Questo vuole essere solo un articolo di riflessione sui risultati di quest’ultima tornata elettorale. In verità, non vi è molto da aggiungere a quanto già detto argutamente da molti analisti politici né si può asserire che la politica italiana susciti chissà quali genuine emozioni, essendo gli scranni parlamentari occupati spesso da decenni da autentiche cariatidi, vecchi arnesi della politica con le loro schiere di clientele, e pertanto incapaci di scaldare i cuori degli elettori. Tuttavia occorre puntualizzare come il successo elettorale della Meloni, che alla vigilia era stato dato per certo sulla base dei sondaggi, sia stato di ampia portata e di come esso sia stato enormemente amplificato dall’attuale discutibile legge elettorale, che assegna un consistente premio di maggioranza alla coalizione vincitrice. È quindi successo che il centro-destra, avendo conseguito il 43,79% delle preferenze alla Camera ed il 44,02% al Senato1, si ritrovi a beneficiare di una consistente maggioranza di seggi in parlamento, quantunque la somma dei voti ottenuti dai partiti che convenzionalmente vengono considerati come parte della sfera del centro-sinistra (fondamentalmente PD, M5S e Calenda+Renzi) sia persino maggiore delle percentuali della coalizione ufficialmente vincitrice (49,27% al Senato e 49,35 alla Camera). Ma tant’è… Non siamo certo noi che ci doliamo della disfatta elettorale delle sinistre progressiste. L’attuale legge elettorale è innegabilmente esecrabile, ma è indubbio che a parti invertite la sinistra avrebbe sproloquiato di trionfo della democrazia o qualcosa del genere.

Comunque questi sono i numeri del nuovo parlamento:

Partiamo dalle buone notizie. La prima è che il popolo italiano attraverso il voto ha rigettato in la cosiddetta agenda Draghi. I media nostrani in questi ultimi mesi non hanno mai smesso di ricordarci, a noi italiani, quanto siamo stati fortunati ad aver potuto beneficiare dei servigi di questo formidabile governante e nel contempo quanto siamo stati sprovveduti ed ingrati, avendo avuto la sfrontatezza di cacciare questo inclito statista. La sua grandezza, non a caso, sarebbe testimoniata dall’insigne onorificenza che l’eccelso ha testé ricevuto in quel di New York, dove è stato premiato come statista dell’anno2 nel corso di una cerimonia nella quale il il magnifico ha ricevuto uno tra i premi più ambiti, a forma di cornuto, direttamente dalle mani di quel grandissimo, benemerito filantropo che risponde al nome di Henry Kissinger; il tutto alla presenza dell’illuminato rabbino Arthur Schneier, cioè lo stesso che, la mattina dell’11 settembre del 2001, quando a distanza di pochi chilometri crollavano le Torri Gemelle, nella sua sinagoga di Park East a New York si stava intrattenendo a colazione con l’allora poco conosciuto presidente del World Economic Forum Klaus Schwab3.

Benché gli italiani si siano espressi così chiaramente, c’è però motivo di dubitare che l’agenda Draghi venga effettivamente accantonata. Essa resterà in auge ancora a lungo, perché questo è ciò che vogliono i poteri globalisti transnazionali che hanno appena premiato il “vile affarista, liquidatore dell’industria pubblica italiana”4 per quanto da lui fatto evidentemente non nell’interesse del popolo italiano. E certamente vi saranno immani pressioni affinché la nuova compagine governativa prosegua nel solco del predecessore. Ma è indubbio che questa non piaccia agli italiani; lo hanno fatto intendere apertamente punendo alle urne quei partiti, essenzialmente PD, Lega e M5S, che sono quelli che maggiormente vengono identificati dall’elettorato come i principali fiancheggiatori del governo dell’ex banchiere centrale. Questi partiti hanno caramente pagato in termini elettorali l’appoggio ad un esecutivo che, oltre ad averli pesantemente impoveriti, ha diviso gli italiani come mai era capitato in precedenza. Il tracollo di voti che hanno patito è stato colossale. Non se ne salva uno.

Il M5S era stato il partito di maggioranza relativa nel corso dell’ultima legislatura. Alcuni potrebbero sostenere che il movimento oggi guidato da Giuseppe Conte sia stato in grado di salvarsi in extremis. In effetti, tenendo presente come questa estate alcuni sondaggi dessero i grillini addirittura al 10%5, la ripresa che hanno alla fine manifestato ha quasi del miracoloso. Nessuno se li aspettava così avanti. Evidentemente hanno assai beneficiato del fatto di essere stati identificati da molti come coloro che hanno fatto cadere il governo Draghi. In realtà non è così perché costui si è dimesso solo perché lo ha voluto lui: mai si era visto un esecutivo dimettersi pur non essendo mai stato formalmente sfiduciato e potendo di fatto godere di una consistente maggioranza in parlamento.

