Qua e là sparsi per tutta Italia esistono dei luoghi particolarmente insoliti in cui si ha la possibilità di assistere ad effetti alquanto bizzarri, tali da aver portato la popolazione locale a battezzarli con nomi decisamente folcloristici. Stiamo parlando delle cosiddette salite in discesa1, che altro non sono che brevi tratti di strada, apparentemente in salita, in cui oggetti lasciati liberi di rotolare, come un pallone per esempio, anziché procedere in discesa danno l’impressione di risalire la pendenza, muovendosi come se in qualche modo sfidassero le leggi della fisica.

In realtà siti del genere sono presenti un po’ in tutto il mondo; sono pure diventati per questa loro bizzarria luoghi di attrazione turistica2. In Italia sono presenti in quasi tutte le nostre regioni3. Magari ne avete una vicina a casa e non ne avete mai sentito parlare! L’esempio di salita in discesa più famoso in Italia è quella di Ariccia, nella zona dei Castelli Romani, posta al chilometro 11,6. lungo la strada regionale 218. Diversi anni fa il sito balzò agli onori della cronaca televisiva essendo stata oggetto addirittura di una puntata di Superquark, il famoso programma di “divulgazione scientifica” condotto da Piero Angela.

Nel corso di questo vecchio episodio, Angela ed i suoi collaboratori ebbero modo di dimostrare che il particolare effetto riscontrato, quello per il quale gli oggetti lasciati liberi di rotolare danno l’impressione di risalire anziché di discendere la pendenza, non sarebbe altro che una mera illusione ottica che dipende dal fatto che i nostri occhi hanno capacità limitate, ragion per cui ci fanno percepire come in salita un tratto di strada che è in realtà in discesa, ma con una pendenza blanda, compreso però tra due tratti di strada anch’essi in discesa ma dalla pendenza più accentuata. In pratica, questo è quello che i nostri occhi ci inducono a credere che sia:

Ma questo sarebbe ciò che è invece nella realtà:

Di tale opinione sono anche i vari debunker di professione che nel corso degli anni si sono interessati all’argomento4. Una prova decisiva proverrebbe secondo loro dall’uso di una semplice livella a bolle, del tipo di quelle utilizzate nei cantieri edili, in grado di confermare che tutte quei tratti di strada che paiono in salita sono invece in discesa5.

Storia finita? Non esattamente. Tanti altri non credono a questa spiegazione “ufficiale”. D’altronde basta dare un’occhiata ai tantissimi video sul web, come quello sopra postato, per farsi venire dei dubbi: quelle che ci vengono indicate come strade che il nostro occhio fallacemente percepirebbe come in salita quando in realtà sarebbero in discesa sembrano, ad onor del vero, “troppo in salita” perché il tutto possa essere catalogato come semplice illusione ottica. Questi dubbiosi pensano piuttosto che il fenomeno nasconda qualcosa di più profondo, e cioè delle vere e proprie anomalie nel campo gravitazionale. Se fosse veramente così, strumenti come livelle a bolla ma anche barometri ed altri semplici strumenti gravimetrici non sarebbero più indicati per effettuare le misurazioni, trattandosi appunto di strumenti che di riffa o di raffa fanno perno sulla forza di gravità. Le prove ottenute tramite di essi non dovrebbero essere più considerate come conclusive .

Alcune obiezioni alla teoria dell’illusione ottica possono essere fatte semplicemente recandosi sul posto, ad Ariccia, ed osservando di persona. Il giornalista e saggista Marco Pizzuti6 si interessò al fenomeno e ideò un semplice e funzionale test che mise in pratica sulla salita in discesa di Ariccia utilizzando una macchina fotografica di uso professionale. L’apparecchio venne fissato su un cavalletto e la parte inferiore dell’obiettivo fu appositamente mascherata in modo da avere una visuale solo attraverso la sua parte superiore7. In linea di massima, attraverso questo obiettivo parzialmente coperto nella sua parte inferiore, di un oggetto posto a poca distanza dalla macchina stessa potremmo scorgere solo la parte superiore.

Se questo oggetto fosse collocato su un pendio in salita, allontanandolo progressivamente dall’apparecchio vedremmo emergere una porzione sempre più grande della figura.

