Sheldrake, nei suoi studi, si spinse o oltre la semplice definizione di morfogenesi come un processo condizionato dai campi morfici, arrivando addirittura ad ipotizzare che questi siano in grado di determinare non solo i comportamenti istintivi degli animali, bensì persino le abitudini sociali degli esseri umani. Le persone, come gli altri animali, di solito imparano ciò che gli altri membri della stessa specie hanno imparato in precedenza. La maggior parte del comportamento umano va quindi etichettato come abituale. Con la risonanza morfica imparare qualcosa che è stato imparato precedentemente dovrebbe risultare più facile. Più persone hanno imparato a fare questo qualcosa prima, più facile dovrebbe diventare impararlo anche in futuro. Giacché il nostro apprendimento verrebbe facilitato non solo dalla bravura dei nostri insegnanti nel trasmetterci le relative conoscenze, ma anche dal fatto che entreremmo in risonanza con il campo morfico generato da tutte quelle altre persone che hanno praticato queste abilità in precedenza.

Ad esempio, stando a quanto appena riferito, la risonanza morfica potrebbe essere fondamentale nelle capacità di apprendimento di una lingua da parte dei bambini, giacché entrerebbero in risonanza morfica con tutti i locutori, presenti e passati, di questo stesso idioma. Alcuni esperimenti empirici da parte di diversi neuroscienziati sembrano confermare questa ipotesi apparentemente tanto stramba. Gary Schwartz1, professore presso l’università di Yale, partì dall’idea che le parole di una determinata lingua che sono state pronunciate e scritte da milioni di persone nel corso dei secoli dovessero essere necessariamente più facili da imparare rispetto a parole false composte semplicemente da lettere in sequenze prive di significato. Pertanto, volle fare un esperimento. Selezionò 48 parole di tre lettere dell’Antico Testamento ebraico, 24 delle quali comuni e 24 rare. Quindi mescolò ogni parola per produrre un anagramma privo di significato contenente le stesse tre lettere. Questo ha dato 96 parole in tutto, metà reali e l’altra metà false. A più di 90 studenti che non conoscevano l’ebraico furono mostrate queste 96 parole, una per una, proiettate su uno schermo in ordine casuale. Fu chiesto loro di indovinare il significato di ogni parola e di scrivere la prima parola inglese che venisse loro in mente. Poi fu chiesto loro di stimare su una scala da 0 a 4 la fiducia che sentivano nella loro ipotesi.

Alcuni dei soggetti riuscirono ad indovinare correttamente il significato di alcune parole. Pertanto Schwartz li escluse dalla sua analisi temendo che avessero mentito circa il fatto di non conoscere l’ebraico. Poi esaminò le risposte dei soggetti che avevano commesso più errori. Sorprendentemente costoro riferirono di sentirsi più sicuri nelle loro supposizioni quando vedevano le parole reali piuttosto che le parole inventate, anche se non potevano sapere quali fossero le parole vere e quelle false. Insomma, in qualche modo, istintivamente, riuscivano a distinguere le parole inventate da quelle reali, benché ne ignorassero il significato. Questi risultati furono statisticamente molto significativi.

Un altro esempio assai curioso. Le prime macchine da scrivere di grande successo commerciale furono realizzate dalla Remington, già nota fabbrica di armi, negli anni settanta del XIX secolo2. Allora si optò per un particolare layout della tastiera non tanto in funzione di una maggiore facilità d’uso o di apprendimento, ma per ragioni prettamente meccaniche, legate al modo in cui le barre di tipo pivotante oscillavano. La disposizione dei tasti fu progettata per evitare che le lettere più usate nella lingua inglese si inceppassero continuamente. Questa disposizione originale, chiamata QWERTY dalle prime lettere della fila superiore, si è mantenuta pressoché inalterata anche nelle macchine successive e sopravvive ancora oggi nelle tastiere dei computer, nonostante il fatto che le ragioni meccaniche alla base della scelta originale siano scomparse da tempo. Nel corso degli anni, molti altri layout di tastiera sono stati proposti, progettati appositamente per una maggiore facilità d’uso, ma nessuno è riuscito finora a sostituire il tradizionale formato QWERTY.

Infatti centinaia di milioni di persone hanno utilizzato il layout QWERTY a partire dal 1870. Ci si potrebbe quindi aspettare, sulla base dell’ipotesi della causalità formativa, che la risonanza morfica faciliti notevolmente l’apprendimento di questa abilità e stabilizzi fortemente i campi morfici associati. Ed in effetti pare che sia proprio così. Vi sono infatti prove empiriche che i non dattilografi trovano la disposizione standard di tipo QWERTY più facile da imparare rispetto alle altre; la tastiera alfabetica di tipo ABCDE, progettata per facilitare l’apprendimento da parte dei principianti, in alcuni esperimenti si è dimostrata più difficile da imparare o comunque non necessariamente più facile rispetto alla disposizione standard.

