Come i nostri lettori ricorderanno, qui su Ora Zero avevamo previsto una sorta di “Tana libera tutti”, cioè la revoca dei blocchi imposti dal coronavirus, per una data ben precisa: il 3 giugno.

A quanto si legge sui giornali o si apprende dai notiziari televisivi, il governo sembra intenzionato ad allentare significativamente il blocco già a partire dal 18 maggio, su pressione delle regioni. Per cui già per quella data potremmo avere tutte le attività commerciali riaperte, compreso parrucchieri, bar, ristoranti e stabilimenti balneari. Si potrà essere più liberi di “girare”, si pensa di togliere l’autocertificazione (sarebbe ora!), di lasciare libertà di incontrare anche gli amici, oltre i controversi “congiunti”. Anche l’obbligo della mascherina, all’aperto, dovrebbe essere revocato e lasciato solo per gli ambienti chiusi. A partire dal 3 giugno invece, dovrebbero essere consentiti gli spostamenti tra regione e regione, dovrebbe essere riaperto Schengen, cioè si potrà attraversare liberamente i confini nazionali e dovrebbe essere revocata la quarantena per chi giunge dall’estero.

Restano le norme sul distanziamento sociale sia all’aperto che soprattutto al chiuso. Ma di fatto, se al chiuso sarà più agile far rispettare le regole perchè ad una ispezione a random delle forze dell’ordine dovessero essere riscontrate irregolarità, a pagarne le conseguenze sarebbe l’esercente del locale, il quale quindi ha tutto l’interesse a far rispettare le norme anti covid, all’aperto, nei parchi, sui lungomare, sui viali di grande affluenza pedonale, chi farà rispettare le norme? Io penso che già dopo un mesetto scarso dalla riapertura, le norme sul distanziamento sociale all’aperto saranno in vigore solo in teoria ma abbandonate nella pratica.

Ovviamente l’allentamento del blocco e la successiva revoca erano misure scontate, era solo questione di tempo. Non era pensabile, anche durante i giorni più bui dell’epidemia, protrarre troppo a lungo la chiusura del paese, perchè le conseguenze sul piano economico e sociale sarebbero state devastanti. Le vittime di un prolungamento dissennato del lockdown, alla fine sarebbero presumibilmente state in numero decisamente superiore a quelle causate direttamente dal coronavirus. E questo lo capiva persino questo governo, nonostante l’inefficienza, la mancanza di strategia e l’inettitudine dimostrata ampiamente anche in altre occasioni, preoccupato solo di riuscire a continuare a galleggiare, di gestire la mancanza di coesione tra le forze politiche che lo sostengono, e per la ricerca di attenzione mediatica per nascondere la mancanza di consenso politico.

Dobbiamo renderci conto che nella gestione dell’emergenza coronavirus, nella gestione politica e mediatica dell’epidemia, non c’è stato nulla di scientifico. E non è l’essersi completamente affidati agli scienziati, come ha fatto questo governo, per mancanza di coraggio, visione politica e strategica a rendere la situazione ben gestita a livello scientifico. Seguire la scienza, tra l’altro, significa prendere decisioni maturate su osservazioni scientifiche oggettivamente valide basate su dati certi e incontrovertibili. Tutto il contrario di quanto successo.

Vogliamo fare un po’ di cronistoria sulla gestione dell’epidemia a partire da quando la diffusione in Cina è diventata così massiccia da rendere impossibile al regime cinese tenerla nascosta?

All’inizio il governo e le forze politiche che lo sostengono, hanno fatto di tutto per impedire “pericolosi” allarmismi sottovalutando la situazione. Ricordiamo ancora una volta il ministro Speranza e il virologo Burioni dichiarare in diretta televisiva che il virus da noi non sarebbe mai arrivato, ma che se per assurdo fosse giunto nel nostro paese, avrebbe trovato un paese pronto a gestire il problema.

Esticazzi!

E poi Milano non chiude, Bergamo non chiude, gli aperitivi sui navigli, gli abbracci ai cinesi e Schengen non chiude. Ma ben presto, inversione di marcia e allarmismo a piene mani! Tutto chiuso, fabbriche e negozi chiusi, state a casa, elicotteri, droni e truppe d’assalto a caccia dei trasgressori sorpresi a zonzo senza un valido motivo. E la paura sparsa a piene mani con bollettini giornalieri su contagi, decessi e ospedali al collasso che non avevano nulla da invidiare ai bollettini di guerra. Era il periodo degli ospedali travolti dallo tsunami, posti in terapia intensiva insufficienti, pazienti “intubati” che morivano come mosche perchè l’intubazione si è dimostrata in seguito persino controproducente, medici e infermieri allo stremo -tutti ricordiamo la foto dell’operatrice sanitaria stremata per la fatica, che ha fatto il giro del mondo.