Il tutto viene meglio rappresentato nella seguente figura:

Viceversa, se l’oggetto osservato fosse collocato lungo una leggera discesa, man mano che fosse posto a maggiore distanza dalla macchina fotografica, noteremmo la sua figura scomparire sotto la linea inferiore di visuale.

Sicché, se quanto succede ad Ariccia fosse solo frutto di un’illusione ottica, la sagoma di una persona che si allontani progressivamente dall’apparecchiatura fotografica lungo quel tratto particolare di strada dovrebbe portare a qualcosa di simile a quanto descritto nella prima delle due precedenti figure. Invece succede esattamente il contrario: la sagoma della persona, man mano che si allontana dall’apparecchio fotografico, tende a scomparire al di là di un dosso chiaramente visibile sul posto anche ad occhio nudo.

Per di più, vi è un altro paio di elementi da tenere in considerazione. Prima di tutto, strano fenomeno della salita in discesa di Ariccia non si verifica lungo l’intera salita: in prossimità del dosso sopra menzionato gli oggetti lasciati liberi di rotolare si bloccano di colpo, mentre dovrebbero continuare il loro moto anche oltre se il tutto fosse un’illusione ottica. Per di più, essi tendono tutti a rotolare verso il centro della strada, e non parallelamente ad essa.

Tutte queste osservazioni confermerebbero che quella che ad occhio nudo ci pare una salita – ma che ci viene detta essere al contrario una discesa – è in verità proprio una salita. Ma allora, cosa succede in quei brevi tratti di strada, cui spesso il folklore popolare ha conferito nomi fantasiosi del tipo “salita del diavolo”? Vi si verificano realmente anomalie del campo gravitazionale? Malgrado quanto dicono i debunker di professione, parrebbe proprio che sia così. Infatti, in prossimità della salita in discesa di Ariccia è stata misurata con appositi strumenti professionali una variazione della forza di gravità rispetto al normale pari al 3,2%8. Si tenga presente che minime variazioni nella distribuzione della forza di gravità sulla superficie terrestre sono la norma. Infatti la forza di gravità tende ad essere leggermente maggiore là dove vi sono grosse catene montuose, come le Ande e l’Himalaya, semplicemente perché là vi è più massa. Se sul nostro pianeta la forza di gravità si distribuisse in maniera perfettamente omogenea, la Terra non avrebbe la forma di una sfera (di un geoide a essere più precisi), ma quella sgraziata di una patata. Però le differenze, anche là dove effettivamente presenti, sono generalmente minime, nell’ordine di millesimi, e comunque non tali da portare un’autovettura lasciata in folle a risalire la pendenza. Una differenza del 3,2% è effettivamente un evento eccezionale.

Esisterebbe tuttavia una certa teoria scientifica, invero non molto conosciuta, che ci potrebbe venire in aiuto per tentare di spiegare ciò che succede nel caso di queste salite in discesa. Questa teoria venne elaborata da due scienziati russi, all’epoca sovietici, neppure particolarmente famosi: Alexey Dmitriev e Wjatscheslaw Djatlov (curiosamente quest’ultimo porta lo stesso nome di uno dei tecnici9 considerati tra i massimi responsabili del disastro alla centrale nucleare di Chernobyl, nonché del capo-spedizione del terribile incidente del passo di Djatlov quando un gruppo di escursionisti trovò tra le nevi degli Urali una morte orribile10).

La teoria da loro elaborata è detta dei domini di vuoto. Secondo i due studiosi russi, per motivi non ancora del tutto compresi (potrebbero c’entrare in qualche modo anche l’attività solare e forse anche le zone di faglia presenti sulla Terra), in certe zone di vuoto si verrebbe a creare un disequilibrio tra masse positive e masse negative a causa del quale l’elettricità e la forza gravitazionale tenderebbero a coincidere legandosi intrinsecamente l’una con l’altra. Queste particolari zone prenderebbero allora il nome di domini di vuoto. Per semplificare, secondo la teoria elaborata dai due scienziati, potremmo dire che nell’universo il vuoto non esisterebbe in quanto tale ma sarebbe la risultante della reciproca interazione tra masse eguali in valore assoluto, ma le une negative e le altre positive, che si controbilancerebbero fino ad annullarsi, dando così origine a ciò che noi chiamiamo appunto vuoto, con cui intendiamo invece l’assenza vera e propria di materia11.