Ma resta il fatto che il M5S, in poco più di quattro anni, ha più che dimezzato in termini percentuali il numero dei propri votanti. In valore assoluto, i grillini hanno perso oltre 6 milioni di elettori6, il che rende meglio l’idea di quello che oggettivamente deve essere considerato un tracollo. Nel Centro-Nord, e soprattutto al di sopra dell’Appennino, nelle regioni economicamente più sviluppate d’Italia, il M5S è ormai divenuto una forza politica residuale. Solo in poche circoscrizioni supera il 10%. Resta però un partito molto forte al Sud, principalmente nelle aree economicamente più depresse. A Napoli e provincia il M5S è stato di gran lunga il partito più votato, con oltre il 40% delle preferenze7. È evidente che questo successo parziale si spiega col fatto che presso le masse di disoccupati e diseredati del Sud il M5S viene identificato come il partito garante del reddito di cittadinanza.

Eppure lo perderanno. Questo succederà non tanto perché la Meloni è da sempre contraria a questa misura perché secondo lei “non ha funzionato, né sul lato del contrasto alla povertà né su quello delle politiche attive”8. Più che altro, lo vuole la BCE, e quindi l’Europa; la Lagarde ha appena fatto sapere che i governi nazionali dovrebbero ridurre i sussidi da destinare alla popolazione di difficoltà9, visto che in quest’Europa dove impera l’ordoliberismo più sfrenato la salute dei conti pubblici e la lotta all’inflazione hanno la priorità sul benessere dei cittadini, ormai ridotti a inutili orpelli di cui si può fare agiatamente a meno. Oltretutto si tenga presente che i trasferimenti previsti dal cosiddetto residuo fiscale (cioè la differenza tra quanto un territorio versa sotto forma di tributi allo stato e quanto da esso riceve sotto forma di servizi) verso le regioni del Sud saranno destinati a crollare, dato che la crisi economica incombente causerà inesorabilmente un crollo del gettito fiscale a partire dalle regioni del Nord, economicamente più ricche e sviluppate. Detto in poche parole, presto non vi sarà più trippa per gatti e verrà meno la possibilità stessa di finanziare quello strumento che ha per il momento salvato il M5S dal diventare sulla scena politica nazionale un partito del tutto insignificante.

Non va meglio alla Lega di Salvini, che pure aveva fatto il botto alle ultime elezioni europee. Il tracollo del Carroccio di questi ultimi tempi è stato persino più verticale di quello del M5S. Divenuta a sua volta una forza politica del tutto marginale al Sud, dove la figura di Salvini aveva comunque fatto presa sull’elettorato di destra grazie alle sue lotte contro l’immigrazione clandestina, la Lega nelle sue roccaforti del Nord subisce addirittura l’affronto di essere surclassata da Fratelli di Italia, che per tanto tempo gli elettori del Settentrione avevano percepito perfino come un partito tipicamente “romano”10. Da sempre punto di riferimento, almeno al Nord, per l’elettorato di destra, la Lega ha patito di un’autentica emorragia di voti a favore del partito della Meloni11. La leadership di Salvini è finita immediatamente sotto accusa: mentre già si invoca un congresso per una nuova strategia12, i capi storici della Lega Maroni e Bossi (quest’ultimo non eletto in parlamento per la prima volta in oltre 30 anni13) scalpitano perché gli si faccia le scarpe14.

Lungi da me l’idea di difendere Salvini, a cui non si possono perdonare i continui errori commessi a partire dalla famosa estate del Papeete, quando improvvidamente gettò alle ortiche quanto fatto durante l’esperienza, comunque discreta, del governo giallo-verde. Ma i veri responsabili del crollo della Lega sono altri. Sono principalmente quei leghisti che più pedissequamente hanno seguito l’agenda Draghi, a cominciare dai ministri Giorgetti e Garavaglia e dai governatori delle regioni del Nord, Zaia, Fontana e Fedriga, i quali con le loro misure restrittive ai tempi del lockdown, le loro spesso volgari “sparate” contro i no-vax, la loro ferrea determinazione nel contrastare tutti coloro che manifestavano ostilità verso il governo del “migliore”, hanno dato ai più la percezione di non essere affatto dissimili dai politici oltranzisti del centro-sinistra. “Per quale motivo dovrei votare per la Lega per poi ritrovarmi ad essere governato e vessato da uno che si comporta come uno Speranza qualsiasi?”, si saranno certo domandati molti elettori leghisti.

