BY PAUL C. F. – Ad ogni tornata elettorale americana i commentatori politici amano dire che le prossime elezioni saranno le più importanti della storia recente o che questa elezione passerà alla storia. Possiamo tranquillamente dire che si tratta in genere di retorica giornalistica, iperboli per attirare l’attenzione del pubblico: infatti solo di rado l’inquilino della Casa Bianca ha le reali capacità e la caratura per cambiare la storia, sia nel bene che nel male. Ci sono numerosissimi esempi di presidenti alquanto sbiaditi che hanno inciso poco o nulla sul corso degli eventi, le cui fortune o sfortune sono dipesi da fattori fuori dal loro controllo, come le scelte dei loro avversari politici, le decisioni dei leader stranieri, la congiuntura economica più o meno favorevole o la fedeltà dei propri consiglieri. Non bisogna infatti dimenticare che il presidente degli Stati Uniti, per quanto dotato di ampi poteri, non è un sovrano assoluto, ha comunque un parlamento a cui rispondere e degli imperativi politici ed economici dai cui non può prescindere, senza dimenticare le lobby e i gruppi di potere che lo hanno portato alla Casa Bianca.

Tuttavia mi sento di dire che le elezioni americane del prossimo novembre saranno veramente elezioni che faranno la storia, qualunque sia il risultato, dato che avranno luogo in un periodo in cui il sistema economico e politico che ha retto il mondo dal dopoguerra ad oggi è sempre più vacillante: la finanziarizzazione dell’economia ha minato le basi produttive ed occupazionali dell’occidente fino a portare ad una serie di crisi finanziare iniziate nel 2008 e che si sono susseguite fino ad oggi, di cui l’ultima, quella attuale, è stata abilmente nascosta dai media grazie alla provvidenziale emergenza sanitaria, ma che si sarebbe comunque verificata a prescindere dalla pandemia. La stagnazione economica e la deflazione mondiale da debito. L’emergere di nuovi player mondiali che reclamano il loro posto in un modo da trent’anni unipolare da un lato, e la superpotenza americana dall’altro, sempre più infiacchita moralmente, economicamente e politicamente. La mancanza di qualità e di visione del futuro della politica occidentale, sempre più serva della finanza e delle agende delle lobby economiche (vedi green new deal).

E’ proprio quando i fondamentali sono incerti che i singoli attori e i singoli eventi hanno un impatto molto maggiore rispetto a quando il sistema-mondo si regge su fondamentali ben saldi. In questo senso il politologo Immanuel Wallerstein, che già negli anni ’90 aveva intravisto a grandi linee le crisi che si sarebbero verificate affermava: “Per quanto possa sembrare paradossale , sarà un periodo [di transizione] in cui fattore libero arbitrio si esprimerà al suo massimo, in altre parole le azioni individuali e collettive potranno avere un impatto maggiore sulla futura strutturazione mondiale di quanto queste azioni possano avere in periodi “ordinari”, cioè durante il corso normale di un sistema storico”.

Facciamo un esempio pratico, durante la presidenza di Richard Nixon si sono verificati alcune eventi potenzialmente molto destabilizzanti ma che in realtà hanno cambiato poco o nulla il corso degli eventi. Nixon ha chiuso la convertibilità del dollaro in oro, che era uno dei pilastri dell’ordine mondiale stabilito a Bretton Woods, anche se in realtà ha solo certificato il segreto di pulcinella che gli Stati Uniti stampavano molti più dollari di quanto oro avessero. Nixon ha ufficialmente messo fine alla guerra in Vietnam, guerra peraltro già persa dai sui predecessori, ma davanti al mondo ciò ha ufficializzato la sconfitta militare USA davanti ad un nemico infinitamente più debole e la vittoria di un Paese comunista, con buona pace della strategia del contenimento. Lo stesso Nixon ha perseguito una politica estera altamente erratica, seguendo, nelle sue stesse parole, la strategia del “Mad Man”, dando l’impressione di essere altamente instabile e di essere disposto a ricorrere a mezzi estremi per perseguire i sui obbiettivi (vi ricorda qualcuno?). In fine ha dovuto dimettersi in seguito allo scandalo Watergate per evitare di essere messe in stato di accusa, cosa che ha gettato una marea di fango sulla politica americana e sul partito Repubblicano. Tutti questi eventi, ed in particolare il primo, avrebbero potuto destabilizzare il mondo, invece nulla è accaduto, il sistema mondiale ha continuato come se nulla fosse, poiché i driver politici ed economici mondiali erano rimasti inalterati e solidi: Il mondo era ancora diviso dalla cortina di ferro tra capitalismo e comunismo, la guerra fredda continuava e imponeva i suoi dictat politico-strategici, l’economica continuava a crescere, soprattutto in Occidente nonostante la crisi petrolifera, il mondo aveva ancora bisogno di una valuta per il commercio mondiale e comunque non c’era alternativa al dollaro.

Oggi lo scenario è completamente diverso per i motivi sopra esposti, senza contare che l’impatto della crisi economico-finanziaria e quella sanitaria devono ancora dispiegare a pieno i loro effetti. Ma soprattutto all’interno delle élite mondiali sta avendo luogo una ferocissima guerra interna per decidere quale caratteristiche avrà il futuro sviluppo economico e politico mondiale.

