Recentemente ne abbiamo parlato anche su OraZero1: la Commissione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) degli Stati Uniti, altrimenti nota semplicemente come Commissione di Helsinki2, ha tenuto in data 23 giugno un seminario dal titolo altisonante: “Decolonizzare la Russia, un imperativo morale e strategico”3. Chiaramente “Decolonizzare la Russia” per i membri di questo pensatoio di chiara matrice neocon altro non vorrebbe dire che procedere alla partizione della Federazione Russa. Sarebbe insomma l’applicazione del ben noto piano Kivunim4ideato a suo tempo dall’intelligence israeliana in combutta con quella americana per procedere ad una balcanizzazione del Medio Oriente allargato, ovvero alla disintegrazione degli stati oggi esistenti secondo linee di frammentazione etnico-religiosa – alla Russia medesima. Anzi, si sono addirittura premurati di presentare una mappa di come la Russia, una volta opportunamente “decolonizzata”, dovrà apparire:

Nella parte europea, la Repubblica di Russia, Komi, la Repubblica degli Urali diventerebbero tutti stati separati mentre in Asia la Repubblica di Siberia, la Repubblica di Sakha, la Repubblica dell’Estremo Oriente si costituirebbero in stati indipendenti di enormi dimensioni territoriali. Ci sarebbero anche degli stati più piccoli: Buriazia, Tuva, Altai. Alla fine si conterebbero anche delle piccole enclavi: la Federazione del Caucaso settentrionale, Mordovia, Chuvashia, Mari El, Tatartan, Bashkortostan, Kalmykia e Udmurtia.

Nulla di nuovo sotto il sole! Non è un mistero che gli ambienti neocon americani coltivino da tempo immemore quest’aspirazione. Già nel 2019 il noto media politico americano The Hill5, vicino al Partito Democratico, pubblicò un articolo dal titolo Managing Russia’s dissolution in cui, ricordando come la Russia “non sia riuscita a trasformarsi in uno stato nazione con una forte identità etnica o civica, essendo rimasta una costruzione imperiale a causa della sua eredità zarista e sovietica”, ne auspicava la frammentazione secondo le nette divisioni etniche da sempre esistenti6. In fin dei conti, la Federazione Russa è uno stato immenso composto da 22 repubbliche, 9 territori o krai, 46 regioni o oblast’, 1 oblast’ autonomo e 4 distretti autonomi:

Quindi non devono sorprendere le parole pronunciate dall’ex premio Nobel per la pace Lech Walesa, per il quale sarebbe necessario ridurre la popolazione della Russia a non più di 50 milioni di abitanti (oggi ne conta quasi il triplo)7. Diversamente la Russia continuerebbe ad essere un pericolo costante per l’ordine internazionale fondato sulle regole (ossia per quel mondo unipolare egemonizzato dagli USA ed in cui gli stati europei sono di fatto ridotte al ruolo di colonie obbedienti).

Si tratta di un piano in apparenza spaventoso ma che tuttavia non sembra tenere in debita considerazione la realtà fattuale nella quale ci troviamo a vivere. Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, si suole dire. Occorre infatti chiedersi come si voglia ottenere questa frammentazione. Quali sono gli strumenti che si pensa di utilizzare alla bisogna? Come si riuscirà a suscitare il malcontento popolare delle etnie “sfavorite” dalla politica imperiale di Mosca così da indurle a rivoltarsi contro il despota Putin? Quanto tempo occorrerà affinché queste stesse prendano coscienza della loro “oppressione” e decidano di passare dalle parole ai fatti?

Indubbiamente gli americani hanno molta esperienza nella gestione all’estero delle cosiddette rivoluzioni colorate, come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha candidamente confessato solo pochi giorni fa8. Sono maestri, loro ed i miliardari globalisti loro amici, nel finanziare associazioni ed ONG non solo per tutelare i diritti umani dei popoli che si vogliono oppressi, ma anche al fine di perorare le cause di questi ultimi presso l’opinione pubblica occidentale, convincendola della necessità di intraprendere operazioni militari ma sempre in nome della libertà e della democrazia. Però questa Russia appare come un osso fin troppo duro anche per questi globalisti organizzatori di rivoluzioni colorate.