Il crollo del Carroccio era pertanto facilmente pronosticabile. Molti simpatizzanti, anche attraverso i social, avevano cercato di avvertire i loro rappresentanti politici che si stavano scavando la fossa con le proprie mani, visto che si stavano alienando le simpatie degli elettori. Non solo non sono stati ascoltati; sovente sono stati sbeffeggiati perché l’agenda Draghi non poteva essere minimamente messa in discussione. Salvini, paradossalmente, potrebbe forse aver limitato i danni con le sue ultime, ma certamente tardive, dichiarazioni in cui si è detto pentito per l’introduzione del green pass e delle altre misure restrittive di contenimento della pandemia15. In ogni caso, il tutto avviene male e troppo tardi. Le sue appaiono come lacrime di coccodrillo. Questa era una posizione che doveva assumere con fermezza quando milioni di italiani si sono ritrovati impossibilitati a svolgere il proprio lavoro se non previa esibizione di un lasciapassare vaccinale. Lo avesse fatto allora, la Lega non sarebbe oggi andata a gambe all’aria. Chi è causa del proprio male, pianga se stesso.

La Lega è sicuramente il partito che paga lo scotto maggiore per aver sostenuto il governo Draghi. A questo punto Salvini stesso, essendo la sua leadership messa pesantemente in discussione, potrebbe avere davanti a sé solo due strade. O si conforma alla volontà dell’ala “draghista” del partito, rassegnandosi all’idea di diventare lui stesso una figura marginale al suo interno, così come marginale diverrà il ruolo della Lega nella politica nazionale, essendo destinata quest’ultima ad avviarsi verso le percentuali infime che aveva nei tempi più bui. Oppure Salvini può tentare di passare al contrattacco accusando quest’ala medesima di essere la causa ultima del clamoroso tracollo elettorale della Lega. Cosa questa che oggettivamente corrisponde a verità. Ma Salvini è una figura politica sin troppo debole e ricattabile. Non è lecito aspettarsi che sia in grado di passare alla controffensiva. È molto più probabile, al contrario, che i suoi nemici possano approfittare di questa sua intrinseca debolezza per infliggergli qualcosa che potrebbe assomigliare ad un colpo di grazia.

È ora di parlare del PD. Anche questo esce da queste elezioni con le ossa a dir poco rotte. Eccome se sono rotte! Questo non è certo motivo di rammarico per noi. In fin dei conti, cosa significa l’acronimo PD? Partito democratico? O non sarà piuttosto, considerando le politiche di dissoluzione della moralità sociale di cui il PD è indiscusso protagonista, che PD significhi altro come partito diabolico? O magari dei demoni? O dei dementi, dei dannati, dei derelitti, dei deviati, dei disperati… Di democratico nel PD c’è ben poco oltre al nome, visto che i suoi adepti sono soliti etichettare come “fascisti” chiunque abbia il solo torto di non pensarla come loro. Comunque la sconfitta è stata pesantissima, per certi versi un’autentica disfatta. Sono cadute persino le roccaforti rosse della Toscana e dell’Emilia-Romagna dove il PD prevale ora solo in poche circoscrizioni16. Per la sinistra è stato un flop clamoroso. Esemplificativa la foto che segue. Letta voleva che i suoi candidati avessero “gli occhi della tigre” per maramaldeggiare in queste elezioni17. Gli occhi della Serracchiani intervistata pochi minuti dopo la chiusura delle urne, quando già si iniziava ad intravvedere la portata della sconfitta del PD, sembravano piuttosto quelli di un coniglio impaurito:

Anche in casa PD, la debacle elettorale lascerà non pochi strascichi. Il segretario Letta ha già comunicato che non intende ricandidarsi alla guida del partito18. A proposito di Letta… Oggi è tempo anche per lui di scegliere. Sì, scegliere con quale mezzo fare ritorno a Parigi: in treno oppure in aereo:

Perso il controllo persino delle sue roccaforti del Centro-Italia, al PD non rimangono altro che le ZTL delle grandi città19, le uniche in cui ancora spadroneggia. Con la probabile successione al posto di Letta della pasionaria Elena Ethel Schlein20, detta Elly, nata in Svizzera da padre statunitense di origini aschenazite, triplo passaporto (americano, italiano ed elvetico), ricchissima di famiglia, bisessuale conclamata, si suggella la definitiva trasformazione della sinistra italiana, quella che una volta lottava per la dittatura del proletariato, nella gauche au caviar mondialista e apolide, benestante ma rigorosamente gender fluid.

