, della Gran Bretagna e persino della pianura padana, oggi noti per il loro clima fondamentalmente temperato, erano coperti da una spessa coltre polare, la glaciale Siberia, il cui freddo è proverbiale, appariva al contrario come sostanzialmente priva di ghiaccio. Come è possibile? Se si fosse assistito ad un progressivo ed uniforme abbassamento delle temperature su tutto il pianeta, come sarebbe logico aspettarsi e come fondamentalmente ci viene detto anche nel caso della teoria del riscaldamento globale di origine antropica, la Siberia si sarebbe dovuta ritrovare ad essere, letteralmente, sepolta dai ghiacci, considerando che ai nostri giorni è una delle regioni più fredde in assoluto del pianeta. Eppure noi oggi sappiamo che la Siberia fino a qualche millennio fa era caratterizzata da un clima molto diverso da quello attuale: era questo un clima decisamente più mite, come testimoniano diverse scoperte archeologiche.

Nel corso degli anni, e con estrema regolarità, sono stati rinvenuti in tutta la Siberia reperti archeologi a cui è difficile dare una spiegazione razionale. Ad esempio, recentemente è stata portata alla luce una zanna di mammuth su cui sono furono incise immagini di cammelli4. Si ipotizza che il reperto abbia circa 13.000 anni. Dunque i cammelli vivevano in Siberia verso la fine della glaciazione di Würm. È una notizia a dir poco sorprendente, anche perché se vi è un animale che più di ogni altro viene associato al deserto, cioè a quanto di più diverso vi sia dal clima siberiano odierno, quello è proprio il cammello.

In ogni caso i rinvenimenti di cui sopra consistono prevalentemente in resti di animali preistorici che vengono ritrovati nel permafrost in uno stato di quasi perfetta conservazione in virtù dei rigori del clima. Questi sono numerosissimi e si riferiscono alle specie più disparate. Facciamo alcuni esempi. Nel 2015 furono scoperti i resti di due cuccioli di leone delle caverne, una specie estintasi da millenni5. Nel 2018 vennero trovati resti di un pony vissuto – si stima – circa 40.000 anni fa6. Recentemente è stata la volta del ritrovamento di un esemplare di rinoceronte lanoso7, una delle specie di mega-fauna più comune in epoca preistorica, che si presume essersi estinta circa 10.000 anni fa. Sono stati scoperti persino i resti di un cucciolo di cane di circa 18.000 anni8 fa, quando cioè l’estensione delle calotte di ghiaccio aveva raggiunto il suo apice.

Ma ovviamente, parlando di Siberia e di animali preistorici ormai estinti, non si può non dare il giusto spazio al mammuth, l’animale preistorico siberiano per antonomasia. I ritrovamenti di carcasse, zanne, ossa e resti vari di mammuth, spesso in così buono stato di conservazione da sembrare morti solo da pochi mesi e non da millenni, in Siberia sono quasi all’ordine del giorno. Questo testimonia di quanto fossero diffusi anticamente nella regione: secondo lo studioso russo Sergei Zimov, un’autorità in materia9, essi erano tanto diffusi quanto lo sono oggi gli elefanti nella savana africana10, cioè sessanta esemplari ogni 100 chilometri quadrati circa. Giusto per dare un’idea, si stima che in Siberia possano ancora oggi essere rinvenute sino a 500.000 tonnellate di avorio da zanne di mammuth11. Il commercio di avorio è strettamente regolamentato a livello internazionale. Non può essere diversamente dato il rischio che correrebbero gli elefanti nella savana africana senza rigidi controlli sul commercio di avorio: gli elefanti verrebbero letteralmente sterminati dai bracconieri africani desiderosi di vendere a peso d’oro il frutto dei propri crimini ai commercianti cinesi (capito, Greta? La Cina, non l’Europa!). Tuttavia il commercio di avorio di mammuth è legale e la Russia sta facendo affari d’oro esportandone oltre 70 tonnellate l’anno12.

Comunemente, si pensa che i mammuth, al pari degli altri mammiferi sopramenzionati, essendo muniti di una folta pelliccia si fossero perfettamente adattati a vivere in un habitat caratterizzato da un clima particolarmente rigido. Allo scopo di evitare di dissipare calore corporeo, avevano anche delle orecchie molto piccole in rapporto a quelle degli odierni elefanti africani ed indiani. Tuttavia bisogna tenere in considerazione che, per quanto leggermente più piccoli di questi ultimi, i mammuth erano pur sempre dei pachidermi da circa 6 tonnellate di peso. Pertanto, come fanno ancora oggi questi loro più stretti parenti, dovevano mangiare in abbondanza ed in continuazione: circa 180 chilogrammi di erbe e di arbusti al giorno.