Di casi del genere se ne possono fare ancora a bizzeffe, anche nel mondo animale. Si pensi ad esempio a come i volatili si dispongono fianco a fianco mentre volano in stormi compatti nelle loro infinite migrazioni: i loro movimenti sono talmente all’unisono che non si può fare a meno di meravigliarsi di come riescano ad evitare, ogni volta che lo stormo cambia di direzione, di scontrarsi l’uno con l’altro. Anche in questo caso l’ipotesi dei campi morfici potrebbe fornire una spiegazione.

Ma se quest’ipotesi della causalità formativa vi pare tanto assurda da non poter essere creduta, malgrado gli esempi forniti, sappiate che questa è però in sintonia con un’altra delle ipotesi scientifiche più affascinanti dei nostri tempi: la teoria dell’universo olografico la cui formulazione si deve essenzialmente ad una delle menti più brillanti del XX secolo, il fisico quantistico e vincitore di Premio Nobel David Bohm3.

Prima di tutto, cos’è un ologramma? Un ologramma è una rappresentazione tridimensionale di un oggetto ottenuta attraverso la tecnica dell’olografia4. Fondamentalmente per ottenere un ologramma si proietta un raggio laser e quindi lo si divide in due attraverso uno specchio, in modo tale che il primo raggio, dopo aver impattato l’oggetto di cui si vuole avere una rappresentazione olografica tridimensionale (nell’illustrazione seguente, una mela), impressioni un’apposita pellicola fotografica; attraverso un’altra serie di specchi, il secondo dei due raggi viene deviato così da impattare a sua volta sulla luce riflessa del primo. In questa maniera, sulla pellicola fotografica troveremo impresso uno schema di interferenza dovuta all’intersezione dei due raggi. Uno schema di interferenza5 consiste nella sovrapposizione in un punto dello spazio di due o più onde e grossomodo è simile all’effetto che otterremo gettando contemporaneamente più sassi in uno stagno: vedremo sul pelo dell’acqua le onde sollevate dai ciottoli scontrarsi e interferire tra di loro. Proiettando un terzo raggio laser sulla pellicola olografica otterremmo alla fine un ologramma.

In realtà, la tridimensionalità dell’ologramma non è neppure la sua principale peculiarità. Infatti, se dovessimo tagliare in due parti la pellicola fotografica noteremmo un ben particolare fenomeno: non otterremmo un’immagine tridimensionale dell’oggetto osservato tagliata in due, ma due sue rappresentazioni totalmente identiche. Similmente, tagliando in tre parti la pellicola otterremmo tre ologrammi del tutto simili, in quattro altri quattro ologrammi e così via. In pratica, ciò che rende stupefacente l’olografia è il fatto che ogni minuscola porzione della pellicola fotografica sembra contenere in sé tutte le informazioni necessarie per ottenere un ologramma completo.

Bohm postulò che lo stesso vale per l’universo: ogni sua minima frazione contiene in sé l’universo intero. Cioè, l’universo stesso non sarebbe altro che un ologramma. Bohm arrivò a formulare questa incredibile teoria a seguito di uno degli esperimenti più importanti mai compiuti nel XX secolo: quello sulla correlazione quantistica di Aspect6 effettuato nel 1982, che è considerato come la prova del fenomeno dell’entanglement quantistico, ovvero del fatto che in determinate condizioni due particelle subatomiche, come gli elettroni, sono capaci di comunicare istantaneamente tra di loro indipendentemente dalla distanza che le separa, come se ogni singola particella sappia esattamente cosa stiano facendo l’altra.

Bohm si convinse che la ragione per la quale due particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa risiede nel fatto che la loro separazione è un’illusione. Ad un qualche livello di realtà più profondo tali particelle, dunque, non sarebbero entità distinte. Per spiegare la sua teoria Bohm presentò il seguente esempio. Si prenda in considerazione un acquario al cui interno nuota un pesce. Si immagini anche che l’acquario non sia visibile direttamente da noi, ma che lo si possa vedere solo attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e l’altra lateralmente. Mentre guardiamo i due monitor televisivi potremmo pensare che i due pesci che ci appaiono sui monitor siano due entità separate. In realtà, verremmo solo tratti in errore dalla differente posizione delle telecamere che ci indurrebbe a credere che si stiano osservando due pesci distinti. Ma continuando ad osservare i due pesci, alla fine ci accorgeremo che nel momento stesso in cui uno dei due si gira, anche l’altro si girerà; quando uno guarda di fronte a sé, l’altro guarderà lateralmente.

