Roma, 8 aprile 2020

I sopravvissuti (Survivors, 1975) fu un telefilm britannico di largo successo, anche in Italia. Trama: uno scienziato cinese pasticcia con il virus (dell’influenza?) in laboratorio, poi se ne va in giro quale paziente 0. Mosca, Berlino, Singapore, New York, Montreal, Roma, Atene, Madrid, Orly, Londra: le linee aeree diffondono il contagio in tutto il mondo. Il virus, mutevole, è incontrastabile; i milioni muoiono, Londra si riduce a una comunità di 500 individui. I sopravvissuti, in ragione di uno su cinquemila, sono costretti a rimedi neolitici. Il telefilm si compone di tre stagioni: di tredici episodi le prime due, di dodici la terza. Quest’ultima, la trentottesima quindi, si chiude con un fiat lux. Nelle Highlands, ove resistono circa 150.000 esseri umani, Alec riaccende la centrale idroelettrica. Highlands, le terre alte; Alec-Adamo, i centoquarattaquattromila della nuova Gerusalemme Celeste. Son tutte supposizioni velleitarie, le mie. Però gl’Inglesi, dal loro Impero in dissoluzione, sono latori d’una sapienza che li reca avanti cinquant’anni. Dobbiamo prenderli sul serio anche quando scherzano. Alcune profezie, infatti, se le portano nel sangue, inavvertite. Sono Isaia asintomatici.

La Monarchia Universale, alla quale si tende, mal si accorda con le analisi sull’America cattiva, l’Israele covo della giudaglia, la Russia perfida, la Cina formica assassina, l’Europa decadente. Le nazioni o gli aggregati di nazioni non contano nulla, sono espressioni geografiche. I rappresentanti nazionali, a qualunque livello, valgono solo quali manutengoli di concrezioni di potere apolidi. E basta. Di potere; il che implica posizioni dominanti anche economiche. Gli equilibri geopolitici, che fanno tanto leccare i baffi agli esperti del settore, sono la risultante delle forze in campo operate da tali grumi di potere sovrannazionali. La risultante delle forze applicate al sistema-mondo va nella direzione dell’omogeneità e della centralizzazione a livello mondiale. Sinarchia, mondialismo, globalizzazione. Ognuno, in tale fase, cerca di ritagliarsi un posto al sole contrattando strategicamente le condizioni migliori della futura Dittatura Panottica. Con le buone, le cattive; senza spargere troppo sangue, però. Con tremila morti si è ottenuta la resa del Medio Oriente, a esempio. Questo si chiama “dominare”. Qualcuno ancora pensa, in pieno 2020, che gli attacchi contro Afghanistan e Iraq siano stati recati dagli Stati Uniti d’America avendo quale comandante in capo il Presidente degli Stati Uniti d’America: roba da chiodi.

La legge nr. 225 sull’Istituzione del Servizio Nazionale della Protezione Civile fu approvata il 24 febbraio 1992. Il 17 febbraio 1992, una settimana prima, era stato arrestato Mario Chiesa decretando l’inizio della fine dei giochi post-1945.
La legge nr. 225 subirà una serie di ritocchi botulinici negli anni a venire. Essa prevede la delibera dello stato d’emergenza da parte del Consiglio dei Ministri su impulso del Presidente del Consiglio o d’un Ministro con portafoglio o d’un Presidente di Regione. “La durata della dichiarazione dello stato di emergenza non può superare i 180 giorni prorogabile per non più di ulteriori 180 giorni”. La dichiarazione d’emergenza ha il compito precipuo di eludere i controlli di garanzia, sentiti, in tali  frangenti, quali impacci. In nome dell’emergenza stra-ordinaria la legge ordinaria e la Costituzione vanno in vacanza. Non c’è scritto così (ogni costituzionalista inorridirebbe a fronte di ciò che affermo), ma in realtà c’è scritto così: perché le parole celano mondi a venire e, spesso, le peggiori intenzioni.