Si capisce bene come i mammuth non potessero vivere in un bioma come quello che oggi caratterizza la Siberia: muschi e licheni da soli non potevano certo essere sufficienti per il loro sostentamento alimentare. Eppure questa è indubbiamente l’area in cui erano maggiormente diffusi. Anzi, in assoluto la regione nella quale è stato rinvenuto il più alto numero di resti di mammuth sono le Isole della Nuova Siberia13. È sufficiente dare un’occhiata ad un atlante geografico per comprendere quanto amche quest’ultimo fatto sia stupefacente: queste isole si trovano a nord della Siberia e sono così vicine al Polo Nord da essere al giorno d’oggi totalmente disabitate, date le estreme condizioni climatiche che rendono impossibile ogni insediamento umano14. Dunque non resta da concludere che il clima della Siberia, per lo meno all’epoca in cui vi pullulavano i mammuth, non potesse che essere molto più mite di quello di oggi, forse addirittura non molto dissimile da quello della savana africana. E tutto questo succedeva mentre regioni, oggi dal clima temperato, erano ricoperte dal ghiaccio.

Un altro fattore deve essere tenuto in debita considerazione. Come già accennato, sono stati numerosissimi i ritrovamenti nel permafrost siberiano di carcasse di animali, specialmente mammuth appunto, che si sono presentate agli scopritori in così perfette condizioni di ibernamento da far quasi credere a costoro che gli animali siano morti da poco tempo, e non invece da millenni. Si racconta addirittura che i cercatori di avorio della Jacuzia in non pochi casi abbiano potuto dare in pasto ai propri cani da slitta la carne dei mammuth rinvenuti. Dunque la carne si sarebbe mantenuta più o meno commestibile per migliaia di anni, quando sarebbero bastati pochi giorni a temperature normali perché marcisse totalmente. Inoltre si consideri che l’avorio è un materiale delicato, che deperisce rapidamente quando sottoposto alle intemperie. Va lavorato appena dopo la morte dell’animale; altrimenti diventa inservibile. In alternativa, per preservarne a lungo le intrinseche qualità, l’avorio dovrebbe essere velocemente congelato. Si dà il caso, come abbiamo visto più sopra, che l’avorio della Jacuzia sia oggi particolarmente apprezzato sui mercati internazionali come valida alternativa all’avorio degli elefanti africani (essendo ormai diventato lo stesso possesso di quest’ultimo un reato): questo significa che è ancora utile allo scopo.

Ma come è possibile? Come è possibile che per migliaia di anni la carne dei mammuth si sia conservata edibile ed il loro avorio in così buone condizioni da poter essere ancora oggi intagliato? È quasi come se, appena dopo la loro morte, i mammuth siano stati posti in appositi abbattitori di temperatura15. Vi è una sola spiegazione razionale a cui si può pertanto giungere: solo un repentino abbassamento delle temperature, praticamente dall’oggi al domani, e non un processo lento e graduale, sarebbe in grado di spiegare queste incongruenze. I mammuth sarebbero morti colti alla sprovvista per colpa di un cambiamento climatico senza precedenti, manifestatosi con una rapidità che ha sicuramente qualcosa di apocalittico. È difficile da credersi; eppure questo improvviso tracollo delle temperature spiegherebbe anche perché, in molti ritrovamenti, come nel caso del celeberrimo mammuth della Beresovka, nello stomaco degli animali sia stato rinvenuto del cibo (per lo più erbe e vegetali tipici di zone temperate) che ancora non era stato digerito16.

Sappiamo dunque che la Siberia godeva di un clima piuttosto mite allorché altre regioni, che oggi al contrario si trovano nella fascia temperata, erano ricoperte dai ghiacci. Sappiamo altresì che il processo attraverso cui la Siberia acquisì il clima rigido che oggi la contraddistingue potrebbe essere avvenuto, come dimostrano questi strani ritrovamenti di mammuth in perfetto stato di ibernazione, con modalità che stupiscono per la loro rapidità. Dunque, cosa potrebbe mai essere successo?