Per fortuna le buone notizie non finiscono qui. Complice la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari, sono tanti quei politici di lungo corso, spesso molto invisi alla parte avversa, che devono dire addio al loro tanto amato scranno parlamentare. Detto di Bossi, tra i “trombati” possiamo ricordare Monica Cirinnà (ma il suo facoltoso cane provvederà ai fabbisogni della famiglia), Luigi Di Maio (potrà ora richiedere l’erogazione del reddito di cittadinanza finché non ritornerà a fare il bibitaro al San Paolo), Lucia Azzolina (ha sempre davanti a sé un futuro come venditrice porta a porta di banchi a rotelle), Emma Bonino (l’attende un ben particolare torneo di Bridge in un posto caldo), Teresa Bellanova (muscolose braccia rubate all’agricoltura), Emanuele Fiano (lui, che vede fascisti ovunque, sconfitto nell’ex Stalingrado d’Italia addirittura dalla sua nemesi, ovvero la figlia dell’ex missino Rauti). Ma possiamo annoverare anche Vicenzo Spadafora, fedelissimo di Di Maio, Stefania Prestigiacomo, ex ministro berlusconiano, i piddini Andrea Romano ed Andrea Marcucci, il noto critico Vittorio Sgarbi, nonché Gianluigi Paragone che col suo partito Italexit non ha superato la soglia di sbarramento21. Credo di non fare alcun torto al lettore nel dire che molti tra di loro non ci mancheranno affatto.

Queste le buone notizie. Ora passiamo alle altre. Il primo dato da tenere in considerazione è l’altissimo livello di astensionismo, cosa che per altro era largamente prevedibile. Mai così pochi elettori si sono presentati alle urne: oltre un italiano su tre non ha votato (ben il 36,09%). Si tratta obiettivamente di un dato clamoroso, a maggior ragione tenendo presente che per buona parte della storia della nostra repubblica la percentuale di votanti si è sempre mantenuta al di sopra della considerevole soglia del 90%22. Al numero degli astenuti occorre anche aggiungere quello delle schede bianche. A differenza di chi non si reca fisicamente alle urne, chi presenta scheda bianca viene considerato come se abbia a tutti gli effetti votato. Pertanto viene considerato nel calcolo dell’affluenza al voto.

Ciononostante, è chiaro che oltre il 40% degli italiani non ha voluto esprimere una preferenza per un partito piuttosto che per un altro. Si dice che chi non vota non esiste, che il voto non solo è un diritto imprescindibile del cittadino ma un suo dovere preciso, perché non votando egli rinuncia alla possibilità di determinare il futuro di se stesso e di tutti coloro coi quali è tenuto a convivere. Ma se così tanti nostri connazionali non hanno votato, o comunque non hanno voluto esprimere una preferenza, ciò significa nel migliore dei casi che non si sentono rappresentati da alcuna forza politica, per cui non se la sono sentita di andare a votare per persone in cui non ripongono fiducia; nel peggiore, che non credono più nel sistema.

Cioè ritengono che il nostro non sia più un paese democratico, che la sovranità non appartenga affatto al popolo, e che votare fondamentalmente sia inutile perché chiunque salga al potere, questi non farà mai gli interessi del popolo da cui pure trae la propria legittimazione a governare. Comunque la si voglia pensare, è pur sempre una presa di posizione. Indubbiamente sono in molti a non capire le ragioni di coloro che non hanno votato, spesso reputati non necessariamente dei cattivi cittadini, ma forse piuttosto dei pusillanimi che non hanno coscienza di ciò che fanno. Al contrario, gli stessi potrebbero rivendicare che la loro è stata una scelta coerente, dettata da una presa di coscienza ben precisa. In altre parole questi ultimi, scegliendo di non votare, semplicemente si rifiuterebbero di concedere il proprio avvallo ad un sistema che considerano troppo marcio ed irredimibile perché non si sentano in dovere di esprimere una qualche forma di rigetto.