In primo luogo, occorre ricordare come l’attuale élite del Cremlino goda di un sostegno popolare che è un puro miraggio per qualsiasi governante occidentale. Anzi, da quando è iniziata la guerra contro l’Ucraina il già alto sostegno popolare a favore di Putin è persino aumentato, raggiungendo uno strabiliante 83% di consensi9, a testimonianza del fatto che lo stesso popolo russo, rendendosi conto di quanto questo momento storico sia drammatico, giudichi opportuno fare quadrato attorno alla figura del proprio leader. D’altronde, quando il cittadino vede il proprio PIL pro capite PPP (a parità di potere d’acquisto) aumentare sotto un certo governante nella maniera seguente, diviene facile accordare ulteriore fiducia al governante autore di cotanto exploit.

E si tenga presente che, essendo la Russia da anni il paese più sanzionato al mondo, il successo di queste politiche economiche avrebbe potuto essere ben maggiore!

Inoltre, i Russi non sono ingenui, la loro leadership ancora di meno, e sanno quali pericoli potrebbero correre nel momento in cui lasciassero queste organizzazioni straniere libere di agire indisturbate sul loro territorio (come purtroppo avviene nella nostra Italia). Non a caso hanno inserito nella loro stessa dottrina militare un paragrafo in cui bollano queste ONG come un potenziale pericolo esiziale per la loro nazione10 ritenendole capaci di fomentare delle vere e proprie insurrezioni.

Il punto è proprio questo: il sapersi preparare a fronteggiare delle insurrezioni. Già diversi anni fa, ad opera di alcuni autori di prestigiose università americane (John Hopkins University, University Washington DC, School of advanced internation studies), venne pubblicato ad uso e consumo dell’esercito statunitense un breve opuscolo dal titolo Principles, imperatives and paradoxes of counterinsurgency, in cui si fornivano istruzioni sul modo in cui i militari avrebbero dovuto operare per fronteggiare efficacemente una qualche forma di insurrezione in un ostile paese straniero11.

I punti salienti possono essere così riassunti:

“I governi legittimi sono intrinsecamente stabili. Generano il supporto popolare necessario per gestire i problemi interni, il cambiamento e il conflitto. I governi illegittimi sono intrinsecamente instabili. Una governance fuorviante, corrotta e incompetente favorisce inevitabilmente l’instabilità. Pertanto, una governance illegittima è la causa principale e il problema strategico centrale nell’ambiente instabile di sicurezza globale di oggi. […] I governi che raggiungono questi obiettivi di solito ottengono il sostegno di una popolazione sufficiente per creare stabilità. L’obiettivo principale di qualsiasi contro-insurrezione è stabilire un tale governo. Mentre l’azione militare può affrontare i sintomi della perdita di legittimità, il ripristino può essere ottenuto solo utilizzando tutti gli elementi del potere nazionale. A meno che il governo non ottenga legittimità, gli sforzi di contro-insurrezione non possono avere successo12”.

Dunque un governo che viene percepito dai suoi stessi cittadini come legittimo ed è guidato da persone autorevoli, competenti e, se non proprie oneste, quanto meno non eccessivamente corrotte, diventa automaticamente un governo difficile da scalfire poggiando su basi estremamente solide. Ci pare di dire che questo sia il caso della Russia di Putin. Certamente non lo era la Russia di El’cin; ma quella ormai è storia passata. È anche vero che la Federazione Russa è composta da un’incredibile pluralità di etnie differenti (oltre 20013). Evidentemente non sempre può essere tutto rose e fiori tra l’etnia russa dominante e tutte le altre sparse negli angoli dell’impero. In fin dei conti, non sono passati che pochi anni dalle sanguinose guerre in Cecenia, costate la vita – si stima – a oltre 100.000 persone14.

Ma proprio il caso della Cecenia è indicativo del supporto popolare di cui oggi gode la leadership del Cremlino. Oggi la piccola Repubblica Cecena è governata dal noto Ramzan Kadyrov che si comporta come un autentico viceré, che per conto di Mosca amministra la Cecenia come se si trattasse di un suo possedimento personale. Non è qui il caso di ricordare quanto i Russi abbiano penato per soggiogare le rivolte dei ceceni e di come i Kadyrov – prima Achmat e poi, dopo il suo assassinio, il figlio Ramzan – siano saliti al potere a scapito dei clan rivali avendo negoziato col Cremlino precise condizioni di pace con cui, in cambio di una certa autonomia da Mosca e chiaramente dell’accrescimento del proprio potere personale, hanno giurato fedeltà alla Federazione Russa e si sono impegnati a combattere il terrorismo di stampo wahhabbita. Ma non possiamo non notare come i combattenti ceceni, i cosiddetti Kadyrovtsy, inquadrati nell’esercito russo siano oggi diventati fondamentali anche nella guerra in Ucraina, grazie alla loro notevole esperienza nei conflitti urbani e nel combattimento corpo a corpo15.