Impossibile stabilirlo con certezza. Sono state fatte molte ipotesi per spiegare quello che comunemente viene chiamato “estinzione di massa del quaternario”, che portò alla scomparsa, principalmente in Asia ed in Nord America, di quasi tutte le varietà di mammiferi di grosse dimensioni17. Nel corso delle ere geologiche si sono verificate più estinzioni di massa; ma ciò che successe alla fine dell’ultima era glaciale rimane un mistero: in contemporanea, in un lasso di tempo molto contenuto, scomparvero dalla faccia della Terra quasi tutti i più grossi predatori terrestri ed i grandi erbivori, come appunto i mammuth lanosi. Per di più, si è appurato come le estinzioni di massa aumentassero esponenzialmente man mano che ci si allontana dall’Africa, come se fosse avvenuto un evento cataclismatico che in qualche modo aveva risparmiato il Continente Nero (non a caso l’unico, assieme all’Asia meridionale, in cui ancora oggi vivono mammiferi dal peso superiore ai mille chilogrammi).

Una delle teorie che potrebbero spiegare questi eventi eccezionali, per quanto si tratti di una teoria ancora oggi non così tanto dibattuta in ambito scientifico, è quella detta dello slittamento della crosta terrestre, che fu messa a punto tra gli altri dallo studioso americano Charles Hutchins Hapgood18. Entriamo nei dettagli.

I geofisici sono soliti definire il nostro pianeta come costituito da una serie di gusci concentrici, come evidenziato nella seguente figura.

Lo strato più esterno, detto litosfera19, è composto dalla crosta terrestre e dalla parte più superficiale del mantello terrestre. Essa si estende fino a circa 100 chilometri di profondità nel sottosuolo, al di sopra di uno strato inferiore, denominato astenosfera20. Quest’ultima è la parte di mantello che si estende fino a circa 250-400 chilometri di profondità. Si presume che essa sia composta da rocce parzialmente fuse. L’azione congiunta delle alte temperature presenti nell’astenosfera e della pressione esercitata dalla soprastante litosfera farebbe sì che le rocce di cui la prima è composta abbiano una densità minore rispetto a quella delle rocce dello strato superiore, pur conservando tuttavia un comportamento plastico21. Le rocce “solide” della litosfera si ritroverebbero cosi a fluttuare in una qualche maniera su quelle dell’astenosfera, che hanno invece una consistenza “gelatinosa”.

Secondo Hapgood, sarebbe questo “galleggiamento” a rendere possibile lo slittamento della crosta terrestre. Per esemplificare, la Terra sarebbe come un’arancia, la cui buccia è completamente separata dal resto del frutto: Ogni tot migliaia di anni, si verificherebbero le condizioni per cui la litosfera possa scivolare sull’astenosfera, esattamente come una buccia d’arancia al di sopra del frutto sottostante. In pratica, a seguito di un eventuale dislocamento della crosta terrestre, la Terra continuerebbe ad avere lo stesso asse di rotazione, non vi sarebbe alcun fenomeno di inversione dei poli magnetici (anche perché, almeno secondo quanto riferito nel libro Magnetic Current22 da Edvards Liedskalniņš23, il costruttore del misterioso Coral Castle24 in Florida, in caso di inversione dei poli magnetici la Terra e la Luna finirebbero con lo scontrarsi), ed i ghiacci continuerebbero ad accumularsi in prossimità dei poli nord e sud, la cui posizione geografica varierebbe solo in rapporto alla superficie terrestre che nel frattempo si sarebbe spostata.

Quali siano le forze in grado di provocare lo slittamento della crosta terrestre, questo ancora non è ben chiaro. Hapgood riteneva che sulla Terra agiscono due forze tra loro contrastanti: la pressione destabilizzante delle calotte glaciali intorno ai poli e il moto centrifugo stabilizzante determinato dalla protuberanza equatoriale causata dalla rotazione dell’asse terrestre. Infatti, il nostro pianeta non è una sfera perfetta. Per via della forza centrifuga dovuta al moto di rotazione, la Terra risulta leggermente schiacciata ai poli. Sicché il diametro equatoriale è maggiore di circa 43 chilometri rispetto a quello polare. Secondo Hapgood, il continuo accumulo di ghiacci sui poli a lungo andare porterebbe ad uno squilibrio tra queste due forze, capace di determinare uno slittamento della crosta terrestre.