Questo spiegherebbe perché i partiti cosiddetti anti-sistema, come Italexit di Paragone, Italia Sovrana e Popolare di Rizzo, e Vita di Sara Cunial, abbiano ottenuto un consenso davvero modesto, anche inferiore alle attese, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento23. Anche se indubbiamente in alcuni casi hanno presentato dei candidati sicuramente validi, persone di specchiata onestà e di capacità indiscusse, che sovente hanno pagato sulla propria pelle le iniquità del sistema, questi partiti (che hanno comunque commesso l’errore di non presentarsi in coalizione) non hanno evidentemente trasmesso al loro potenziale bacino di elettori la convinzione di essere realmente tali, cioè di essere in tutto e per tutto una vera alternativa. Perché in realtà erano questi i partiti che avrebbero dovuto invogliare gli indecisi a recarsi fisicamente alle urne. Se alla fine così tanti italiani hanno optato per l’astensione, è forse perché molti di loro, informandosi e ponderando, si sono convinti che neppure questi partiti cosiddetti anti-sistema fossero quell’alternativa di cui erano alla ricerca.

E qui veniamo alle note dolenti. Queste elezioni sono state un successo clamoroso per la Meloni, capace di portare Fratelli di Italia ad essere largamente il primo partito in Italia, quando solo 9 anni fa non raggiungeva neppure il 2% dei consensi24. Mentre rispetto all’ultima tornata elettorale quasi tutti gli altri partiti politici hanno perso milioni di voti (il PD qualcosa meno, ma sono sempre tantissimi gli elettori che ha perso), FdI ne ha guadagnati quasi 6 milioni25. Una cifra sbalorditiva! Ora, perché chiamare “nota dolente” l’affermazione della Meloni, visto e considerato la scoppola della sinistra e la mancata rielezione di tanti personaggi discutibili? In verità, non siamo al livello dei decerebrati studenti del Liceo Manzoni di Milano che, soffrendo di analfabetismo funzionale, non riescono a comprendere che rigettare l’esito di una votazione svoltasi secondo canoni democratici universalmente accettati non è affatto sinonimo di democrazia, semmai del suo contrario26.

Sicuramente ci si rende conto che il compito che spetta al nuovo esecutivo è quanto mai improbo. Le bollette, l’inflazione, la chiusura delle fabbriche, la disoccupazione, i venti di guerra, le pressioni internazionali, ecc… sono tutti fattori che – per usare un eufemismo – non renderanno la vita facile al nuovo governo. Anzi, vi è già chi scommette che questo avrà vita breve. Carlo Calenda, che col suo terzo polo assieme al compare Matteo Renzi è stata una sorpresa per certi versi superiore a quello della Meloni (nessuno avrebbe mai pensato alla vigilia delle elezioni che Azione+Italia Viva sarebbero giunte assieme a sfiorare l’8%!), si dice convinto che il governo che si formerà durerà solo qualche mese. Egli, confidando non solo sulla difficilissima congiuntura internazionale, ma anche sul fatto che il centro-destra appare come “una coalizione super litigiosa, con una classe dirigente inesperta e incompetente”27, punta apertamente a fare da ago della bilancia e – perché no? – a far persino cadere il nuovo governo. Gli fa eco l’alleato Renzi che, spavaldo come sempre, si vanta di come sia una sua specialità quella di far cadere i governi28. Conoscendo quanto sia stato bravo, ad esempio, nel fare le scarpe sia a Letta sia a Conte (fu grazie a lui, non scodiamocelo, che Draghi arrivò a Palazzo Chigi), fossi nella Meloni non prenderei sotto gamba questa “minaccia” di Renzi. Il terzo polo, forte di un consenso elettorale che non si pensava potesse raggiungere e che ha lasciato molti di stucco, potrebbe realmente rivelarsi una spina nel fianco.

Altresì è noto come la UE non veda di buon occhio l’affermazione della Meloni. Le recenti dichiarazioni della fattrice Von der Leyen, secondo cui se in Italia “le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo degli strumenti, come nel caso di Polonia e Ungheria”29, fanno dubitare che al centro-destra al potere venga concessa quell’autonomia necessaria per compiere scelte politiche che dovrebbero riguardare unicamente il popolo italiano. Persino il primo ministro francese, Borne, non ha saputo esimersi dall’intromettersi negli affari italiani30 (come se in patria non avesse abbastanza gatte da pelare). Il fatto stesso che Mattarella non abbia preso aperta posizione contro queste indebite intromissioni dall’estero, difendendo di fatto l’integrità delle elezioni, non lascia sperare per il meglio.

