La congiunzione, in questa metà di marzo 2021, di due sfortunati anniversari, fa luce sui legami e le somiglianze fondamentali tra l’autoproclamato campo del bene, e l’inevitabile campo del male vilipeso da questo stesso campo del bene. Si commemora così, se così si può dire, da un lato la prima offensiva della dittatura sanitaria francese sotto forma di un confinamento generale, inizialmente “venduto” per quindici giorni ma che durerà due mesi e sarà seguito da nuove “stagioni”, e dall’altro i dieci anni dell’inizio della guerra in Siria “venduta” come offensiva contro il dittatore Bashar el-Assad per la liberazione del popolo siriano.

Non si tratta tanto di confrontare questi due fatti a priori incomparabili, quanto di esaminare i punti comuni e l’effetto di auto-rafforzamento delle dittature che lottano contro, poi fanno accordi con altre dittature in nome dei loro interessi comuni. Interessi che si possono riassumere nella forma di una continuità di potere associata a una profonda corruzione, garantendo così l’arricchimento della casta dominante che mantiene uno stretto controllo su una popolazione stupefatta dall’assurdità, dall’arbitrarietà e dall’incessante comunicazione ansiogena dei mass media grassamente sovvenzionati.

O me o il caos.

Ciò che i dittatori hanno in comune è che giustificano l’instaurazione e la continuità del loro potere evitando il peggio: “O me o il caos”. Bashar al-Assad ha così giustificato la sua lotta contro il desiderio di emancipazione della popolazione siriana:

“O è Bashar, o bruciamo il paese”.

https://www.franceculture.fr/emissions/cultures-monde/monographie-syrie-10-ans-de-guerre-et-apres-14-regime-al-assad-se-maintenir-a-tout-prix

Non sarà sfuggito a nessuno che Emmanuel Macron usava la stessa retorica, lo stesso slogan “O me o il caos”, quando si vendeva durante la campagna elettorale del 2017:

Ma ci sono due soluzioni: o il caos dell’uscita dall’Unione Europea e l’ordine di Mosca. O la vera alternativa che sto sostenendo, che consiste nel trasformare il paese in profondità dal punto di vista economico, ecologico, industriale ed educativo all’interno di un’Europa rifondata.

https://www.courrier-picard.fr/art/25194/article/2017-04-20/emmanuel-macron-cest-moi-ou-le-chaos

Fascisti nel cuore delle istituzioni repressive.

Non ho dubbi che questo stesso slogan, in molte varianti, si trovi nelle dichiarazioni della maggior parte dei dittatori del mondo, perché dal momento in cui la nozione di scelta viene delegittimata, il principio stesso della politica – nel senso occidentale del termine – scompare. Slogan che di solito va di pari passo con una guerra contro qualcosa, una guerra che giustificherebbe non la requisizione delle forze vive della nazione per difenderla, ma la sua sottomissione alle forze di oppressione (polizia, esercito, ARS…) guidate dai fascisti.

Fascisti, nel primo senso della parola, cioè coloro che sostengono uno stato di sicurezza sotto l’egida di un capo supremo (Führer, Grande Timoniere, Giove…), in cambio della garanzia di importanti privilegi per se stessi, e del tutto indipendentemente dalle regole e dai principi costituzionali normalmente in vigore, che dovranno poi essere modificati con, guarda caso, uno stato di emergenza rinnovabile…

Siria, dove la relatività del male…

La Siria pre-2011 è descritta da alcuni esperti come una forma di perfezione dello stato di sicurezza, dove il regime controlla assolutamente tutti gli aspetti della vita politica, sociale e culturale, e impone attraverso le sue milizie una repressione incondizionata contro qualsiasi “devianza” o opposizione. È interessante ricordare la grande relatività della nozione di stato di sicurezza, a seconda che serva o meno gli interessi delle forze in gioco: i commentatori politicamente corretti presentano Bashar al-Assad come un mostro, ma dimenticano un po’ in fretta che all’inizio del suo regno (2001) aveva tentato un’apertura politica, poi chiusa di fronte al crescente potere dei Fratelli Musulmani. Dimenticano che un’importante classe media si è sviluppata in Siria tra il 2001 e il 2011, e che questo mostro detestabile è stato ospite ufficiale della Francia nel 2008 nel quadro del progetto dell’Unione per il Mediterraneo, partecipando persino alla parata del 14 luglio accanto a Nicolas Sarkozy!