In ogni caso, quali che siano le dinamiche fisiche in grado eventualmente di causare lo slittamento della crosta terrestre, quest’ipotesi scientifica potrebbe spiegare facilmente tutte le incongruenze e le stranezze di cui abbiamo ampiamento discusso nelle pagine precedenti: il perché la Siberia non fosse coperta dai ghiacci nel bel mezzo dell’ultima glaciazione ma beneficiasse invece di un clima più mite di quello attuale, perché pullulasse di specie animali e vegetali oggi estinte o comunque non più presenti in loco, perché improvvisamente la mega-fauna preistorica si estinse in un lasso di tempo brevissimo o perché ancora ai nostri giorni di continuo vengono ritrovati nel permafrost siberiano carcasse di questi animali in perfetto stato di conservazione… Semplicemente, quando la crosta terrestre slitta, succede che zone che precedentemente si trovavano in aree climatiche temperate scivolino all’interno dei circoli polari, e viceversa; oppure che intere regioni equatoriali si spostino a latitudini più moderate.

In base ai suoi calcoli, Hapgood aveva stabilito che all’epoca dell’ultima glaciazione il polo nord fosse situato in ben altra posizione rispetto ad oggi, e cioè nel mezzo della Baia di Hudson, nel nord del Canada, grossomodo attorno alle seguenti coordinate: latitudine 60° N e longitudine 83° O. Per rendersi conto di ciò che questo significa, si prenda in mano un mappamondo e lo si ruoti facendo in modo che il polo nord coincida con le coordinate sopra indicate. Si nota subito come buona parte del Nord America si situerebbe all’interno del circolare polare artico, di come l’Europa nord-occidentale si troverebbe spostata a latitudini molto superiori a quelle attuali e di come al contrario la Siberia si collocherebbe in una fascia di clima più temperato. Similmente, l’Antartide si ritroverebbe spostata più a nord, ossia più distante dal polo sud; il che è concorde con alcune recenti scoperte scientifiche che affermano come in un passato remoto almeno una porzione del continente antartico fosse sostanzialmente priva di ghiacci perenni e coperta da vegetazione piuttosto folta25.

In seguito, circa 11.700/12.000 anni, il patatrac: ovvero, si sarebbe verificato un ultimo slittamento della crosta terrestre ed i poli si sarebbero spostati nella posizione che attualmente ancora occupano. Possiamo solo avere una vaga idea di quello che – sempre che questa teoria corrisponda al vero – potrebbero aver vissuto i nostri antenati preistorici: un cataclisma biblico, un’autentica apocalisse che, agli occhi di costoro, non sarebbe sembrata altro che la fine del mondo. Terremoti, tsunami, inondazioni, eruzioni vulcaniche, la terra che letteralmente si frantuma sotto i piedi, improvvise ondate di gelo glaciale o vampate di calore equatoriale… Tremano i polsi al solo al pensiero di ciò che potrebbe essere successo. Intere isole sedi di chissà quali antiche civiltà sarebbero sprofondate negli abissi nel giro di un solo giorno e di una sola notte (il che non è senza ricordare il racconto di Platone sulla fine della mitica Atlantide); regioni vastissime pullulanti di vita sarebbero state arse dai lapilli e sommerse dalle ceneri delle eruzioni vulcaniche, assumendo così un aspetto spettrale (come circa 2000 anni orsono capitò, seppure in scala minore, a Pompei ed Ercolano); interi continenti dalla lussureggiante vegetazione si sarebbero trasformati in lande desolate ricoperte di ghiaccio nel volgere di poche settimane (la stessa sorte che si presume sia toccata ai mammuth trovati ibernati nel permafrost siberiano); e amplissime vallate una volta verdeggianti sarebbero divenute sconfinate distese di acqua venendo inondate da un autentico diluvio universale (appunto, il racconto del diluvio universale comune pressoché a tutte le culture più antiche e non solo alla tradizione biblica)…

E se un tale slittamento della crosta terrestre capitasse ancora una volta in un futuro più o meno imprecisato? “Taci, uccellaccio del malaugurio”, mi rispondereste; “non osare neppure pensarlo!”. In effetti, non si avrebbero tutti i torti nel coprirmi di improperi: solo il pensiero che una cosa del genere possa capitare oggi anche a noi, c’è da angosciarsi alla morte. La Terra diventerebbe – almeno per un certo lasso di tempo – un autentico girone dantesco in cui la vita dei pochi sopravvissuti diverrebbe a dir poco infernale. Si spera pertanto che la teoria di Hapgood sia solo un’avvincente teoria scientifica fine a se stessa, un interessante esercizio stilistico senza riscontri concreti, un trastullo per menti curiose affascinate dall’ignoto; ma nulla di più. Sarebbe appunto un’angoscia continua vivere sapendo che tutto ciò è reale. Sarebbe un pensiero peggio della morte stessa.