Donald Trump è in questo senso un ostacolo al pieno sviluppo del “Great Reset” che da mesi ci viene annunciato e che dovrebbe iniziare a dispiegare i sui effetti a partire dall’anno prossimo con il prossimo forum economico di Davos, il cui tema principale è appunto il grande Reset. Come annunciato dallo stesso sito del forum, l’edizione 2021 sarà un’edizione fuori dal comune, proprio perché dovrà elaborare il nuovo assetto del mondo; quale sarà questo assetto è ancora piuttosto fumoso, ma non c’è da stupirsene, se infatti, come molti commentatori ritengono, si tratterà di creare un nuovo sistema economico e monetario mondiale basato su un paniere di valute elettroniche gestito da un’entità sovranazionale. Se, e sottolineo se, fosse effettivamente così, prima di rendere pubbliche le loro intenzioni devono aspettare che si arrivi ad una crisi molto più grande di quella attuale. Ovviamente il mandato per questo nuovo assetto del mondo se lo sono dati da sé.

Bisogna comunque ricordare che anche Trump è parte dell’élite politico-economica e ne difende gli interessi, tuttavia egli appartiene ad una fazione che non vuole demandare il potere ad un livello superiore ma che vuole tenere il potere politico all’interno degli stati e che non è disposto a vedere ridotta l’influenza degli Stati Uniti nel mondo, al contrario della fazione mondialista. Si tratta quindi di una questione esiziale sia per gli USA che per il resto del mondo, questo potrebbe spiegare la spietata guerra che la fazione mondialista sta facendo a Trump. Non si era mai vista infatti una così feroce e spietata guerra nei confronti di un candidato alla presidenza. Durante i primi quattro anni di presidenza Trump è stata dispiegata una potenza di fuoco mediatica impressionante con giornali, TV, libri, dentro e fuori gli USA, per dipingere Trump come la sintesi del male, un pazzo al potere, il nuovo Hitler, senza contare il tentativo di mettere in stato di accusa il Presidente per una fantomatica collusione con i “terribili” russi per favorire la sua elezione; una gigantesca macchina del fango che ha coinvolto l’intero sistema giudiziario e le agenzie di intelligence per poi approdare ad un clamoroso nulla di fatto.

Esperite queste opzioni senza ottenere nulla, si è deciso di alzare di molto la posta, mettendo in atto una vera rivoluzione armata all’interno degli Stati Uniti stessi. Un’operazione in grande stile, sulla falsa riga delle rivoluzioni colorate già messe in atto all’estero dall’intelligence americana, con tutto l’arsenale necessario a queste operazioni: ricche sovvenzioni alle ONG anti-governative, in questo caso Black Lives Matter, Antifa, milizie afro-americane, campagne mediatiche per creare un clima di odio interraziale, la creazione di un evento scatenante, utilizzando la morte di George Floyd, per esasperare gli animi, il supporto dei governatori e sindaci Dem alle rivolte. Il risultato è che i centri cittadini di molte città americane sono stati letteralmente messi a ferro e fuoco come mai si era visto prima e il clima politico nel Paese è letteralmente rovente. Senza contare i continui attacchi al Presidente per la gestione dell’emergenza sanitaria, a prescindere dalle decisioni di Trump. Tutto questo poi nel bel mezzo di una gravissima crisi economica che ha lascito e lascerà moltissimi americani sul lastrico e senza speranze; serve altro per creare una situazione esplosiva?

A dare fuoco a tutta la dinamite sociale accumulatasi ci sarà la miccia delle elezioni, che si svolgeranno in un clima tesissimo, e i Democratici hanno già dichiarato per bocca di Hillary Clinton di non voler riconoscere a prescindere una vittoria di Trump, senza contare l’incognita del voto postale che potrebbe spostare di settimane la proclamazione del vincitore.

Molti temono che dopo le elezioni ci sarà una battaglia legale che si trascinerà fino a gennaio 2021, quando secondo le regole istituzionali, ci sarà l’entrata in carico ufficiale del presidente, addirittura alcuni esponenti del Partito Democratico hanno adombrato l’ipotesi di una rimozione manu militari di Trump nel caso perdesse le elezioni e non volesse rimettere il suo mandato. Ipotesi improbabile, ma il solo fatto di parlare di un intervento dell’esercito è un fatto di per sé inaudito, e per stessa ammissione di Trump pare che molti nelle alte sfere dell’esercito e nel complesso industrial-militare non lo amino. Lo stesso Presidente ha dichiarato poco tempo fa di avere nemici molto ricchi e potenti che lo vogliono a tutti costi fuori dalla Casa Bianca.

Si tratta forse di una dichiarazione ad effetto, ma non c’è ombra di dubbio che queste sono le elezioni più tese e incandescenti della storia recente degli Stati Uniti, allo stesso tempo sono le elezioni in cui i programmi elettorali sono completamente assenti. Lo scontro è tutto incentrato sul pro o contro Trump, il Partito Democratico non ha infatti nulla di concreto da proporre se non l’odio per Trump, non a caso ha proposto Joe Biden, il candidato più insulso e inconsistente della sua storia, che inoltre soffre di evidenti deficit fisici e cognitivi.

Tutto questo ci ricorda che la posta in gioco il 3 novembre potrebbe essere molto più alta della semplice poltrona nello studio ovale.