“Per quindici anni Putin ha aiutato il nostro popolo: ora voi e io – e abbiamo decine di migliaia di persone altamente addestrate – chiediamo al leader nazionale russo di considerarci un’unità speciale volontaria del Comandante in Capo, pronta a difendere la Russia e la stabilità dei suoi confini, svolgendo missioni di combattimento di ogni complessità”16. Così Ramzan Kadyrov già anni fa manifestava alla Russia la sua fedeltà e quella dei suoi guerriglieri, tanto da chiamare Putin Comandante in Capo.

Come potrebbe il Cremlino, se non fosse percepito dagli stessi guerriglieri islamici ceceni come un potere forte, legittimo e competente, ottenerne l’appoggio incondizionato dopo che per anni gli stessi si sono scannati a suon di bombardamenti, devastazioni ed attentati terroristici con innumerevoli vittime innocenti? Non potrebbe, semplicemente. Checché ne dicano gli osservatori occidentali che continuano a bollare la Russia come un paese tirannico, lo stesso sostegno dato dai combattenti ceceni alla causa della Russia in Ucraina testimonia dell’autorevolezza del potere di Putin in patria. E tanto basta. Si vuole “decolonizzare” la Russia? Auguri! Se persino i ceceni si immolano al fianco dei soldati russi, il compito pare realmente improbo.

E qui casca l’asino. Ad onor del vero, sarebbe più giusto chiedersi quanto sia stabile, proprio perché considerato come legittimo, non il potere del Cremlino, ma quello dei governi degli stati occidentali che vi si contrappongono. Possono i nostri governanti vantarsi di godere del medesimo sostegno popolare? Domanda pleonastica: certo che no! Chi oggi accusa la Russia di autocrazia, di mancanza di libertà e democrazia, persino di violenza e di crimini di guerra, sono quegli stessi poteri statali occidentali la cui autorevolezza sprofonda sempre di più agli occhi dei loro medesimi cittadini. E parallelamente al loro calo di legittimità, aumenta la stessa violenza che, in nome dell’ordine e dei valori democratici, viene esercitata dalle loro forze di polizia per sedare il malcontento popolare.

In tutto il mondo, le persone si sollevano e protestano contro i governi che cercano di controllarle piuttosto che di servirle. Giornali e TV non ne parlano, o comunque cercano di fare finta di nulla, ma ovunque si stanno moltiplicando le proteste contro le condizioni di vita sempre più difficili a cui sono costretti sempre più larghi strati della popolazione mondiale, non solo nei paesi più poveri ma sempre più spesso anche in quelli più ricchi. Francamente si è perso il numero dei paesi in cui in queste ultime settimane si sono registrati manifestazioni di massa, spesso assai turbolente, dove la popolazione scende in piazza per chiedere un freno all’inflazione ed al prezzo dei carburanti e degli energetici, una sollecita risposta al vieppiù drammatico problema della carenza di generi alimentari e di prima necessità, la fine delle restrizioni Covid, la lotta alla corruzione che imputridisce le classi politiche dominanti…

Ha fatto scalpore il caso dello Sri Lanka, in cui una folla inferocita ha preso d’assalto il palazzo presidenziale dopo che il paese si era dichiarato virtualmente fallito17. A Cuba si sono moltiplicate le proteste contro il regime castrista (anche se la vicinanza geografica degli USA fa sempre sospettare indebite intromissioni)18. In Argentina si scende in piazza contro le politiche economiche del governo succube del FMI che hanno portato l’inflazione a livelli intollerabili19. In Pakistan si tengono manifestazioni oceaniche a favore dell’ex primo ministro Imran Kahn20, la cui rimozione è stata vista dalla gente comune come un vero e proprio colpo di stato ordito da potentati stranieri.