È concettualmente difficile immaginarsi qualcosa con una massa negativa, cioè un qualcosa che dovrebbe avere un peso negativo di, ad esempio, -1 chilogrammo. La massa è – per definizione – positiva. Almeno così siamo portati a pensare. Tuttavia, in fisica teorica ed in astrofisica il concetto di massa negativa è ben radicato perché fornisce una valida spiegazione ad alcune singolari osservazioni fatte su certe galassie incredibilmente lontane dal nostro sistema solare. La teoria del Big Bang ci dice che l’universo è in continua espansione e che le galassie si allontanano costantemente l’una dall’altra. L’allontanamento di una galassia fa sì che, per effetto Doppler, la luce che da essa giunge fino a noi sulla Terra tenda a spostarsi verso il colore rosso (fenomeno questo chiamato red shift12).

In anni recenti, tramite il telescopio spaziale Hubble è stato possibile osservare la presenza di galassie che – per così dire – ci appaiono come “troppo rosse”, cioè troppo distanti dal nostro sistema solare, come se avessero avuto una velocità di allontanamento da risultare ancora più antiche rispetto all’intero universo. In realtà si sarebbero allontanate dal centro dell’universo ad una velocità maggiore a quella sinora creduta possibile. Questo sarebbe successo perché sarebbero state soggette ad una forza antigravitazionale esercitata da masse negative che avrebbe accresciuto la loro velocità di allontanamento13.

La massa negativa non è comunque da confondersi con l’antimateria. Sono due cose distinte. Ad esempio, il positrone è sì l’antiparticella dell’elettrone, perché il primo ha carica positiva, il secondo negativa; ma entrambi hanno massa positiva. Una particella con massa negativa sarebbe invece in grado di esercitare una forza antigravitazionale.

Secondo Djtalov e Dmitriev – si diceva poc’anzi – in certe condizioni si possono verificare questi domini di vuoto dovuti ad uno squilibrio tra masse positive e negative ed in cui la gravità può trasformarsi in elettricità, e viceversa. Questo significa che la forza antigravitazionale al loro interno sarebbe generata da nient’altro che l’elettricità. Le salite in discesa sarebbero dunque dei luoghi in cui, manifestandosi per motivi non ancora del tutto chiariti uno squilibrio tra masse negative e positive, l’elettricità ivi naturalmente presente altera il normale campo gravitazionale permettendo dunque ad oggetti anche di grosse dimensioni, una volta lasciati liberi di rotolare, di risalire la pendenza sfidando così apparentemente le leggi della fisica.

Ma in un dominio di vuoto può anche succedere il contrario, e cioè che la forza gravitazionale si trasformi in elettricità. La teoria dei domini di vuoto, quindi, ci suggerisce una probabile spiegazione per l’origine dei cosiddetti fulmini globulari14, su cui la scienza non ha ancora fatto pienamente chiarezza. Semplicemente, al pari delle alterazioni nei campi gravitazionali riscontrabili nelle salite in discesa, i fulmini globulari si formerebbero in domini di vuoto in cui la forza di gravità si trasforma in energia elettrica.

Ma vi è un altro aspetto di questa teoria dei due scienziati russi da tenere in debita considerazione: essa ci suggerisce implicitamente che, nel momento in cui si fosse in grado di padroneggiare l’equilibrio esistente tra masse positive e negative, diverrebbe in linea teorica possibile alterare il campo gravitazionale terrestre in modo che potremmo arrivare, addirittura, al punto di costruire appositi veicoli con cui voleremmo sfruttando la forza antigravitazionale. Sarebbe un’invenzione stupefacente, epocale, probabilmente la più grande innovazione tecnologica della storia. Sarebbe qualcosa che cambierebbe radicalmente per sempre il corso stesso delle nostre esistenze. Questi nuovi mezzi di locomozione sarebbero più simili ad un vero e proprio UFO che ad un aereo; e magari renderebbero possibili persino i viaggi interplanetari verso mondi sconosciuti. Ma soprattutto una tecnologia del genere metterebbe a disposizione del genere umano uno spettro pressoché sconfinato di nuove applicazioni, le cui ripercussioni sulla vita di ciascuno di noi sarebbero inimmaginabili.