Tuttavia, la ragione della nostra preoccupazione è ben altra. Per riassumerla, basti dare un’occhiata a quanto segue:

Ora, è sì consuetudine ringraziare tramite i social i capi di stato che si sono precedentemente congratulati per una vittoria elettorale. E Zelens’kyj lo è a tutti gli effetti (per ora). Ma non occorre essere dei geni per capire che Zelens’kyj, con questo suo tweet di complimenti, sottintendeva: “sì, ok, bella, brava, bis! Ma non ti dimenticare, mia cara Giorgia, di continuare a rifornirci di armi e di soldi per la guerra alla Russia”. E la Meloni, che con ogni probabilità verrà incaricata di formare il nuovo esecutivo, si impegna – si spera solo pro-forma – a garantire la continuazione di questi aiuti.

Senonché alla Meloni occorrerebbe ricordare un paio di cosette. Anche se il tutto viene fatto in nome della democrazia, i Russi non è che siano così contenti di vedere l’Ucraina inondata di armamenti occidentali, che poi vengono sistematicamente utilizzati per uccidere i loro soldati ed i loro civili. Pensa un po’: hanno l’ardire di considerarlo un atto di guerra! Al momento, formalmente, nessuna guerra è stata dichiarata tra Ucraina e Russia, tanto che i Russi la definiscono una speciale operazione militare di de-nazificazione. Ma pur sempre di una guerra si tratta. Anzi, di una guerra di procura tra Russia e NATO, per essere maggiormente precisi.

Si dà il caso che in questi stessi giorni nelle repubbliche separatiste dell’Ucraina orientale si sia svolto un referendum per l’annessione alla Russia. La cosiddetta comunità internazionale non riconoscerà l’esito di questo referendum (ça va sans dire, conclusosi con la ferma volontà della popolazione locale di entrare a far parte della Federazione Russa31).

Ai Russi che la comunità internazionale si indigni per questa annessione non frega nulla. Si annetteranno quei territori e da quel momento in poi li considereranno russi al 100%. Il che significa che il giorno in cui si dovesse avverare un qualsiasi atto ostile da parte dell’Ucraina nei confronti di quei territori (cosa questa che si verifica a scadenza pressoché giornaliera da otto anni a questa parte), il Cremlino reagirà considerandolo un atto di guerra tout court, a cui dare seguito militarmente. Cioè, molto probabilmente, dichiarando la mobilitazione generale e quindi ufficialmente la guerra all’Ucraina. Vorremmo sommessamente ricordare alla Giorgia Meloni che, se manterrà la promessa data a Zelens’kyj attraverso Twitter, quel giorno potremmo ritrovarci noi italiani in guerra contro la più grossa potenza nucleare del mondo. Fa ancora in tempo a pensarci su e a decidere di rimangiarsi la parola data. Sarebbe auspicabile.

Oltretutto, proprio in questi giorni si parla insistentemente (e non potrebbe essere diversamente) del probabile sabotaggio ai gasdotti North Stream I e II, verosimilmente fatti esplodere con del tritolo. Chi sarà mai stato? Boh? Mistero! Qualcuno ha qualche sospetto. Il noto anchorman americano Tucker Carlson ha avanzato l’ipotesi che a far esplodere i gasdotti sia stata… l’America32! Oh, ma si può essere tanto maliziosi!? Incolpare il proprio governo di una tale nefandezza! E questo per cosa? Solo perché alcuni mesi fa Joe Biden aveva espressamente dichiarato che qualora la Russia avesse invaso l’Ucraina “non ci sarebbe stato più alcun North Stream II” e che “vi avrebbero messo fine”33? Solo perché la Nuland, che è un nome ben noto in Ucraina, aveva proferito lo stesso concetto34?

Cattivone, di un Tucker! Noi dissentiamo da questo tuo pensiero. Tuttavia occorre rimarcare che chiunque abbia compiuto questo sabotaggio, beh, questo qualcuno ha di fatto dichiarato guerra alla Germania, e con essa all’Europa tutta, perché minare le capacità di approvvigionamento energetico di un paese consegnandolo alla povertà equivale ad un atto di guerra. L’Europa è dunque in guerra contro questo misterioso sabotatore, chiunque esso sia. E sarebbe d’uopo che il nascente governo italiano si chiarisca le idee, tenendo ben presente con chi si sia in guerra. Non vorremmo che si prendessero fischi per fiaschi, finendo col considerare nemici gli amici ed i nemici amici. Il che non sarebbe certo una novità in una società come la nostra dove di continuo chiamiamo il bene male, ed il male bene. Solo che questa volta si rischia grosso: una guerra termonucleare, tanto per gradire.