In realtà non sono due i pesci. Ve ne è uno solo. È solo un’illusione il pensare che ve ne siano due che siano capaci di interagire istantaneamente fra di loro. Quest’illusione non sarebbe dovuta a nient’altro che al fatto che noi abbiamo solo una visione parziale della realtà che stiamo osservando. Non stiamo osservando l’acquario, che è la vera realtà oggetto della nostra osservazione, ma solo una sua parte. Ed è questa visione parziale che ci porta a credere di vedere due pesci distinti.

Secondo Bohm lo stesso principio si può applicare alle nostre particelle subatomiche. Se due elettroni ci appaiono come diversi e per di più capaci di comunicare istantaneamente tra di loro è solo perché siamo vittime di un’illusione, essendo noi in grado solo di percepire un aspetto parziale della realtà. Esisterebbe quindi un livello di realtà superiore, ciò che Bohm chiamava ordine implicito, del quale non siamo minimamente consapevoli, trattandosi di una dimensione che oltrepassa la nostra dimensione materiale, da Bohm definita come ordine esplicito, che è al contrario il mondo degli “eventi-cosa”, apparentemente separati e isolati nello spazio e nel tempo. Ma nel momento in cui la differenziazione tra le particelle subatomiche non sarebbe altro che un’illusione, in questa realtà più profonda che è l’ordine implicito tutto sarebbe intrinsecamente collegato. L’ordine implicito è il regno in cui tutte le cose e gli eventi sono racchiusi in una totalità e unità totale, in cui l’Uno è Tutto e Tutto Uno. Eppure esso è alla base dell’ordine esplicito del mondo materiale che sperimentiamo attraverso i nostri sensi. Nell’ordine implicito l’informazione è distribuita non-localmente, esattamente come in un ologramma, in cui ogni minima porzione della pellicola fotografica contiene in sé tutte le informazioni necessarie per ottenere un ologramma completo. In questo universo olografico dove domina il principio di non-località persino il passato, il presente ed il futuro potrebbero coesistere simultaneamente.

Non solo l’universo, ma anche la nostra mente potrebbe funzionare come un ologramma. Questa è la conclusione cui giunse, indipendentemente dai lavori di Bohm, anche il neurologo austriaco Karl Pribram7. E’ opinione comune che i nostri ricordi vengano immagazzinati in un’area ben precisa del nostro cervello. Se così fosse, venendo asportata o danneggiata quest’area del cervello che si reputa preposta all’immagazzinamento dei ricordi, noi li perderemmo. Invece studi empirici condotti su cavie da laboratorio sembrerebbero dimostrare il contrario.

Le prime indagini sull’argomento furono condotte dallo psicologo statunitense Karl Lashley8 con ratti, scimmie e scimpanzé. Egli cercò lungamente di identificare quell’area del cervello che si credeva depositaria dei ricordi. Per far ciò, addestrò gli animali in una varietà di compiti, che andavano dai semplici riflessi condizionati alla soluzione di problemi difficili. Successivamente sezionò e asportò chirurgicamente tratti nervosi e parti del cervello allo scopo di dimostrare che senza di essi gli animali non avrebbero potuto ricordarsi ciò che avevano appena imparato. Sorprendentemente Lashley riscontrò che le abitudini apprese venivano comunque mantenute. Egli giunse quindi alla conclusione, dal momento che la memoria non veniva distrutta anche asportando parti consistenti del cervello, che i ricordi non sono localizzati nel cervello.

Le scoperte di Lashley furono da stimolo per le ricerche di un altro psicologo, William McDougall9. Questi fece uso di normali topi bianchi da laboratorio e li addestrò in uno speciale labirinto, costituito da una vasca piena di acqua da cui i topi potevano fuggire solo nuotando verso una passerella e arrampicandosi su di essa. C’erano due uscite, una su entrambi i lati della vasca. Una delle due uscite era illuminata; ma se i topi la sceglievano ricevevano una scossa elettrica appena uscivano dall’acqua. L’altra, con la luce fioca, invece era sicura. I topi dovettero imparare che era doloroso prendere l’uscita illuminata ma sicuro prendere quella con la luce fioca. La prima generazione di cavie commise in media 165 errori prima di imparare a scegliere definitivamente l’uscita corretta. Le generazioni successive impararono sempre più rapidamente, fino a quando, alla trentesima generazione, i topi fecero una media di soli 20 errori. Anni dopo, lo stesso esperimento venne ripetuto da Francis Crew10 presso l’università di Edimburgo. Crew notò con sorpresa che la prima generazione dei suoi topi da laboratorio aveva imparato molto rapidamente, con una media di soli 25 errori. Sembrava che le sue cavie avessero ripreso esattamente dallo stesso punto in cui McDougall aveva lasciato le sue.