In questi due mesi il coronavirus ha attaccato ai testicoli la grande maggioranza dei maschilisti patriarcali. Il numero dei femminicidi, infatti, nonostante le forzate convivenze, è pari a zero. Sono, è un peccato, lo ammetto, le conseguenze della chiusura dello spettacolo Femminicidio. Non si possono mostrare due film contemporaneamente a un pubblico già non troppo sveglio. Lo spettacolo, che non sappiamo quando riaprirà, segue il destino da stelle cadenti di Attentato Islamico, che sbancò i botteghini dopo il 2001, dell’Odio di Genere e del Povero Migrante, ultimamente un pochino in ribasso(quando ti mettono in testa la preoccupazione per la pelle o la spesa da fare i diritti dell’Africano Palestrato o del Lucidalabbra per Tutti passano in settimo piano). In picchiata le fortune del recente e clamoroso Qué calor!, interpretato dalla giovane stellina svedese Greta.

Ne I sopravvissuti, uno dei protagonisti solleva un bel problema. Egli dice: per qualche anno potremo attingere alle scorte, ma poi? Sappiamo noi fabbricare una candela? S’intenda: fabbricarla dagli elementi primari? E le lampadine? A parte la sapienza necessaria a concepirla di nuovo, siamo in grado di estrarre i materiali primari e fonderli e modellarli conseguentemente? La risposta è: no. Il capitalismo, nella sua fase consumistica, ha nettamente distaccato i fruitori della merce dalla genesi della merce stessa tanto che i bambini della famosa barzelletta credono che i polli abbiamo quattro cosciotti poiché la mamma compara sempre quella confezione risparmio. Non solo, ma gli stessi tecnici, ridotti a compartimenti stagni, sono incapaci di assemblare alcunché. Siamo, dunque, già dei sopravvissuti. Come scrissi, basta interrompere l’elettricità o la filiera dei supermercati per far sprofondare la civiltà nel caos. Nelle campagne è lo stesso, c’è poco da fare. Le nuove generazioni provinciali sono tutte o nel parastato o nei lavoricchi che oggi vanno per la maggiore. Il pomodoro, strappato agli Aztechi e plasmato pazientemente nei secoli sin a mutarlo da insignificante pomo d’oro a imprescindibile ortaggio color sangue, pare ormai, persino alle latitudini della Tuscia, un oggetto dalla natura inesplicabile. Per tale motivo siamo ricattabili. Ci faranno ballare la danza delle pistole.

Stroncata una pericolosa banda. Una combriccola di vecchietti milanesi s’era, infatti, rifugiata in un boschetto a giocare a briscola. Richiamati dalle grida e dalle bestemmie dei Nostri, a condire inevitabili gli sbagli sulla calata dell’asso di bastoni, i gendarmi sono intervenuti. Circondati gli eversori con una manovra a tenaglia detta “di Huber”, li hanno tosto ridotti alla ragionevolezza. A seguire, onde renderla ancor più ragionevole, una serie di bastonate da trecento euri. 
Intanto, nella Capitale, un barbiere di Roma nord, a porte chiuse, sfoltisce il ciuffo di qualche amico. Intervengono i giannizzeri pure qui, indirizzati da qualche traditore condominiale, menando botte e minacce emergenziali alla saracinesca abbassata. Il Nostro li manda sanguinosamente al diavolo intimandogli, al contempo, di ritornare quando avranno un pezzo di carta firmato dal magistrato competente. Gli sgherri, dopo qualche vociferazione, rinculano definitivamente.