È molto difficile vedere come lo stato di sicurezza siriano, così ampiamente denunciato, differisca da quello dell’Arabia Saudita, dell’Algeria, dell’Egitto e di altri “amici” della Francia, degli Stati Uniti e dell’autoproclamato “asse del bene”. Nella geopolitica, l’ipocrisia è la legge e le alleanze si fanno e si rompono secondo gli interessi particolari del momento, non certo secondo i principi morali o filosofici, anche se questo è ciò che il pubblico benpensante vorrebbe farci credere.

Dal relativismo all’autoritarismo, o il modello cinese.

Il relativismo è così alla base della politica, e ciò che era inaccettabile ieri diventa perfettamente raccomandabile oggi a seconda degli interessi che vengono serviti, indipendentemente dai fondamenti civili e costituzionali che dovrebbero proteggerci da esso: basta avere il nemico “giusto” a portata di mano. Per molto tempo, questo nemico è stato il terrorismo islamico, poi il terrorismo in breve, la cui definizione copre ormai quasi ogni azione o filosofia contraria agli interessi delle caste dominanti, il che permette alla Macronia, per esempio, di definire i Gilet Gialli come “terroristi” e quindi di squalificarli:

Il prefetto di polizia Didier Lallement ha programmato un “perimetro di protezione” per sabato a Parigi vicino all’Eliseo nel giorno della protesta dei gilet gialli e delle Giornate europee del patrimonio. Il dispositivo è previsto da una legge antiterrorismo dell’ottobre 2017.

https://www.lejdd.fr/Societe/a-paris-la-prefecture-utilise-un-dispositif-de-la-loi-antiterroriste-de-2017-face-aux-gilets-jaunes-3920813

La minaccia del caos è così diventata l’argomento principale dei regimi che non hanno altro da offrire che una forma di status quo, una concretizzazione del loro potere in cambio di un’illusione di sicurezza. È un recupero della filosofia hobbesiana, dove il popolo accetta di delegare i suoi diritti al sovrano in cambio della sua sicurezza (1).

Il Consenso.

Tuttavia, già all’epoca delle prime grandi costruzioni, e dobbiamo citare il Leviatano di Hobbes (1651) e il Contratto sociale di Rousseau (1762), si poneva il problema di articolare libertà e sicurezza. Si perde necessariamente qualcosa associandoli. Resta da vedere cosa si guadagna, e se quello che si guadagna supera quello che si perde.

Questo è ciò che questi autori hanno cercato di fare, spostando il cursore in direzioni opposte: per Hobbes, bisogna alienare la propria libertà per ottenere sicurezza. L’alienazione non toglie la libertà imprenditoriale, è perfettamente possibile gestire un’impresa sotto un regime autoritario, e può persino essere una risorsa.

Quali che siano gli avatar del Sovrano nel Leviatano, il suo fondamento deve comunque essere descritto come “democratico”: ogni patto è fatto dal popolo, o più precisamente, ogni individuo, contraendo questo patto, si costituisce come popolo. La scelta della sicurezza è, in questo modello, una variante della democrazia.