Dunque, perché parlarne? Perché dedicarvi tempo ed attenzione oltre che per un normale e comprensibile desiderio di conoscenza scientifica? Il fatto è che questa apocalittica teoria, proprio perché apocalittica, si adatta bene a spiegare in cosa potrebbero consistere i cosiddetti Tre Giorni di Buio. Chi si diletta di profezie cristiane ne avrà sicuramente già sentito parlare. Sarebbe una sorta di diluvio universale 2.0 con cui Dio punirebbe l’umanità divenuta peccatrice come manco lo era stata ai tempi del diluvio di Noè. Per tre giorni, durante cui verrebbe ha completamente a mancare la luce del sole, la Terra verrebbe devasta da una serie di calamità naturali come mai se ne erano viste in precedenza, e come mai più se ne vedranno in futuro. Nel corso dei secoli sono stati parecchi, tra santi, profeti o semplici uomini di fede, i veggenti cristiani che ne hanno profetizzato. Due nomi su tutti: il contadino bavarese Alois Irlmaier26, che ebbe visioni dettagliate su un’ipotetica Terza Guerra Mondiale, e la stigmatizzata bretone Marie-Julie Jahenny27, le cui veggenze ancora oggi fanno scalpore in una Francia sempre più sull’orlo di una guerra civile28.

Mi sono sempre domandato quale evento cataclismatico potrebbe mai generare questi Tre Giorni di Buio. Molte altre ipotesi al di fuori di questa possono essere considerate verosimili: l’impatto della Terra con un asteroide, l’eruzione di un super vulcano come Yellowstone, l’inversione dei poli magnetici, sicuramente anche una guerra mondiale dove venissero impiegate armi nucleari… Tuttavia la spiegazione più convincente per me resta sempre quella dello slittamento della crosta terrestre conformemente alle teorie di Hapgood. Vi sono certi passi delle Sacre Scritture che descrivono fenomeni apparentemente inesplicabili, ma che in realtà acquisiscono un significato preciso se inquadrati all’interno di questa teoria.

Nel Vangeli sinottici vi sono alcuni passi alquanto oscuri. Nel Vangelo di Matteo si legge: “Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte”29. Luca: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”30.. Marco “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”31. Oltre a sembrare un esplicito riferimento ai Tre Giorni di Buio, con il sole e con la luna che non invieranno più luce sulla Terra, questi passi evangelici rivestono interesse proprio per via del rimando alle stelle che cadono dal cielo. Pensiamo a quello che succederebbe in caso di scivolamento della litosfera sull’astenosfera: guardando in cielo, si avrebbe effettivamente l’impressione che le stelle si siano spostate. In realtà, non sarebbero gli astri ad essersi mossi, ovviamente; sarebbe semplicemente cambiata la loro posizione apparente sulla volta celeste partendo da un dato punto di osservazione. In alcune aree del pianeta si potrebbe verificare che la posizione apparente delle stelle sulla volta celeste si abbassi verso la linea dell’orizzonte; in questo modo si avrebbe così l’idea di un precipitare degli astri.

Anche nell’Antico Testamento sono numerosissimi i rifermenti a catastrofi naturali, volute da Dio per punire l’umanità corrotta, e di un genere che si potrebbe realmente verificare in caso di slittamento della crosta terrestre. Eccone una carrellata.