Gli esperimenti di Lashley, di McDougall e di Crew ci portano a considerazioni importanti. In qualche modo, pare che la memoria sia trasmissibile di generazione in generazione, e questo potrebbe essere considerato una prova a sostegno dell’ipotesi della casualità formativa di Sheldrake visto che i campi morfogenetici conterrebbero una memoria intrinseca per la quale comportamenti consolidatisi nelle generazioni passate si diffonderebbero anche presso le generazioni successive. Il che è proprio quello che l’esperimento di Crew pare dimostrare. Ma tutto ciò è anche una prova per l’ipotesi della mente olografica di Pribram. Infatti, se i ricordi presentano un carattere di ereditarietà e se gli animali possono conservare i ricordi anche dopo che viene loro asportata una parte del cervello, ciò significa che i ricordi stessi vengono immagazzinati al di fuori di questo.

Pribram si convinse che i ricordi non sono immagazzinati nei neuroni o in piccoli gruppi di neuroni all’interno del nostro cervello ma negli schemi di interferenza degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il cervello, proprio come gli schemi dei raggi laser che si intersecano su tutta l’area del frammento di una pellicola fotografica contenente l’immagine olografica. Il nostro cervello quindi non sarebbe – come è opinione comune – un qualcosa di simile ad un archivio digitale in cui immagazzinare e catalogare i nostri ricordi in maniera schematica, bensì una sorta di trasduttore11 di un’informazione che proviene da altrove, ovvero da una zona a-spaziale e a-temporale; sarebbe cioè un mezzo che ha il compito di elaborare le informazioni che i nostri sensi ricevono sotto forma di frequenze di tipo acustico, luminoso, ecc… e di trasformarle tramite un linguaggio matematico (qualcosa di simile – si pensa – alle trasformate di Fourier12) nel mondo concreto delle percezioni nel dominio dello spazio e del tempo.

Si possono ben comprendere le difficoltà nell’accettare come vero il paradigma olografico, non solo perché non vi è uniformità di vedute nei suoi riguardi all’interno della comunità scientifica ma soprattutto perché farlo per ognuno di noi significherebbe iniziare a considerare in maniera completamente diversa la realtà materiale da cui siamo circondati. Se l’universo fosse effettivamente un ologramma, dovremmo giungere alla conclusione che la materia non esiste in quanto tale, ma sarebbe solo un’illusione, ossia una serie di schemi di interferenza percepiti dai nostri sensi che il nostro cervello, ingannandoci, ci porterebbe a considerare come una realtà effettivamente concreta e tangibile. Ma è proprio in questo che consiste la nozione di Velo di Maya del misticismo induista.

Alla luce di quanto sopra esposto, le teorie stesse di Sheldrake acquistano credibilità e valore. La possibile esistenza di un campo di informazione in una dimensione a-temporale e a-spaziale, ossia ciò che Sheldrake chiama campo morfico, è perfettamente coerente col paradigma dell’universo olografico in cui vige il principio di non-località nell’ordine implicito. Analogamente, nel momento in cui la realtà materiale che ci circonda viene intesa come costituita nella sua più intima essenza da schemi di interferenza, è lecito supporre che si possano manifestare fenomeni di risonanza come quelli propri della risonanza morfica.

In natura tutta vibra. Tutti gli organismi sono strutture di attività soggetti ad oscillazioni ritmiche, vibrazioni, movimenti periodici o cicli. Negli atomi e nelle molecole, gli elettroni sono in continuo movimento vibratorio all’interno dei loro orbitali. Grandi molecole come le proteine oscillano e ondeggiano con frequenze caratteristiche. Le cellule medesime contengono innumerevoli strutture molecolari che vibrano tanto da emettere un suono caratteristico13. Dunque è possibile entrare in risonanza con tutto ciò, solo per il fatto che tutto ciò vibra.

1 https://en.wikipedia.org/wiki/Gary_Schwartz

2 https://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_da_scrivere_Sholes_and_Glidden

3 https://it.wikipedia.org/wiki/David_Bohm

4 https://it.wikipedia.org/wiki/Olografia

5 https://it.wikipedia.org/wiki/Interferenza_(fisica)

6 https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_sulla_correlazione_quantistica_di_Aspect

7 https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Pribram

8 https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Lashley

9 https://it.wikipedia.org/wiki/William_McDougall

10 https://en.wikipedia.org/wiki/Francis_Albert_Eley_Crew

11 https://it.wikipedia.org/wiki/Trasduttore

12 https://teoriadeisegnali.it/libro/html/html/libro-3.1.html

13 https://www.scienzaeconoscenza.it/blog/nuova_biologia/riprogrammare-le-cellule-attraverso-il-suono-ce-ne-parla-carlo-ventura-a-salusci