Ma rimaniamo coi piedi per terra. Alla fine, stiamo solo sognando ad occhi aperti. Per il momento queste sono solo fantasticherie. Ma il fatto stesso che fisici e ingegneri di tutto il mondo ci lavorino indefessamente ormai da decenni, dimostra che non si tratta solo di un sogno di visionari totalmente scollegati dalla realtà. In ambiente scientifico lo sviluppo di una tecnologia antigravitazionale è visto come una possibilità concreta alla quale si spera di poter arrivare in un prossimo futuro. Però – si sa – tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare. Gli obiettivi che si vogliono raggiungere sono così ambiziosi che i nostri sforzi rischiano di non venir mai premiati. Facilmente potremmo rimanere con un pugno di mosche in mano. Potremmo anche arrivare ad avere una più piena comprensione di cosa sono i domini di vuoto ma senza che questo comporti la reale possibilità di sfruttare appieno un’eventuale forza antigravitazionale. Che peccato! Sarebbe stato così bello cullare questo sogno…

O forse non è affatto un sogno?

L’idea di costruire mezzi in grado di volare sfruttando una sorta di forza antigravitazionale è, per così dire, vecchia come il cucco. È cosa risaputa che i tedeschi, durante gli anni della seconda guerra mondiale, tentarono di sviluppare una particolare forma di vettori, chiamati V-7, in tutto e per tutto simili a quelli che il grande pubblico chiama oggi UFO. Infatti ci si riferisce a loro come UFO nazisti o Haunebu15.

Il programma nazista di sviluppo di nuove tecnologie, le cosiddette armi segrete di Hitler, era indubbiamente molto avanzato. Lo prova chiaramente il fatto che l’accelerata nel progresso tecnologico di cui gli Americani godettero dopo la fine della guerra non sarebbe stato in alcun modo possibile senza il fondamentale contributo delle migliaia di ingegneri e scienziati del Reich che vennero fatti espatriare dagli alleati attraverso la nota operazione Paperclip16. Werner Von Braun, che in qualche modo può essere considerato come il vero padre della NASA, era uno di loro: aveva lungamente lavorato negli anni della guerra nella base segreta di Peenemünde, sul mar Baltico, alle dipendenze del brillante generale Walter Dornberger17.

Le cosiddette armi segrete di Hitler sono tuttora avvolte in un alone di mistero, a metà strada tra storia e mito. Difficile sapere cosa ci fosse di verosimile in ciò che i tedeschi progettarono e misero in pratica e cosa invece va inteso solamente alla stregua di una “leggenda metropolitana”, una narrazione mitica sconnessa dalla realtà. Anche perché – come abbiamo detto sopra – molti degli scienziati addetti allo sviluppo di queste nuove tecnologie continuarono a lavorare a progetti top secret una volta stabilitisi negli USA. Pare però che questi particolari vettori V-7, gli Haunebu, fossero stati effettivamente sviluppati in una base tedesca, a Praga, presso la fabbrica della Škoda. Alcuni prototipi, come lui stesso riferì nel suo libro Le Armi segrete di Hitler18, vennero visti da Luigi Romersa19, scrittore e giornalista molto vicino al Duce che Mussolini inviò in Germania proprio per rendersi conto di persona se le portentose armi segrete di Hitler di cui si favoleggiava fossero una realtà o meno. Romersa, che al termine della guerra divenne grande amico proprio di Von Braun che aveva conosciuto ai tempi in cui visitò Peenemünde, è soprattutto ricordato per essere stato tra i testimoni oculari di una delle primissime esplosioni atomiche mai avvenute in assoluto (come è noto, i tedeschi per un certo lasso di tempo furono più avanti rispetto agli americani nello sviluppo della bomba atomica, da loro chiamata bomba disgregatrice). Non è comunque dato di sapere quale fosse il tipo di motore montato su questi particolari V-7 che Romersa adocchiò. I pochi prototipi costruiti dall’ingegnere e pilota Rudolf Schriever a Praga vennero infatti distrutti durante una serie di bombardamenti.

