La crisi dei semiconduttori generata dall’impatto che la crisi sanitaria ha avuto a partire dalla primavera 2020 ha trovato un largo riscontro nell’opinione pubblica mondiale tanto da entrare nelle agende politiche internazionali.

Si è parlato, non a caso, di “geopolitica dei microchip”1 e importanti attori della scena politica globale ‒ in primis l’Unione Europea ‒ si sono attivati in tal senso elaborando dei veri e propri Chip Act2 risultanti di strategie economiche atte a rendere autonomi gli Stati e le unioni di essi nell’ambito della produzione di questi componenti.

A beh guardare, comunque, a netto della crisi degli approvvigionamenti il tema non era nuovo nell’ambito delle analisi di economia politica internazionale: basti citare, in tal senso, il dibattito che aveva portato, negli anni Ottanta, Barbara Spencer e James Brander a sostenere che la mancanza di concorrenza perfetta portasse al fallimento del mercato tanto da giustificare un intervento pubblico3.

Lo Stato avrebbe dovuto, insomma, intervenire sulla mano invisibile di smithiana memoria laddove si fossero create le condizioni di oligopolio o, peggio ancora, di monopolio internazionale nella produzione di un determinato bene.

In questi casi, sostennero i due studiosi dell’Università della British Columbia che i governi nazionali avrebbero dovuto agire in deroga al principio del “laissez faire” sostenendo direttamente la nascita ‒ e sopportandone l’attività ‒ di imprese volte alla produzione di quel bene prima esclusiva di una determinata economia. Il tutto al fine precipuo di rompere il monopolio creatosi di fatto.

La premessa a questo tipo di analisi, ieri come oggi, veniva dall’allora nascente mercato del microchip.

Il Giappone, infatti, proprio in quegli anni aveva, de facto, bruciato a tal punto la concorrenza tecnologica degli altri Paesi da avere una sorta di monopolio della produzione mondiale di questi componenti. Anche e soprattutto perché il governo aveva sostenuto direttamente questo asset strategico della produzione finanziando o partecipando le imprese che operano in quel settore.

Un fatto, questo, che spostò dalla produzione di un bene l’attenzione alle conseguenze che questo possa avere nell’ambito dell’economia politica internazionale laddove un’economia nazionale diventasse, in tal senso, monopolistica in quanto senza concorrenti.

I fautori dell’interventismo statale nell’economia, quindi, in anni durante i quali si diffondevano le istanze liberiste e neo-liberiste che nel nome della “deregulation” condannavano le aziende di Stato e la presenza dei governi nei pacchetti azionari delle grandi imprese, rilanciavano in nome della concorrenzialità in alcuni settori strategici proprio l’approccio keynesiano di azione statale nell’economia.

In una serie di articoli, ad esempio, James Fallows si scagliò contro il “liberoscambismo” ‒ sinonimo, questo, di laissez faire ‒ elogiando quanto fatto in Giappone dal governo parlando, inoltre, di un “modello giapponese” da studiare, seguire, imitare. E l’ambito in cui questo modello di era sviluppato era, guarda caso, proprio quello dei microchip tanto che si iniziò a parlare di “guerra dei computer” e di “parabola dei chip” 4.

D’altra parte, all’epoca la questione non era solo di natura tecnologica ma aveva una vasta portata nella vita quotidiana di miliardi di persone: erano quelli gli anni in cui i computer erano entrati negli uffici di milioni di aziende e stava accadendo lo stesso nelle case di altrettante di famiglie.

Lo stesso Fallows poneva l’accento sul fatto che la rivoluzione informatica avesse coinvolto molte tendenze tecniche e commerciali separate che si muovevano in direzioni diverse a velocità diverse.

Una sorta di vero e proprio cambiamento tecnico e tecnologico, insomma, che dalla meccanica portava l’enfasi sull’informatica e l’informatizzazione dei compiti e dei talenti che ha avuto il maggiore impatto sulla vita quotidiana concretizzato proprio dal mercato dei chip semiconduttori.

La rilevanza economica di questo mercato era anche politica visto che sui microchip erano nati e crollati rapidamente veri e propri imperi commerciali facendo le fortune e le sfortune di investitori, lavoratori, settori dell’indotto ma, anche e non in misura irrilevante, incidendo con le loro performance sulle economie nazionali ed il loro rapporti di forza.

Per questo si pose la questione se lo Stato fosse da considerare un alleato strategico nell’incoraggiare le proprie imprese ad abbracciare questo tipo di produzione al fine di rompere la condizione di monopolio e di vantaggio competitivo che l’interventismo giapponese aveva creato. Soprattutto in considerazione del fatto, in un certo senso anche paradossale, che l’industria dei microchip fosse nata non nel Paese dei ciliegi, ma in America nel 1971 quando «Intel introdusse il primo processore, il cervello di un computer su un chip»5.