Nel racconto Diffidate dalle imitazioni (Pay for the printer), l’umanità postapocalittica ha rinunciato all’operosità e alla voglia di creare. I beni necessari alla vita, infatti, gli son serviti dagli alieni Biltong che riescono a riprodurre in copia qualsiasi oggetto: un quadro, un’automobile, una scultura, un frullatore, cibo. Queste copie, benché perfette, sono, tuttavia, altamente deperibili. I Biltong, inoltre, invecchiano; alla fine ne rimane solo uno, sfinito e agonizzante. Le copie divengono sempre più scadenti sino a risultare inservibili. L’ultimo Biltong muore. Che fare? Uno straniero, Dawes, si fa avanti; ha in mano una coppa. Mal fatta, intagliata rozzamente. Lo interrogano:

“Da dove viene lei?”
Dawes rispose con calma: “Sono uno dei sopravvissuti di Chicago. Dopo la rovina totale, vagabondai nei dintorni. Uccidevo con un sasso, dormivo nelle cantine, scacciavo i cani con le mani e con i piedi. Alla fine trovai la strada per uno dei campi. Ce n’erano già alcuni … Lei non lo sa, amico mio, ma Chicago non fu la prima a cadere”.
“E voi riproducete attrezzi? Come quel coltello?”.
Dawes scoppiò in una grossa risata. “La parola non è riprodurre … la parola è ‘costruire’. Noi costruiamo attrezzi, facciamo le cose”. Tirò fuori la rudimentale tazza di legno e la posò sulla cenere. “Riprodurre significa semplicemente copiare. Io non riesco a spiegarle cosa significhi costruire; dovrà provare lei stesso per scoprirlo. Riprodurre e costruire sono due cose completamente differenti”.
“Lei ha fatto questo coltello?” chiese Fergesson, stupito. “Non riesco a crederci. Da dove ha cominciato? Deve avere degli utensili per costruirlo. È un paradosso!”. La sua voce si alzò, assumendo un tono isterico. “Non è possibile!”.Dawes sistemò tre oggetti sulla cenere. L’elegante coppa di cristallo Steuben, il suo rustico bicchiere di legno e la massa informe, la copia rappezzata che aveva tentato di fare il Biltong.
“Ecco com’era prima” disse, indicando il primo recipiente.
“Un giorno sarà di nuovo così … ma dobbiamo percorrere la strada giusta, quella più dura, passo dopo passo, per ritornare a come eravamo prima”. Rimise a posto con cautela la coppa nella cassetta metallica. “La terremo … Non per copiarla, ma come modello, come nostra meta. Ora lei non può afferrare la differenza, ma presto ci riuscirà”.Indicò la rudimentale tazza di legno. “Ecco come siamo adesso. Non rida. Non dica che non è civiltà. È … è semplice, e rozzo, ma è una cosa reale. Partiamo da qui”.Prese la massa informe, la copia che il Biltong aveva lasciato a metà. Dopo un attimo di riflessione si girò e la lanciò via. L’oggetto colpì il terreno, rimbalzò una volta, e si ruppe in mille pezzi.
“Quella non vale nulla” disse fieramente Dawes. “Meglio quest’altra coppa. Questa coppa di legno è più simile alla coppa di cristallo Steuben di qualunque riproduzione”.”Lei mi sembra piuttosto orgoglioso del suo bicchieretto di legno” osservò Fergesson.
“Lo sono maledettamente” annuì Dawes, mentre sistemava la coppa nella cassetta metallica, vicino a quella di cristallo. “Anche lei lo capirà, uno di questi giorni. Ci vorrà del tempo, ma lei ci riuscirà”. Cominciò a chiudere la cassetta, poi si fermò un attimo e toccò l’accendino Ronson.
Scosse la testa, pieno di rimpianto. “Non nel nostro tempo” disse, e chiuse la scatola. “Troppi gradini davanti a noi”. Il suo volto magro s’illuminò d’improvviso, in un barlume di felice anticipazione. “Ma per Dio, ci stiamo muovendo in quella direzione!”.

Il candidato sostituisca a “Biltong”, “post-apocalittico”, “alta deperibilità”, “copia”, “costruire”, “Dawes” i termini appropriati ed estragga, quindi, la soluzione dell’equazione psicostorica.

Pubblicato da Alceste – link articolo originale https://alcesteilblog.blogspot.com/2020/04/pinzellacchere-virali.html