Ma sicuramente, dovendosi parlare di strani velivoli mitologici capaci di volare sfruttando una forma di energia ancora sconosciuta ai nostri giorni, il pensiero non può che andare ai Vimana20.

Il termine Vimana in sanscrito è formato dal prefisso “vi”, che significa uccello oppure volare, e dal suffisso “man”, che indica un luogo abitato e costruito artificialmente. Il vocabolo potrebbe dunque essere tradotto col significato di “uccello artificiale abitato”. Queste autentiche fortezze volanti, dalla foggia invero non dissimile da quella degli Haunebu nazisti, vengono menzionate in quasi tutti i grandi testi sacri indiani: ci vorrebbero volumi interi per riferire tutto quello che hanno da dire. Vi è persino un testo, il Vaimanika Shastra21, che può essere addirittura considerato come una sorta di manuale aeronautico relativo alla costruzione ed all’utilizzo dei Vimana, con tanto di istruzioni a favore dei piloti. Ad onor del vero, va detto che questo è un testo dall’origine incerta. Secondo alcune fonti, esso risalirebbe al IV secolo A.C. o forse anche prima, venne in seguito perduto e dimenticato per secoli per poi essere riscoperto solo alla fine del XIX secolo; secondo altre è stato invece messo per iscritto solo agli inizi del XX tramite un processo di “canalizzazione” da parte di un medium.

Sia quel che sia, di questi strane macchine volanti se ne parla già nei Veda, i più antichi testi al mondo, e soprattutto nei due grandi poemi epici della cultura induista, il Mahābhārata22 ed il Rāmāyaṇa23, che consistono essenzialmente nel racconto di guerre e di battaglie avvenute in un’antichità indefinita e leggendaria lungo la valle dell’Indo. La datazione dei libri dei Veda è ancora oggi molto dibattuta. Il più antico di essi, il Ṛgveda24, si pensa risalga ad un periodo compreso tra il 2000 ed il 1500 A.C.. Già questo basterebbe per renderlo il testo più antico al mondo. Ma alcuni studiosi lo ritengono molto più antico, potendo risalire esso addirittura al 7500 A.C.. D’altronde, dati raccolti attraverso l’astro-archeologia rivelano come all’interno dei Veda vi sia tutta una serie di riferimenti astronomici che, una volta decodificati, fanno pensare che i compositori degli inni vedici abbiano vissuto sotto un cielo caratterizzato da configurazioni stellari e da parabole solari caratteristiche di periodi ben più antichi del 2000 a.C..

Questa è per esempio la conclusione cui è giunto anche il celebre scrittore, filosofo e politico indiano Bal Gangadhar Tilak25 che, nel suo indiscusso capolavoro La dimora artica dei Veda26, dimostra come gli inni vedici contengano dei riferimenti astronomici che hanno senso solo partendo dal presupposto che l’osservatore che li ha fatti vivesse in aree molto settentrionali, praticamente prossime al Polo Nord, niente di meno. Il che implica – se vero – che gli antichi Ari, autori dei libri dei Veda, ancora prima di stabilirsi nel subcontinente indiano circa quattro millenni fa potrebbero aver avuto una storia incredibilmente antica alle proprie spalle, molto più di quanto non si possa mai immaginare, dato che le regioni di cui, secondo Tilak, sarebbero originari, sono inabitabili da migliaia e migliaia di anni.