Pur avanti in termini tecnologici, insomma, gli Usa avevano visto in poco tempo svanire il proprio vantaggio competitivo assistendo al sorpasso del Giappone in questo asset strategico non solo dal punto di vista economico-politico ma anche sotto altri aspetti facilmente intuibili come altrettanto fondanti: dalla sicurezza nazionale alla competitività in ricerca e sviluppo, tanto per fare alcuni esempi.

Non sorprende, quindi, che nel 2009 Kurt Jacobsen abbia espressamente parlato di politica economica dei microchip6 sottolineando come questo asset produttivo fosse oramai diventato un settore non solo con una rilevanza per i mercati, ma anche per i governi.

L’anno dopo fu David Brooks a intervenire nel dibattito tra interventisti e sostenitori del laissez faire che la questione dei microchip aveva sollevato: «i nostri partner commerciali, in Europa e in Giappone, sono in stagnazione o in difficoltà. Le nostre banche non prestano alle piccole imprese e quelle di altri paesi devono fare i conti con enormi svalutazioni contabili. Anche la guerra psicologica fra le imprese e l’amministrazione Obama sta lasciando il segno. Gli imprenditori pensano che il governo sia composto da professoroni sprovveduti. Nel governo, qualcuno vede i capitani d’industria come liberisti ipocriti che cercano solo l’interesse delle grandi aziende»7.

L’intervento si innestava in un dibattito che durava, ormai, da qualche decennio e che un altro Brooks (Arthur) aveva rilanciato pubblicando un volume8 nel quale fotografava un trend in America che, per la prima volta, aveva portato quasi un terzo degli statunitensi a sostenere la necessità di una politica più interventista nel settore al fine di ridurre il gap con i “produttori dei chip”.

A maggior ragione del fatto che in quegli anni ‒ a ridosso, giova ricordarlo, della grande crisi generata dalla bolla immobiliare e dal fallimento della Lehman Brothers ‒ i fautori dell’intervento sostenessero che gli Usa avrebbero dovuto assumere dal modello giapponese l’approccio che ne aveva decretato il successo. E che rinvenivano nel tacito accordo tra «le imprese giapponesi utilizzatrici di semiconduttori nel settore dell’elettronica di consumo […] che prevedeva la preferenza per i semiconduttori nazionali anche se il prezzo era maggiore o la qualità inferiori a quella dei concorrenti americani»9.

Il che aveva fatto parlare, proprio a causa di questo cambio di paradigma in atto, anche negli Usa di un significato e storico superamento ‒ consumatosi tra l’ultimo decennio del Novecento ed il primo del nuovo millennio ‒ e della “fine del laissez faire” causata proprio dalla questione dei microchip10.

  • 1 R. Nanni, La Geopolitica dei Microchip nei rapporti tra Cina e Afghanistan, in «Geopolitica», del 4 settembre 2021.
  • 2 AA.VV., Von der Leyen: a febbraio il Chip Act con aiuti di stato per produrre microchip in Unione Europea, in «Rai News», del 20 gennaio 2022.
  • 3 J.A. Brander, B.J. Spencer, Export subsidies and international market share rivalry, in «Journal of International Economics», vol. 18, nn. 1-2, del 1985, pp. 83-100.
  • 4 J. Fallows, The Computer Wars, in «The New York Review», del 24 marzo 1994 e Id., Caught in the Web, in «The New York Review», del 15 febbraio 1996.
  • 5 P.R. Krugman, M. Obstfeld, Economia internazionale. Teoria e politica del commercio internazionale, vol. I, Milano, Pearson, 2007, p. 361.
  • 6 K. Jacobsen, Microchips and Public Policy – The Political Economy of High Technology, in «British Journal of Political Science», n. 22 del 2009, pp. 497-519.
  • 7 D. Brooks, Intervenire o «laissez faire»? La sintesi c’è: è la Silicon Valley, in «IlSole24Ore», del 31 luglio 2010.
  • 8 A.C. Brooks, The Battle: How the Fight Between Free Enterprise and Big Government Will Shape America’s Future, New York, Basic Books, 2010.
  • 9 P.R. Krugman, M. Obstfeld, Economia internazionale. Teoria e politica del commercio internazionale, cit., p. 361.
  • 10 R. Kuttner, The End of laissez-Faire. National purpose and the Global Economy after the Cold War, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1991, p. 167 e ss. e L. Berlin, The Man behind the Microchip: Robert Noyce and the Invention of Silicon Valley, Oxford, Oxford University Press, 2006, pp. 174 e ss.
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Roberto Bonuglia
BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi Politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia” e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio. Collabora, oltre che con Ora Zero, con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”, "Il Corriere delle Regioni" e Nova Historica. Tra le sue pubblicazioni (https://www.amazon.it/s?i=stripbooks&rh=p_27%3ARoberto+Bonuglia&ref=dp_byline_sr_book_1): L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica. Di prossima pubblicazione: Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio e All’ombra della vulgata. Pagine epurate e distorsioni storiografiche nel regno di Clio RESEARCH INTERESTS Storiografia, Storia economica, Storia Contemporanea, Geopolitica