In Ghana si manifesta per il forte rincaro dei beni di prima necessità21. Stessa cosa a Panama, dove il carovita è aggravato dall’endemica corruzione della classe politica locale22. Ci si potrebbe dilungare ulteriormente nell’elencare i paesi in cui si stanno moltiplicando le proteste da parte della gente comune. In generale, è il mondo intero ad essere in subbuglio.

Ma – ovviamente – la nostra attenzione deve cadere su quanto succede nella nostra vecchia cara Europa. Anche qui, proteste ovunque. I prezzi alle stelle stanno alimentando la rabbia sociale per l’aggravarsi della povertà, della corruzione politica e dell’indifferenza delle autorità nei confronti delle esigenze dei cittadini. Dall’Albania alla Francia, dalla Germania alla Macedonia, dall’Italia all’Ungheria, la gente non fa altro che scendere in piazza a protestare. I motivi possono essere, in apparenza, i più svariati. In Italia, ad esempio, hanno manifestato i tassisti contro quel DDL23 concorrenza che avrebbe avvantaggiato solo la multinazionale americana Uber (tuttavia la crisi di governo ha portato allo stralcio della norma contestata24). In Albania si protesta per il carovita e per la corruzione dei governanti25, come per altro sta avvenendo – come abbiamo visto – in tante altre parti del mondo. In Francia si è iniziato a manifestare appena dopo la rielezione di Macron all’Eliseo26. In Macedonia si scende in piazza perché la gente è contraria agli accordi stipulati dal governo in vista di una prossima eventuale ammissione del paese all’UE27.

Ma le proteste più rilevanti, quelle su cui maggiormente ci dobbiamo focalizzare, sono quelle degli agricoltori olandesi, ormai spalleggiati dai colleghi del resto d’Europa. Questi agricoltori neerlandési, vessati dalle normative green che il governo vorrebbe imporre loro, si rendono conto che in realtà queste stanno solo mettendo a repentaglio la sicurezza alimentare dei loro concittadini, e pertanto scendono in piazza, occupano strade, ferrovie e aeroporti, si scontrano con le forze di polizia28. Sorprende – ma al contempo rassicura e conforta – il fatto che questi agricoltori abbiano chiaro il motivo per cui stanno protestando. Un esempio ce lo chiarisce. Alcuni manifestanti hanno usato uno degli innumerevoli ponti levatoio che contraddistinguono il bucolico paesaggio olandese come una sorta di lavagna e vi hanno scritto i nomi di coloro che ritengono responsabili di quanto sta loro succedendo: sono i nomi dei Rothschild, dei Rockefeller, di Bill Gates, Klaus Schwab, Mark Rutte e del suo vice Hugo de Jonge29. In altre parole, sanno che ciò che il governo olandese vuole fare è finalizzato all’Agenda 203030. Sanno che, nel momento in cui “lo stato sarà in grado di avere il pieno controllo sulle vite dei cittadini perché potrà dettare cosa non si può mangiare, cosa si può mangiare e quando si può mangiare”31, non si sarà più liberi ma sottomessi ad un potere totalitario come mai se ne sono visti nella storia dell’umanità. Dunque essi lottano non solo per loro e per loro famiglie e certo non unicamente per il loro tornaconto personale: lottano principalmente per tutti noi.

Questo è il punto focale. Le élite politiche dell’occidente hanno ormai perso ogni credibilità e legittimità agli occhi dei propri stessi cittadini perché sempre più numerose sono le persone che si accorgono che la parola democrazia, di cui continuamente ci si riempe la bocca, è solo una parola vacua senza alcuna attinenza con la realtà. Ci chiedono di fare sacrifici e di rinunciare al nostro stile di vita per combattere i cambiamenti climatici ed ora la dispotica Russia di Putin dove la democrazia e la libertà non esistono. E forse è vero che lì non esistono, per lo meno non nell’accezione che diamo noi a queste parole in occidente. Ma le nostre sono vere libertà e democrazia solo perché diverse da ciò che vi è in Russia? No, non si può dire questo. Come si può parlare di vere libertà e democrazie nel momento in cui i nostri leader non rispondo del loro operato ai propri cittadini, da cui teoricamente dovrebbero trarre la legittimità del proprio potere, ma ad entità ed organizzazioni sovranazionali, composte non si sa bene da chi, che perseguono ormai sempre più apertamente delle politiche – o per meglio dire delle agende – che sono totalmente contrarie agli interessi ed ai bisogni delle persone comuni, ormai considerate come sudditi verso cui esercitare un controllo totalitario e totalizzante?