Nel Rāmāyaṇa si narrano le gesta dell’eroe Rama, settima incarnazione del dio Visnhu. Rama prende in sposa la principessa Sita ma il malvagio re Ravana, sovrano di Lanka (da alcuni studiosi identificata con il moderno sito archeologico di Mohenjo-Daro27, uno dei centri principali della Civiltà della valle dell’Indo), rapisce la principessa Sita costringendo Rama a correre in suo aiuto per liberarla. Nelle epiche battaglie che ne seguirono, i combattenti fecero ampio uso di queste portentose macchine volanti, funzionanti – pare – con una tecnologia di propulsione basata sul mercurio. Alla fine Rama uccide Ravana e distrugge Lanka con un’arma spaventosa capace di emanare “una luce che brilla come mille soli ed il rombo di diecimila tuoni”. Nell’altro grande poema epico indiano, il Mahābhārata, c’è la descrizione di un’altra arma altrettanto terrificante, detta Agneya e rappresentata come “un unico proiettile caricato con tutto il potere dell’universo. Un’incandescente colonna di fumo e fuoco, brillante come migliaia di soli, s’innalzò in tutto il suo splendore. Un lampo di tuono metallico, un gigantesco messaggero di morte che ridusse in cenere l’intera razza dei Vrishnis e dei Andhakas. I corpi erano così bruciati da essere irriconoscibili. I capelli e le piume caddero. Gli uccelli diventarono bianchi. Qualche ora dopo tutte le vettovaglie erano infettate. Per sfuggire da questa distruzione, i soldati si gettarono frettolosamente nell’acqua”28. La distruttività di queste arme mitologiche fa ricordare chiaramente quella delle moderne bombe atomiche.

Tuttavia al giorno d’oggi, al di fuori delle descrizioni presenti nei grandi testi sacri della tradizione indiana o negli affreschi e negli addobbi all’interno dei templi indù, non vi è alcuna prova materiale che questi mitologici velivoli siano mai realmente esistiti.

Non si prenda il presente articolo come un tentativo di dimostrare qualcosa che invece è impossibile da dimostrare allo stato attuale. Il lettore è dunque libero di credere o meno che in un passato remotissimo siano esisti apparecchi del genere. Non è nostra intenzione convincerlo a tal riguardo. Però è innegabile che la stessa scienza dei nostri giorni non faccia mistero di voler sviluppare una qualche forma di tecnologia antigravitazionale, che è esattamente quella che sembrerebbe essere stata alla base dei Vimana, ammesso e non concesso che questi siano realmente esistiti.

Ciò significa che se – ripeto, se – si riuscisse mai a provare l’effettiva esistenza di questi mezzi così spaventosamente complessi, dovremmo alla fine concludere che migliaia di anni fa, più verosimilmente decine di migliaia di anni fa, è esistita una civiltà tanto tecnologicamente avanzata da possedere delle conoscenze che persino noi oggi ci sogniamo. Letteralmente. Ma questo è impossibile, non lo si può credere. Diversamente, bisognerebbe riscrivere totalmente l’intera storia del genere umano.

Dunque, fino a prova contraria, si preferisce continuare a pensare che i Vimana, qualsiasi cosa siano stati realmente, debbano essere confinati alla sfera del mito. Tuttavia, non possiamo fare a meno di sottolineare come i nazisti fossero stati eccezionalmente interessati alle pratiche esoteriche dell’antica India e del Tibet, tanto da mandare in loco a più riprese attraverso la SS Ahnenerbe29 diverse spedizioni allo scopo di studiare queste stesse pratiche che gli abitanti della regione erano soliti mettere in pratica.

D’altro canto il nazismo scelse la svastica come suo simbolo di riferimento. Oggi, in occidente, la svastica viene automaticamente associata al nazismo come se si trattasse di qualcosa esclusivamente riconducibile al Terzo Reich. Ma ciò è sbagliato. In realtà si tratta di un simbolo indo-ario estremamente antico, risalente a migliaia di anni fa e presente in una pluralità di culture. Ancora oggi per miliardi di persone in tutta l’Asia orientale la svastica continua a simboleggiare pace e prosperità30 e nessuna di loro si sognerebbe di associarla in maniera esclusiva al nazismo solo perché il nazismo ne ha fatto il proprio simbolo indiscusso.

Per il celebre studioso francese di esoterismo René Guénon, la svastica rappresenterebbe le stelle fisse che ruotano attorno al polo nord celeste. Guénon sosteneva che il simbolo della svastica sia determinato dalla rotazione delle sette stelle dell’Orsa Minore (o Piccolo Carro) e del Grande Carro (od Orsa Maggiore) intorno al polo nord celeste, determinando inoltre i quattro punti cardinali e le quattro stagioni31.