D’altra parte, Rousseau porrà la libertà, che è inalienabile, al centro del contratto sociale: e se ogni individuo rinuncia alla sua libertà come individuo, è per trovarla meglio istituita in forma politica. Questa è la volontà generale, non un’aggiunta, ma piuttosto una sottrazione di interessi personali a favore dell’interesse di tutti. “Per partecipare al corpo politico della nazione, ogni cittadino deve sollevarsi contro se stesso”, commenta Hannah Arendt, perché “l’accordo di tutti gli interessi è formato dall’opposizione a quello di ogni individuo”.

https://theconversation.com/survivre-est-ce-la-finalite-de-la-democratie-84975

Hobbes è molto specifico al modello cinese, dove la sicurezza quotidiana è sì garantita dalla sorveglianza continua di ogni cittadino (2), ma una sicurezza illusoria nel senso che ogni dissenso diventa impossibile, dove una parola di troppo può mandarti in prigione, senza processo, per tutto il tempo che le autorità vogliono, anche se sei uno dei potenti (3). Per la maggioranza dei cinesi, la dittatura del partito comunista è l’antidoto al caos che emergerebbe se la Cina si aprisse nel senso occidentale della parola, aprendosi allo stesso tempo al terrorismo islamico, alla delinquenza e così via. E se il prezzo da pagare è consumare in silenzio, così sia.

Covid-19 + efficienza cinese = trampolino di lancio verso la dittatura.

La crisi del Covid 19 avrà fatto molto per far avanzare il modello cinese nelle menti tecnocratiche europee. Non nel senso di un riavvicinamento con la Cina, che rimane e rimarrà ancora per molto tempo un predatore di prim’ordine delle nostre economie e del nostro patrimonio civile, ma nel senso di un modello autoritario di governo che unisce numerosi vantaggi. Segnaliamo la presunta efficacia della risposta cinese al Covid, il suo rapido ritorno a una forma di normalità, la “disciplina” della sua popolazione il cui ogni aspetto della vita è ormai condizionato dallo smartphone e dalle sue applicazioni di credito sociale, pagamento virtuale e passaporto sanitario (4).

Passaporto verde e segregazione sanitaria.

Questo passaporto serve da modello per il “passaporto verde” che si sta sviluppando nelle menti malsane della tecnocrazia europea (5). Malsano, perché stabilire una segregazione sanitaria in nome di un virus per il quale poche persone sotto i 65 anni sono a rischio di una forma grave, e contro il quale la maggioranza delle persone sopra i 65 anni sarà vaccinata, è un desiderio di controllo che è totalmente sproporzionato alla posta in gioco. Per non parlare del fatto che tale passaporto non garantisce in alcun modo che l’individuo non sia infetto nel momento in cui lo presenta, vaccinato o no. Per non parlare del fatto che, passaporto o no, le misure di barriera rimarranno le stesse per tutti, l’unica differenza sarà l’accesso a certi luoghi.

Immagino che ci sia un’indignazione di fronte a questo attacco diretto al principio civile della libera circolazione. In Belgio, l’industria alberghiera e della ristorazione ha già fatto sapere che non intende agire come un ausiliario della polizia (6). Questo non impedirà a molti politici, tecnocrati, medici, giornalisti e commentatori di ogni tipo di promuovere questa misura in nome di un “ritorno alla normalità” che, secondo loro, può essere raggiunto solo quando siamo tutti vaccinati e portiamo il suddetto passaporto.

Dall’umano al sistema.

Questa visione distopica, proposta da persone a priori intelligenti e colte, illustra il più grave dei pericoli: gli assiomi politici che sono serviti come fondamento della nostra civiltà dall’Illuminismo in poi, assiomi sostenuti dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, e dalla maggior parte delle Costituzioni, sono messi in discussione in nome di una nuova ideologia non più centrata sull’essere umano come individuo che aspira all’emancipazione dalle condizioni che gli sono imposte, a priori, la sua nascita e la società, ma d’ora in poi centrato sul Sistema di cui l’Umano è certamente una parte, ma né più né meno degli altri elementi che lo compongono, e a cui deve sottomettersi in nome della stabilità del tutto.