Non è nostro intenzione perorare la causa della Russia. Ma un dato è indubbio: mentre la leadership russa viene in patria percepita come legittima perché reputata dai più credibile e competente, in occidente succede il contrario. Leadership apparentemente democratiche, perché salite al potere secondo i dettami costituzionali, e pertanto formalmente legali, in realtà appaiono come sempre meno legittime dal momento che, rendendosi conto la gente che esse perseguono interessi contrari ai propri, vedono la propria autorevolezza messa vieppiù in discussione.

In fin dei conti, quanto sta succedendo in Europa e un po’ in tutto il mondo è questo. Si protesta per il carovita, per l’inflazione, per la carenza di generi alimentari e di prima necessità, per le bollette energetiche alle stelle, per le sempre più difficili condizioni di lavoro delle classi meno abbienti… Ma soprattutto si protesta perché si comprende che i propri governi mancano di legittimità. Anzi, in definitiva i problemi per cui si protesta altro non sono che la conseguenza dell’operato di queste élite ormai totalmente avulse dalla realtà in cui vive la gente comune. Una leadership credibile perché capace ed incline a operare nell’interesse della popolazione – questa è ormai la percezione comune – non avrebbe neppure la necessità di fronteggiare tutti questi problemi per il semplice motivo che questi manco sarebbero sorti. Succede che non solo le élite politiche vengono considerate come inette; peggio ancora, viene loro rimproverato di essere la vera causa scatenante di tutte queste difficoltà.

Persino l’organo di stampa globalista per eccellenza, il Washington Post, non ha potuto fare a meno di rimarcare come le masse si stiano “risvegliando” nei confronti dei loro governi.

“Le elezioni svoltesi in Francia, Colombia e Spagna mostrano un modello di disaffezione nei confronti dei governi. Sul fronte economico, le rimostranze degli elettori derivano dagli effetti della globalizzazione sui salari della classe media e operaia, dalla crisi finanziaria del 2008 e dalle sue conseguenze, e dall’aumento delle disuguaglianze. Se le democrazie non sono in grado di fornire un governo efficace, la disaffezione, la rabbia e l’alienazione continueranno a crescere. Ancora peggio, questo fallimento può attirare gli elettori verso i leader autoritari, che promettono di tagliare le disfunzioni e di fornire ciò che i governi democratici sembrano incapaci di fornire”32.

Come può dunque un occidente con una classe dirigente così delegittimata, tanto da suscitare le veementi proteste dei suoi cittadini, pensare di contrapporsi con tanta ferocia alla Russia? Facciamo alcuni esempi. Incominciamo col dare un’occhiata al seguente grafico:

Il celebre istituto di ricerca demoscopica Gallup è solito presentare ogni anno un sondaggio che rappresenta la confidenza che i cittadini americani accordano alle loro istituzioni. Negli ultimi anni, come sopra si può notare, vi è stato un autentico tracollo: oggi solo il 27% degli americani crede ancora nel “sistema”. A parte l’esercito, che gode ancora di ampi consensi per quanto in diminuzione, gli americani non hanno più fiducia in nulla: non credono più nel loro sistema bancario-finanziario, nel sistema giudiziario, nelle grandi aziende, nei media, nei medici, nella scuola, non credono più neppure nello loro chiese. Ma soprattutto non credono più nei capisaldi della loro democrazia. Solo il 25% degli americani accorda ancora fiducia alla Corte Suprema, il 23% alla Presidenza ed appena il 7% al Congresso33. Veramente non hanno più fiducia nella loro democrazia!

Vi sono, se possibile, sondaggi ancora più inquietanti per il futuro dell’America. Il primo di questi, ad opera di Yahoo/YouGov poll34, ci dice che “molti residenti degli stati controllati dai repubblicani che hanno votato per Donald Trump nel 2020 credono che sarebbe meglio se il loro stato si separasse dagli Stati Uniti. Circa il 33% degli elettori di Trump nei cosiddetti red states afferma che personalmente se la passerebbero meglio se il loro stato diventasse un paese indipendente”35. La seconda di queste ricerche, ad opera dell’Università della California, afferma addirittura che circa la metà degli americani ormai teme che sia solo questione di tempo, probabilmente pochi anni, perché negli USA scoppi una guerra civile36.