Malauguratamente, ci tocca ammettere che forse Calenda non ha tutti i torti nel definire incompetente la nuova classe dirigente del centro-destra. Quanto meno, è un dubbio legittimo (anche se chiaramente la sinistra è infinitamente peggio per tanti altri motivi). La Meloni – temiamo – difficilmente si sgancerà da quei poteri tipicamente atlantisti a cui viene continuamente invitata ad aderire. Lei stessa fa parte dell’Aspen Institute, e questo un qualcosa vorrà dire. Solo che ciò non è propriamente la cosa giusta per il paese. Dovendo noi stessi scommettere, faremmo come Calenda: scommetteremo sulla vita breve di questo esecutivo.

Quanto avverrà nel prossimo futuro, ci immaginiamo, sarà gestito con molta difficoltà dal nuovo esecutivo. Quel che è peggio, è che l’Italia vi arriva disunita come non mai. Nel nostro “lucidissimo e chiaroveggente articolo” di alcuni giorni fa35 (eh eh, tranquilli, non mi voglio elogiare da solo, è solo uno scherzo), avevamo scritto che il PD era disposto a sacrificare le proprie chance di successo elettorale pur di adempiere ad un compito occulto: quello di porre l’elettorato italiano di fronte ad una scelta di campo al solo scopo di favorire il divide et impera. Purtroppo vi è il timore che vi siano riusciti.

Queste elezioni, pur segnando una sconfitta apparentemente storica per la sinistra, sono l’ennesima conferma della frammentazione della società italiana. Le linee di faglia sono molteplici. Persino la classica dicotomia destra vs sinistra, che per tanto tempo ha portato a scontri pure violenti in Italia, oggi in qualche modo sembra superata e confinata solo nelle menti degli analfabeti funzionali pseudo-progressisti, non in grado di intendere e forse neppure di volere, e che non si rassegnano all’idea che l’altro possa avere opinioni diverse dalle proprie. Per certi versi, la storica contrapposizione campanilistica tra Nord e Sud del paese si è acuita. Il fatto che il M5S, prossimo all’estinzione al Nord, rimanga in molte aree del Sud il partito largamente più votato per via del fatto che è garante del reddito di cittadinanza, così inviso invece agli elettori di destra del Settentrione che infatti hanno votato in massa per partiti che se ne sono sempre detti contrari, testimonia del fatto che le due grandi aree del paese tendono ormai a volere ed auspicare per sé cose diverse, se non inconciliabili.

A queste storiche divisioni – ricordavamo nel precedente articolo – in questi ultimi anni se ne sono aggiunte altre due: quella tra no-vax contro pro-vax e quella tra filo-russi contro filo-ucraini. Il tracollo elettorale dei partiti che hanno sostenuto con maggior impegno il governo Draghi testimonia direttamente di quanto divisive, per non dire peggio, siano state percepite le misure che esso ha intrapreso. Troppe persone ne sono uscite profondamente ferite per poter ancora accordare fiducia a quegli stessi partiti e politici in cui avevano sempre creduto. Per costoro c’è stato un prima ed un dopo. Le sofferenze patite le hanno portate a varcare il Rubicone; oggi non sono più le stesse persone di prima, le loro priorità sono cambiate e non sono più disposte a tollerare ciò su cui prima potevano anche chiudere un occhio

A tutte queste suddivisioni oggi, dopo queste elezioni, se ne è aggiunta un’altra: quella tra astensionisti e votanti. I primi si sono rifiutati di votare per una sorta di crisi di rigetto, non volendo più accordare fiducia ad un qualcosa a cui non credono più. I secondi, non capendo forse le ragioni dei primi, potrebbero accusarli di ignavia e di aver mancato ai propri doveri di cittadino. Anche i cosiddetti partiti anti-sistema, che promettevano cambiamento qualora fossero entrati in parlamento, potranno incolpare gli astenuti del loro insuccesso. Se non vi sarà cambiamento – si potrà sempre sostenere – è perché troppa gente ha preferito poltrire sul divano anziché mettersi in coda ai seggi. Similmente, i milioni di elettori che hanno riposto in Giorgia Meloni le proprie istanze di cambiamento, nel momento in cui la stessa si dovesse ritrovare con le mani legate ed impossibilitata a compiere il proprio dovere, potrebbero rimpiangere il fatto che, se molta più gente fosse andata a votare, il maggior sostegno popolare le avrebbe garantito un potere inscalfibile.