La paura usata come cura contro il coronavirus.

Ma la paura è raramente buona consigliera: induce a comportamenti irrazionali. L’isteria conseguente alla paura fa prendere decisioni affrettate e spesso errate. Un esempio? Le polemiche sull’ospedale in fiera a Milano. Quasi del tutto inutilizzato, è costato 21 milioni di euro. Lasciando da parte le motivazioni politiche delle polemiche e la facilità con cui si può parlare col senno di poi, perchè costruire una cattedrale nel deserto piuttosto che usare quei denari per azioni più efficaci? Perchè in quel momento la paura la faceva da padrona: posti in terapia intensiva insufficienti, il terrore che una esplosione massiccia del contagio in una città come Milano avrebbe provocato un disastro, la paura di un numero di pazienti bisognosi di ricovero in terapia intensiva di gran lunga superiore al numero dei posti stessi, con la prospettiva di decessi causati da una insufficiente organizzazione, ha fatto prendere la decisione che in quel momento l’irrazionalità della paura rendeva la più giusta.

La paura non è scientifica. ma nemmeno il comportamento stesso degli scienziati a cui spesso abbiamo assistito, non è scientifico. Oltre all’episodio sopra citato di sottovalutazione del virus, ricordiamo l’indecente comportamento tenuto riguardo l’utilità delle mascherine: prima erano giudicate inutili -per forza, non ce n’erano!- poi giudicate utili ma solo per chi ha contratto il coronavirus in maniera da non diffondere il virus tramite le particelle di saliva. Poi diventate indispensabili, tanto da invitare la popolazione, in mancanza delle stesse, ad arrangiarsi con sciarpe e fazzoletti o mascherine fai da te. Poi però alcune fabbriche che si erano convertite in produttrici di mascherine stoppate perchè il prodotto mancava della certificazione UE!

E non parliamo delle voci più disparate, messe in giro sempre dagli scienziati, tipo che con la bella stagione il virus perderà forza. No, dice un altro, non ci sono prove che questo possa accadere. A ottobre nuova ondata, data per sicura al 100%. No, non è vero, a ottobre il virus potrebbe essere mutato e diventato meno letale. Ma non ci sono prove che il virus possa mutare…e così via.

Poco scientifiche anche le polemiche sulle cure da somministrare contro il virus, in attesa di un vaccino che potrebbe non arrivare mai o essere largamente inefficace. Scienziati contro scienziati, ognuno preoccupato che le proprie tesi prevalessero su quelle degli altri, basta ricordarsi del poco scientifico scontro tra Burioni e De Donno sulla cura sierologica. Con tanto di noiosi strascichi sulla cancellazione o sospensione volontaria del profilo facebook del prof. mantovano.

Per finire ricordiamo le polemiche tra governo e regioni, con il primo fautore del prolungamento del blocco e/o una riapertura più graduale e le seconde preoccupate dalla tenuta economica e sociale dei territori da loro amministrati. Se il governo riteneva fosse scientificamente giusto prolungare il blocco almeno fino al 3 giugno, avrebbe dovuto insistere e imporsi. Del rewsto è quello che ha fatto verso la regione Calabria, che voleva riaprire ancora prima del 18 maggio sia perchè riteneva di poter garantire il distanziamento richiesto dalle norme anche con esercizi commerciali aperti, sia perchè una delle zone meno colpite dal virus nel mondo. Ma allaCalabria non è stato concesso quello che sarà concesso a tutti già da lunedì: che base scientifica ha tutto questo? Nessuna.

Qui la scienza tanto invocata non c’entra nulla, c’entra invece la disorganizzazione dello stato, il tirare a campare, l’incapacità di adottare una strategia efficace, la voglia di protagonismo e la pretesa di andare avanti a tentoni facendo credere di avere un navigatore satellitare di ultima generazione.

Se domani magari in televisione, uno scienziato o un politico che dice di seguire solo i consigli degli scienziati dovesse affermare con incrollabile certezza cosa fare e cosa succederà in materia di coronavirus, un consiglio: cambiate canale.