Anche nell’unica istituzione americana verso cui l’americano medio seguita a nutrire fiducia, ossia l’esercito, i problemi sono enormi e potenzialmente devastanti. Il fatto è che ben il 75% dei giovani americani con età compresa dai 17 ai 24 anni vengono considerati inadatti al servizio militare per problemi di varia natura, come obesità o disturbi psicologi, per mancanza di istruzione, ma anche perché si tratta spesso di giovinastri senza arte né parte, autentici criminali, destinati a vivere la loro vita ai margini della legalità e della società. Il risultato è che quest’anno l’esercito americano ha raggiunto solo il 40% circa dei suoi obiettivi di reclutamento37. Le cose potrebbero persino peggiorare tenendo in considerazione che a causa delle restrizioni Covid implementate dall’amministrazione Biden vi è il rischio concreto che decine, forse addirittura centinaia di migliaia di individui tra personale civile e militare, poterebbero presto essere espulsi dall’esercito in quanto non vaccinati38. Senza dimenticare le politiche “woke” del partito democratico, che stanno sempre più trasformando in una barzelletta quella che sino a non molto tempo fa era considerata un’armata quasi invincibile.

Rinnoviamo la domanda: sono questi che vogliono “decolonizzare” la Russia? Sul serio? Fare una fotografia degli USA di oggi è esercizio doloroso. Personalmente non mi sono mai considerato molto filo-americano, ma è indubbio che intere generazioni di europei, a partire dal secondo dopoguerra, sono cresciute con il mito dell’America, della sua grandezza e di come fosse la nazione più progredita. Ovviamente tutto questa era un mito. Si sa: i libri di storia sono scritti dai vincitori, ed essendo stati gli americani i vincitori della Seconda Guerra mondiale (almeno ufficialmente), i libri che ci hanno fatto studiare sono stati spesso un’esagerazione se non una vera e propria distorsione della realtà. Ma resta il fatto che anche chi ha sempre convintamente creduto in questo mito oggi non può che dirsi allibito nel constatare quanto degenerata sia divenuta la società americana.

I dati che sopra abbiamo presentato (e ce ne sarebbero di altre cose da dire, a cominciare dal contenuto del laptop di Hunter Biden) sono indicativi di tensioni e lacerazioni sociali che non possono essere più ricomposte né in tempi brevi né – si teme – pacificamente. Oggi l’America è spaccata in due e forse anche in più parti; parti tanto inconciliabili tra di loro da odiarsi mortalmente. Nessun cittadino americano parlerebbe mai apertamente di una guerra civile prossima ventura se non ci si fosse già rassegnati all’ineluttabilità di questo evento.

Oggi “il conflitto in Ucraina è una guerra mondiale, in cui l’occidente sta combattendo contro la Russia per mezzo dei soldati ucraini”39, dice il presidente serbo Aleksandar Vučić. Inutile nascondercelo: ha ragione. Tutti fanno finta di nulla, ma è così. Per il momento, in Europa occidentale non è ancora una guerra cinetica, e ci si augura che le cose non cambino. Ma è indubbio che il livello di questa che al momento è ancora una guerra ibrida sia destinato ad alzarsi. Ed in questo momento la Russia è in posizione di indubbio vantaggio, non solo perché sta vincendo sul campo in Ucraina. Ha il tempo dalla sua; tempo da intendersi non solo cronologicamente, ma soprattutto meteorologicamente. Da sempre il Generale Inverno è il miglior alleato dei Russi. E lo sarà anche questa volta.

Ce la può fare l’Europa senza il gas russo? Oh, la fattrice Van der Leyen è convinta di sì. “Vincere, e vinceremo!”, sembra ella proclamare. Ma nel frattempo invita i paesi europei a ridurre i consumi di gas in vista del prossimo inverno del 15%40. Spagna, Portogallo e Grecia hanno già risposto picche41. Lapidaria la risposta del ministro spagnolo della transizione ecologica Teresa Ribera: “Vogliamo essere solidali ma non accettiamo l’imposizione di obblighi che, in termini di sforzi richiesti, sono al di sopra di quanto ci corrisponde e di ciò che viene richiesto ad altri partner”42. Insomma, per usare un linguaggio terra terra, questa dichiarazione equivale al canonico dito medio mostrato all’indirizzo della Germania.