Questa particolare interpretazione da parte di Guénon sembra in qualche modo confermare la teoria di Tilak circa un’ipotetica origine “artica” dei Veda: per potersi immaginare le stelle che, ruotando in cielo attorno al polo nord celeste, disegnano una croce uncinata, il punto di osservazione migliore sarebbe gioco forza situato molto a nord, praticamente in prossimità del polo nord medesimo.

Da ultimo, ricordiamo un fatto curioso. Nell’aprile del 1945 alcuni soldati sovietici che stavano partecipando all’assedio di Berlino incapparono in una scoperta alquanto singolare. All’interno di un un edificio abbattuto dall’artiglieria russa rinvennero i cadaveri di sei uomini disposti a circolo32. Al centro del cerchio ce n’era un settimo. Quest’ultimo, che indossava dei bizzarri guanti di colore verde, era l’unico occidentale; gli altri, che indossavano tutti uniformi tedesche, erano però di lineamenti orientali, probabilmente tibetani.

Come mai erano stati così intensi i legami tra il nazismo e l’oriente, tanto che i nazisti adottarono come proprio un simbolo ancora oggi tra i più diffusi, se non in assoluto il più diffuso, nella regione? Cosa ci facevano così tanti buddisti a Berlino, alla corte di Hitler, quando la capitale tedesca cadde per mano dei sovietici (ad onor del vero molti di loro erano probabilmente calmucchi, quindi cittadini sovietici, che si erano uniti ai tedeschi per scampare dalle persecuzioni di Stalin)? Perché furono organizzate così tante spedizione in oriente? A che scopo? Cosa vi cercavano veramente i tedeschi? Viene da pensare che avessero intuito alcune verità e che il reale intento di queste spedizioni fosse quello di carpire un qualche segreto scientifico ancora ivi conservato…

  • 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Salita_in_discesa#cite_note-AntigravityHills-1
  • 2 https://www.tripadvisor.com/Attraction_Review-g33048-d127951-Reviews-Mystery_Spot-Santa_Cruz_California.html
  • 3 https://www.viagginews.com/2013/03/21/strade-assurde-in-italia-le-salite-in-discesa-video/
  • 4 https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=100247
  • 5 https://www.youtube.com/watch?v=1KisNYLL3HU
  • 6 https://www.altrainformazione.it/wp/marco-pizzuti-biografia/
  • 7 https://issuu.com/ilpiccolosegno/docs/il_segno_settembre_2010
  • 8 Fozar Grazyna – Bludorf Franz, L’intelligenza in rete nascosta nel DNA, Macroedizioni, Cesema, p. 159
  • 9 https://it.wikipedia.org/wiki/Anatolij_Stepanovič_Djatlov
  • 10 https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_del_passo_di_Djatlov
  • 11 https://it.wikipedia.org/wiki/Vuoto_(fisica)
  • 12 https://it.wikipedia.org/wiki/Spostamento_verso_il_rosso
  • 13 http://www.introni.it/universo.html
  • 14 https://it.wikipedia.org/wiki/Fulmine_globulare
  • 15 https://it.wikipedia.org/wiki/UFO_nazisti
  • 16 https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Paperclip
  • 17 https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Dornberger
  • 18 https://www.amazon.it/armi-segrete-Hitler-Luigi-Romersa/dp/8842534323
  • 19 https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Romersa
  • 20 https://it.wikipedia.org/wiki/Vimana
  • 21 https://it.wikipedia.org/wiki/Vaimanika_Shastra
  • 22 https://it.wikipedia.org/wiki/Mahābhārata
  • 23 https://it.wikipedia.org/wiki/Rāmāyaṇa
  • 24 https://it.wikipedia.org/wiki/Ṛgveda
  • 25 https://it.wikipedia.org/wiki/Bal_Gangadhar_Tilak
  • 26 https://en.wikipedia.org/wiki/The_Arctic_Home_in_the_Vedas
  • 27 https://it.wikipedia.org/wiki/Mohenjo-daro
  • 28 http://www.moltimisteri.altervista.org/vimana.htm
  • 29 https://it.wikipedia.org/wiki/Ahnenerbe
  • 30 https://europa.today.it/attualita/svastica-tokio-olimpiadi.html
  • 31 Guénon Réné, Simboli della scienza sacra, Adelphi, 1990
  • 32 https://mcnab75.livejournal.com/402372.html