Un Sistema che non ragiona più come un servizio agli Umani individualizzati e specifici, ma come una finalità ontologica al cui servizio questi Umani devono d’ora in poi sottomettersi, essendo diventati esseri indifferenziati all’interno di una massa definita in forma di statistica. Questa iatrogenesi istituzionale è stata riconosciuta come tale da Ivan Illich verso la fine del XX secolo (7). Ha usato l’esempio dell’educazione o della medicina per illustrare come un’istituzione si trasforma da un servizio utile all’individuo in un’istituzione patologica che mira a prendere il controllo degli esseri, a ridurli ai propri criteri:

“Quando un’attività strumentale supera una soglia definita dalla scala ad hoc, prima si rivolge contro il suo fine, poi minaccia la distruzione dell’intero corpo sociale. “

– Ivan Illich, La Convivialité, Paris, Éditions du Seuil, 1973, p. 11

La denuncia dell’istituzione iatrogena all’interno degli affari umani è anche il soggetto dello studio di Alain Supiot in “La gouvernance par les nombres” (La governance tramite i numeri), di cui questa è l’introduzione di un affascinante documentario:

C’è stato un tempo in cui, parlando con un funzionario o un medico, il nostro problema, il nostro caso veniva trascritto come detto, e accettato come tale. Oggi il funzionario o l’impiegato cerca la casella che dovrebbe corrisponderci, e se la casella non esiste, il nostro caso non esiste e ci viene chiesto di adattarci, di scegliere una casella che il Sistema avrà convalidato come statisticamente rappresentativa. Questo è ciò che Supiot chiama il dominio dell’immaginario cibernetico, un immaginario secondo il quale il computer è un processo che può essere trasferito all’intero universo, e quindi alla società, e quindi al governo.

Questa ingiunzione ad adattarsi è anche criticata da Barbara Stiegler (8) nel contesto della politica liberale, aumentata da una recente critica della gestione della pandemia attuale come una minaccia alla democrazia:

Dalla tecnocrazia al caos.

Lo spirito tecnocratico, di cui Castex, Véran e altri Salomon sono quasi-caricature (e troviamo equivalenti altrove che in Francia, naturalmente), adora il modello cibernetico basato sulla modellizzazione e l’astrazione, generando obblighi comportamentali indifferenziati e assurdi, come: tutti indossano una maschera, tutti restano rinchiusi, anche le persone sane. L’obiettivo statistico del Sistema diventa l’assioma civile di riferimento, sostituendo quelli basati sull’obiettivo umanistico declinato in diritti fondamentali come il diritto alla circolazione, al commercio, ecc.

In un mondo veramente cibernetico e deterministico, un tale sistema può indubbiamente funzionare, ma non, o non per molto, in un mondo reale, organico e soggetto a pressioni che fanno sì che l’obiettivo del sistema non sia quello della maggioranza della popolazione. Naturalmente è possibile far rispettare le direttive del sistema attraverso la polizia, i servizi segreti, l’esercito, e questa è una caratteristica delle dittature. Si tratta ovviamente di una caratteristica centrale della dittatura sanitaria, almeno in Francia, dove la polizia sta tormentando la popolazione da un anno in nome del coprifuoco e di altri confinamenti (9).

Ma questo non può durare, e la sottomissione al Sistema iatrogeno con la forza e la propaganda porta, prima o poi, alla rivolta e al caos. Stiamo vedendo gli inizi di questo caos in tutta la società, con la possibile eccezione delle classi più privilegiate, sia per ricchezza che per status di dipendenti pubblici. I giovani pagano il prezzo più alto, trattati come bestiame infetto a scuola o rinchiusi in stanze senza lavoro, senza amici, senza luoghi per socializzare. E saranno loro, inoltre, a dover pagare i debiti del covid di cui hanno beneficiato soprattutto i vecchi.

La lotta tra l’approccio hobbesiano della dittatura del sovrano e quello di Rousseau, che santifica la libertà, sarà senza dubbio al centro di questo famoso “mondo di domani”, che non sappiamo se arriverà un giorno o se è già qui. Se non cambia nulla, se la ragione umanista non riprende piede (e ciò non promette bene), dobbiamo aspettarci che gli apprendisti dittatori debbano rivedere il loro slogan elettorale: non sarà più “Io o il Caos”, ma “Io e il Caos”.

Link articolo: https://zerhubarbeblog.net/2021/03/15/cest-moi-et-le-chaos/

Scelto e curato da Jean Gabin