Eh sì, perché è soprattutto la Germania a rischiare grosso qualora – nel corso di quest’estate – le tensioni tra occidente e Russia dovessero impedire il riempimento a livelli accettabili dei depositi di gas in vista del prossimo inverno. “Se avremo disordini sociali (a causa delle bollette energetiche triplicate, nda), lo stato non sarà in grado di farcela”, dicono in Germania43. E si dà il caso che, secondo un ministro ungherese, “negli ultimi giorni è diventato chiaro che l’Europa molto probabilmente non avrà abbastanza gas per la stagione di riscaldamento autunno-inverno”44. E mo’ so’ cazzi (scusate il francesismo). Se si arriva a parlare apertamente di rivolte sociali nella una volta ricca Germania, nonché locomotiva economica d’Europa…

Sarebbe ragionevole per la Germania, e al seguito per tutti gli altri paesi dell’UE, addivenire a più miti consigli con la Russia, visto ciò che concretamene si rischia in termini di tenuta del tessuto sociale. Ma in Germania succede che, come ci ricorda il politologo tedesco Werner Weidenfeld45, “quando abbiamo una diversa visione su un problema serio, gli americani mettono sul tavolo materiale d’intelligence compromettente per la Germania, e ci dicono: o cooperate o siete finiti”46. Solo che questa volta la Germania rischia troppo per non tentare quantomeno di sfidare l’impero. Per di più, la stessa impalcatura economica europea da cui i tedeschi hanno tratto, spesso indebitamente, grande vantaggio è a rischio. La mossa di Putin di ancorare di fatto il rublo al gas, la freddezza con cui Biden è stato accolto nel suo umiliante viaggio in Arabia Saudita dove era andato per perire un po’ più di petrolio47, il lavoro incessante da parte dei paesi BRICS per dar vita ad un sistema economico-finanziario internazionale alternativo a quello uscito dagli accordi di Bretton-Woods48, sono tutti fattori che porteranno a grossi sconvolgimenti.

Putin sta chiaramente minando il ruolo del dollaro e dell’euro come monete di riserva mondiale. Ma il dollaro potrà ancora sopravvivere, forse non così tanto a lungo, ma di sicuro più a lungo della moneta unica europea. In fin dei conti, gli USA, potenza nucleare seconda solo alla Russia, rimangono pur sempre uno stato-continente con una considerevole ricchezza di materie prime ed energetiche. Il loro debito pubblico è virtualmente impagabile malgrado ciò. Ma almeno loro le risorse ce le hanno. Noi europei no. Senza queste materie prime ed energetiche, noi non andiamo letteralmente da nessuna parte.

Se nel caso degli Stati Uniti ciò che assicura ancora il valore del dollaro è il suo legame col petrolio dei paesi arabi (ma fino a quando resisterà il petroldollaro?), la sua potenza militare (per quanto decadente) ed il grado di sviluppo scientifico-tecnologico delle sue grandi coorporations (primato questo apertamente insidiato dai paesi asiatici), nel caso dell’Europa ciò che dà valore alla moneta unica è sostanzialmente la capacità di trasformazione manifatturiera dei suoi paesi economicamente più avanzati, in primis la Germania. Ma senza la possibilità di acquistare a buon mercato il gas russo è a rischio questa stessa capacità manifatturiera. Ovvero, senza il gas russo, l’euro implode anche perché a differenza dell’America la moneta unica non è supportata da alcuna potere militare degno di tal definizione.

Insomma, non ci sono alternative: o ci si riavvicina alla Russia, sfidando l’impero, o si verrà sconfitti dal Generale Inverno. Sfidare l’impero? Cosa impensabile fino a poco tempo fa. Tuttavia possiamo ancora dirci sicuri che l’impero conservi ancora quel potere di “moral suasion” che ha saputo fino ad adesso sfoderare nei confronti degli stati vassalli per riportarli a più miti consigli ogniqualvolta osavano alzare la testa? Considerando quanto abbiamo scritto sopra, potrebbe non essere più così.
Oggi si aprono tempi nuovi proprio perché non c’è più legittimità nei governi occidentali.
Persino l’impero, per la prima volta nella sua storia, oggi è percepito come non più legittimo dai suoi stessi vassalli. Ma soprattutto non è più considerato legittimo dai suoi stessi cittadini.

