L’Italia è fondamentalmente, un paese di destra. Non ricordo chi lo disse, probabilmente si tratta di un concetto espresso in diverse forme e da diversi soggetti ma che esprime la tendenza radicata nella maggioranza dell’elettorato italiano nel premiare qualsiasi formazione politica in grado di opporsi alla sinistra e alle sue politiche. I fatti sembrano dare ragione a questa affermazione: dal dominio DC durante la Prima Repubblica al successo elettorale di Berlusconi. Dall’affermazione dei 5s come principali oppositori del centrosinistra a guida PD alla Lega di Salvini. Tutti hanno ottenuto ottimi risultati elettorali come forze politiche capaci di contrastare la sinistra nel suo strenuo tentativo di raggiungere il potere.

Ma fare politiche di destra, nonostante tutto, non è mai stato facile. Dalla ghettizzazione del MSI durante la Prima Repubblica al fuoco di sbarramento mediatico e non solo, che la destra italiana ha dovuto subire, le testimonianze di una situazione tendenzialmente ostile alla destra si sprecano.

Eppure una democrazia evoluta, completa è come un tavolo a tre gambe, dove il giusto equilibrio è garantito dall’azione contemporanea della gamba sinistra, quella centrale e quella destra. Se togli la gamba destra l’equilibrio viene meno. Eppure in Italia si è riusciti a mantenere un apparente equilibrio anche in assenza, o la marginalizzazione, della gamba destra, grazie a una DC che perseguiva anche, e non solo, politiche di destra, occupando per convenienza elettorale uno spazio che ufficialmente non ha mai rivendicato: mai sentito un esponente DC definirsi di centrodestra!

Tutto questo fino a quando tangentopoli ha spazzato via la Prima Repubblica e Berlusconi, per poter sconfiggere la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, ha dovuto “sdoganare” la destra italiana riguadagnandola alla piena legittimazione democratica. Per la prima volta in Italia, una coalizione capace di ottenere la maggioranza dei voti per poter governare, si fregiava dell’appellativo “destra”, fino ad allora quasi un marchio d’infamia.

Il centrodestra berlusconiano era, come giustamente osservava Bertinotti, un insieme di diverse destre. La destra economica e liberista di Berlusconi, quella sociale e nazionalista rappresentata da AN, e la destra identitaria e autonomista della Lega Nord.

Con la progressiva venuta meno delle grandi ideologie e l’indebolimento politico di Berlusconi, dopo 20 anni di dominio quasi assoluto, la destra italiana ha subito una comprensibile evoluzione: il globalismo esasperato, l’entrata da parte dell’Italia in un sistema monetario, l’euro, sbagliato e penalizzante, la nascita della UE, cioè una unione europea pessima e inconcludente, ha spinto la destra italiana verso posizioni sovraniste, che altro non sono che una fiera opposizione a una brutta Europa, quella dei poteri forti e della speculazione finanziaria, all’euro e al globalismo sfrenato che avrebbe potuto essere una opportunità per tutti e che invece si è rivelato come uno strumento che ha avvantaggiato pochi a danno di molti.

Nella sua veste sovranista, la destra italiana ha raggiunto il suo culmine, ponendosi come guida per un sovranismo europeo in grado di sovvertire lo status quo a Bruxelles e costituire una valida alternativa alle politiche di questa Europa.

Ma le cose sappiamo come sono andate, nel suo massimo splendore la lega di Salvini si è scontrata a tutta velocità contro un muro di cemento, riportandone “numerose fratture” che hanno consigliato al suo leader di giungere a più miti consigli. Del resto, prima di lui, una sorta di abiura del sovranismo duro e puro lo avevano operato i 5s prima e la Le Pen dopo, e il fronte sovranista si è squagliato come neve al sole.

La scofitta di Trump alle presidenziali americane ha dato il colpo di grazia.

Ora c’è da chiedersi quale può essere il futuro della destra italiana. La progressiva democristianizzazione con l’abbandono dei temi più estremi come l’uscita dall’euro, l’euroscetticismo, il fungere da seria opposizione a questo governo a causa del covid, nel timore di essere additati come irresponsabili -ricordiamo il recente voto compatto a favore dello scostamento di bilancio- è già in atto. Ma perseverare nel sostenere posizioni apertamente ostili al potere precostituito tanto da rendere la destra italiana emarginata e ininfluente come fu per il MSI è davvero più accettabile?

Leggendo i vari commenti sui social, su questo e altri blog, il simpatizzante di destra è combattuto tra almeno due posizioni: accettare di rinunciare in buona parte ai capisaldi della propria proposta politica, quelli per intenderci che più di ogni altro possono scatenare il boicottaggio di un potere precostituito che la destra non sembra affatto in grado di scalfire, pur di avere una chance di andare al governo e mettere in pratica una parte del proprio programma. Oppure rimanere duri e puri, pena essere del tutto ininfluenti ma salvare la propria coerenza e avere una bandiera da seguire in, probabilmente, sterili lotte anti potere condotte prevalentemente sui social.

Io non ho risposte, mi limito ad osservare che, comunque vada, si tratta o di rinunciare ai propri principi per poter contare e andare al governo, oppure rimanere ancorati alle proprie convinzioni e restare ai margini della politica che conta. In pratica significa non avere mai una formazione di destra così potente da riuscire a sfidare lo status quo e mettere in pratica le proprie politiche ma o un mucchio selvaggio arrabbiato che conta come il due di picche oppure una destra che fa in pratica le stesse politiche dei propri nemici. Purtroppo non vedo all’orizzonte leader capaci, non vedo dei Nigel Farage nostrani, in grado di contrastare lo strapotere consolidato in decenni nei posti che contano, di una sinistra italiana che a livello elettorale non vince mai ma che sembra essere incollata ai posti di comando come una sanguisuga.

Per me, in un caso o nell’altro, si tratta sempre di una sconfitta.