“Sposta montagne, senza che nessuno lo sappia; nella sua ira le ribalta. Scuote la terra dalle fondamenta, facendone tremare i pilastri”32. “Poiché le stelle del cielo e la costellazione di Orione non daranno più la loro luce; il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce. […] Allora farò tremare i cieli e la terra si scuoterà dalle fondamenta per lo sdegno del Signore degli eserciti, nel giorno della sua ira ardente”33. “Ecco, con una minaccia prosciugo il mare, faccio dei fiumi un deserto. I loro pesci, per mancanza d’acqua, restano all’asciutto, muoiono di sete. Rivesto i cieli di oscurità, do loro un sacco per mantello”34. “Guardai la terra ed ecco solitudine e vuoto, i cieli, e non v’era luce. Guardai i monti ed ecco tremavano e tutti i colli ondeggiavano. Guardai ed ecco non c’era nessuno e tutti gli uccelli dell’aria erano volati via. Guardai ed ecco la terra fertile era un deserto e tutte le sue città erano state distrutte dal Signore e dalla sua ira ardente”35. “Quando ti estinguerò, velerò i cieli e ne oscurerò le stelle; coprirò il sole di nuvole, la luna non darà la sua luce”36. “Davanti a loro la terra trema, i cieli sono scossi, il sole e la luna si oscurano, le stelle perdono il loro splendore”37. “Quel giorno – dice il Signore Dio – io farò tramontare il sole a mezzogiorno e farò oscurare la terra in pieno giorno”38.

Direi che ce ne è abbastanza per angosciarsi. Qualcuno preferirebbe sicuramente chiamare questi antichi profeti “profeti di sventura”. Ma non che le profezie dei veggenti contemporanei siano di altro tenore, ad onor del vero. Così il sopracitato Irlamier: “C’è un’enorme ondata di maree nel Mare del Nord. Paesi Bassi, Amburgo, Inghilterra meridionale e Londra affondano. La Scozia rimane come un’isola. […] Tutto è inondato. C’è un terremoto. La parte meridionale dell’Inghilterra scivola nell’acqua. […] I paesi vicino al mare sono gravemente in pericolo, il mare è molto inquieto, le onde diventano alte come una casa; spumeggia come se fosse bollito dal sottosuolo. Le isole scompaiono ed il clima cambia”39.

E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine ad enumerare queste visioni apocalitiche… Ma così basta e avanza. Forse è pure meglio non pensare a queste cose. Troppa angoscia, appunto. Però se Hapgood avesse ragione, e se cioè realmente la crosta terrestre fosse in grado di slittare sul mantello, non potremmo escludere affatto che un giorno, chissà quando, essa potrebbe ancora spostarsi. Nessuno può dire se questo potrà capitare ancora tra pochi anni o magari millenni. Hapgood era del parere che vi siano stati almeno tre slittamenti negli ultimi 80.000 anni. Ma ciò che è sicuro è che nessuno vorrebbe mai ritrovarsi a vivere quei momenti. Sarebbe come vivere l’apocalisse. Sarebbe certamente preferibile essere già defunti quel giorno. Facilmente un tale cataclisma porterebbe alla morte di buona parte della popolazione mondiale. In milioni perirebbero di ora in ora. Alla fine le vittime sarebbero miliardi. Oggi siamo quasi in 8 miliardi su questo disgraziato pianeta. Quanti ne morirebbero – osiamo chiederci – se capitasse proprio a noi di dover vivere questi tempi apocalittici? Forse 5-6 miliardi di individui? Ovvero circa i tre quarti dell’umanità. Sappiate che proprio la Jahenny aveva vaticinato che durante i Tre Giorni di Buio sarebbero morti i tre quarti dell’umanità. Auguri a tutti quanti.

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  • 6 https://it.notizie.yahoo.com/siberia-ritrovato-pony-intatto-di-100200024.html
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  • 26 https://it.m.wikipedia.org/wiki/Alois_Irlmaier
  • 27 https://en.m.wikipedia.org/wiki/Marie_Julie_Jahenny
  • 28 https://www.it.sputniknews.com/amp/mondo/2021042710469891-paese-in-pericolo-lettera-di-generali-francesi-al-presidente-macron/
  • 29 Matteo, 24, 29
  • 30 Luca, 21, 25-26
  • 31 Marco 13, 24-25
  • 32 Gioele, 9, 5-7
  • 33 Isaia, 3,10-13
  • 34 Isaia, 50, 2-3
  • 35 Geremia, 4, 23-26
  • 36 Ezechiele, 32, 7
  • 37 Giole, 2, 10
  • 38 Amos, 8, 9
  • 39 http://profezierivelazione.blogspot.com/2016/07/il-destino-dellinghilterra-nelle.html?m=1