Pensare che vi possa essere in Europa un cambio di paradigma rapido ed indolore è purtroppo pura utopia. Basti vedere quello che sta succedendo in Italia. Oh, chiaramente ci rallegriamo della caduta di questo governo, il cui operato per ovvi motivi si preferisce non commentare avendone un’opinione alquanto negativa. Il prossimo 25 settembre – ormai è ufficiale – si terranno le elezioni49. E dato il breve lasso di tempo che ci separa dalla tornata elettorale, ad autunno appena iniziato, c’è da dubitare che vi possano essere particolari sconquassi alle urne. Ma se si votasse solo qualche mese più in là, magari dopo i primi rigori invernali… Chissà che l’esito delle elezioni non possa essere ben diverso, magari con una maggioranza parlamentare meno filo-atlantista? Ma tant’è…

Di sicuro ci aspetta un inverno difficile. Le prossime maggioranze parlamentari non saranno certo in grado di risolvere alla radice i problemi dell’Italia. Anzi, data la loro conclamata inettitudine mi aspetto che siano capaci solo di peggiorare la già difficile attuale situazione. E questo porterà ad un’ulteriore crisi di legittimità del sistema politico italiano: una crisi che, ad onor del vero, si annuncia senza fine. Forse è vero che – come sostiene qualcuno – siamo alla fine della liberal-democrazia occidentale. Non ci crede più nessuno.

Cosa potrà succedere in seguito, nessuno lo sa. Si aprono, appunto, tempi nuovi dove di certo non mancheranno i grandi cambiamenti. Le istituzioni sovranazionali che hanno costituito l’impalcatura politica, economica, finanziaria e militare del mondo in cui siamo stati abituati a vivere potrebbero presto non esistere più. Avendo loro perso l’ultima briciola di legittimità, ci si aspetta che non saranno in grado di resistere a questi cambiamenti. Altrettanto certamente, questi ultimi saranno dolorosi. Dolorosi ma necessari. D’altronde, (citazione questa trovata su Twitter ma della cui paternità non sono certo) “il dolore ha due poteri. Il primo potere del dolore è il dolore stesso; arreca solamente dolore e ti trascina con sé verso il buio. Il secondo potere del dolore è invece quello che ti spinge a cercare delle risposte, quello che dalle profondità ti trasforma e che infine ti conduce sul cammino di ritorno. Dipende solamente da te, quale dei due alimentare”.

  • 1 https://www.orazero.org/decolonizzare-la-russia/
  • 2 https://en.wikipedia.org/wiki/Commission_on_Security_and_Cooperation_in_Europe
  • 3 https://www.youtube.com/watch?v=-iGtFXs9gvo&feature=emb_imp_woyt
  • 4 https://www.altreinfo.org/attualita/1550/il-piano-kivunim-destabilizzare-e-balcanizzare-tutti-i-paesi-arabi/
  • 5 https://en.wikipedia.org/wiki/The_Hill_(newspaper)
  • 6 https://thehill.com/opinion/national-security/424511-managing-russias-dissolution/
  • 7 https://www.lefigaro.fr/international/guerre-en-ukraine-lech-walesa-suggere-de-ramener-la-russie-a-moins-de-50-millions-d-habitants-20220710
  • 8 https://www.ilsussidiario.net/news/aiutai-gli-usa-a-fare-golpe-allestero-john-bolton-choc-russia-e-cina-furiose/2374549/
  • 9 https://www.rainews.it/articoli/2022/03/aumenta-la-popolarit-di-putin-in-russia–cf7fbf0b-7de9-4198-95dd-7115c7704f33.html
  • 10 https://carnegiemoscow.org/commentary/84893
  • 11 https://apps.dtic.mil/sti/citations/ADA486811
  • 12 https://fdocuments.net/document/principles-imperatives-and-paradoxes-of-counterinsurgency.html
  • 13 https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppi_etnici_nella_Federazione_Russa
  • 14 https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/devastata-da-due-conflitti-riparte-la-cecenia-dei-vicer
  • 15 https://it.insideover.com/guerra/i-ceceni-sono-fondamentali-per-le-strategie-di-mosca-in-ucraina.html
  • 16 http://sakeritalia.it/asia-centrale/ramzan-kadyrov-offre-a-putin-le-sue-personali-forze-speciali-volontarie-cecene/
  • 17 https://www.asianews.it/news-en/Colombo:-Protesters-occupy-presidential-residence,-Rajapaksa-flees-56225.html
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