Ecco, il PD esce sconfitto da queste elezioni ma in qualche modo le ha vinte. Le ha vinte perché ha servito, pur perdendo, i suoi veri padroni. Non è da tutti continuare a governare pur perdendo le elezioni. Il PD ci è riuscito, complice anche il Quirinale, per più di dieci anni. Ma ormai, dopo questo lasso di tempo, si era troppo logorato e compromesso. Non era più spendibile, almeno come partito di governo. Nell’impossibilità di trovare un’alternativa, non restava che chiedere al PD un’ultima missione: immolarsi perdendo le elezioni ma indebolendo il paese dividendolo in contrapposte fazioni. Oggi l’Italia è debole, debolissima e non sarà certo la Meloni il salvatore della patria. Anzi. Alla fine, il PD ci è riuscito ancora una volta. Verrebbe da dire: missione compiuta.

Perciò la Scrittura dice: «Risvegliati, o tu che dormi, risorgi dai morti, e Cristo risplenderà su di te». Badate dunque di camminare con diligenza non da stolti, ma come saggi, riscattando il tempo, perché i giorni saranno malvagi.

Efesini 5: 14 – 15 -16

  • 1 https://elezioni.interno.gov.it/senato/scrutini/20220925/scrutiniSI
  • 2 https://tg24.sky.it/mondo/2022/09/20/draghi-premio-statista
  • 3 https://www.maurizioblondet.it/schwab-l11-settembre-2001-era-a/
  • 4 https://www.youtube.com/watch?v=E6PbcgwzsYo
  • 5 https://www.repubblica.it/politica/2022/07/08/news/sondaggi_politici_supermediayoutrend_m5s_dimaiani-356958472/
  • 6 https://www.ilriformista.it/giuseppe-conte-perde-6-milioni-di-voti-ma-urla-abbiamo-vinto-320861/
  • 7https://napoli.repubblica.it/cronaca/2022/09/27/news/reddito_effetto_trascinamento_a_napoli_a_scampia_il_m5s_supera_il_60_per_cento-367527374/
  • 8 https://www.ilsussidiario.net/news/reddito-di-cittadinanza-abolito-con-meloni-premier-va-cancellato-non-funziona/2411440/
  • 9 https://www.maurizioblondet.it/lagarde-governi-riducano-sussidi-su-cibo-e-carburante/
  • 10 https://www.repubblica.it/politica/2022/09/26/news/crollo_della_lega_in_veneto-367475353/
  • 11 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/27/elezioni-2022-i-flussi-ixe-ha-votato-fdi-quasi-meta-degli-elettori-leghisti-del-2018-il-m5s-e-il-primo-partito-tra-i-poveri-il-pd-tra-gli-over-65/6818205/
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  • 17 https://www.ilriformista.it/letta-occhi-di-tigre-laffondo-a-meloni-e-al-centrodestra-solo-vittimismo-e-alla-mancata-evoluzione-di-conte-311925/
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  • 21 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/27/da-bellanova-a-fiano-da-cirinna-a-rossi-fino-a-pillon-ecco-gli-esclusi-illustri-della-prossima-legislatura/6818612/
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  • 23 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/26/da-paragone-a-de-magistris-rizzo-e-cunial-le-liste-dei-leader-antisistema-restano-fuori-dal-parlamento-ma-tutti-vanno-meglio-di-di-maio/6817266/
  • 24 https://it.notizie.yahoo.com/il-boom-di-fratelli-ditalia-101240079.html
  • 25 https://www.tgcom24.mediaset.it/elezioni/politiche-2022/elezioni-per-fdi-quasi-5-9-milioni-di-voti-in-piu_55323969-202202k.shtml
  • 26 https://www.panorama.it/news/politica/liceo-manzoni-occupazione-anti-democrazia
  • 27 https://www.today.it/politica/elezioni/politiche-2022/calenda-governo-meloni-4-6-mesi.html
  • 28 https://www.ilgiornale.it/news/politica/renzi-affila-unghie-mi-chiedono-far-cadere-governo-mia-2070489.html
  • 29 https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/09/22/von-der-leyen-se-italia-come-ungheria-abbiamo-strumenti-_2c1171e1-4b3d-476a-9cf6-677e0a0d5f19.html
  • 30 https://tg24.sky.it/mondo/2022/09/26/elezioni-2022-giorgia-meloni-elisabeth-borne-francia
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  • 32 https://www.mediaite.com/tv/tucker-carlson-suggests-joe-biden-blew-up-the-nord-stream-pipeline-did-the-biden-administration-really-do-this/
  • 33 https://www.youtube.com/watch?v=OS4O8rGRLf8
  • 34 https://www.youtube.com/watch?v=RLeAgMF0Q6Y
  • 35 https://www.orazero.org/alcool-acqua-sale-e-olio/