Ci stavo pensando mentre facevo colazione questa mattina e leggevo i giornali sul cellulare.

Anzi, mi correggo, leggevo notizie sul cellulare.

Già, perché non stavo sfogliando, che so, ilgiornale.it, repubblica.it, o corriere.it, NO, stavo sfogliando le notizie che l’app Google Discover selezionava per me e rendeva disponibili come prima pagina sul mio smartphone.

Google Discover è a tutti gli effetti un aggregatore, e puoi decidere quali filtri (chiamati cards) sulle notizie selezionare. Le preferenze ruotano, come al solito, intorno al tuo account, e fanno parte dei tuoi preziosissimi dati personali.

I dati personali sono il nuovo asset del XXI secolo.
Perché l’informazione la farà sempre più da padrona e saper gestire efficacemente l’informazione renderà sempre più proficue alcune attività, e meno proficue altre.

Se ci pensate bene, le criptovalute basano la loro sicurezza su chiavi di accesso digitali.
Un email basa la sua sicurezza su una password.
Accedo al mio conto in banca via smartphone con impronta digitale.

Una impronta digitale, una password, una chiave di sicurezza digitale mi definiscono, perché definiscono il modo in cui io posso entrare ad interagire con l’ecosistema informativo esterno.

Per esempio, per stanare con sicurezza Satoshi Nakamoto, l’unico modo è aspettare che i suoi bitcoin si muovano perché solo Satoshi ha la sua chiave privata di accesso.
Nessuno sa chi sia, ma per vendere i bitcoin deve usare una fottuta lunghissima stringa di bit che solo lui conosce.

La situazione continuerà ad evolversi e credo fortemente che arriveremo a comodi chip sottopelle che serviranno a validare transazioni economiche, accesso alla posta elettronica, ai social etc. Come la sicurezza di questi chippetti sottopelle verrà garantita, beh, vedremo.

Torniamo a Google.

Tra una notizia e l’altra, controllavo la posta (Gmail), mio figlio mi parlava di un video (Youtube) e se non conoscevo un termine inglese usavo Google Translator.
ExitEconomics gira su piattaforma Blogger, di Google.

Ieri sera a letto leggevo un e-book sulle criptovalute usando Play Books di Google.

Google ha collaborato estensivamente ad una self-driving car insieme a FCA (Marchionne non volle mettersi in competizione inutile con i giganti della tecnologia, e optò per sinergie industriali mirate), e la macchina è quasi pronta per l’uso di massa. Le mie abitudini di guida, i miei percorsi (ho detto Google Maps o Google Earth?) saranno parte del set delle mie preferenze. Ancora, dati personali disponibili a Google.

Per mezzo di algoritmi di IA Google sarà in grado di predire i miei comportamenti con sempre maggiore precisione.
Già lo fa oggi suggerendomi le notizie su Google Discover. E in genere ci prende.

Il punto, secondo me, NON è bloccare questo trend, che io vedo come inevitabile perché ritorna utile alla maggior parte delle persone (chi potrebbe fare a meno dei servizi di Google a meno di non faticare solo per dover apparire “cool” ed anticonformista ad una cena?) ma come sfruttarlo a beneficio dell’individuo.

In altri termini, come rendere profittevoli i nostri dati personali.
Manca in tutti i paesi, che io sappia, una legge che consenta di dare un VALORE ai nostri dati personali. Ci pensavo ieri, in parallelo mentre scrivevo il post spiegando perché bitcoin non è né sarà mai oro digitale.
Partivo dall’oro che secondo molti ha valore intrinseco (grande fesseria, ma non è banale arrivare a capirlo).

In generale, un asset è tale solo se c’è domanda per esso.
Quindi occorre la domanda per dare un prezzo a qualcosa che esiste.
Estrarre valore non è banale, perché prima bisogna vederlo il valore, magari è sotto il tuo naso ma non te ne accorgi.
Il prezzo non deve essere necessariamente in dollari o euro. E qui si apre la possibilità di uso di token economies; insomma, criptovalute e similaria.

Cosa è sotto il nostro naso tutti i giorni come l’aria che respiriamo a cui non diamo importanza, tanto è scontato?
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Esatto, i nostri dati personali, ovvero le nostre interfacce verso il mondo informativo ESTERNO.
Noi siamo il lato supply; il mondo esterno, Google per esempio, è il lato demand.

C’è un modo di sviluppare dei token che misurano il valore in questo modo, secondo una filosofia blockchain? Non lo so. Magari qualcuno può illuminarmi. Per ora sono solo idee, ma le metriche iniziano ad essermi chiare.
E sono appena agli inizi. Ho iniziato ad interessarmi seriamente di blockchain due settimane fa.

Chiunque sia interessato a creare un gruppo di lavoro per iniziare ad affrontare sistematicamente queste tematiche e renderle profittevoli può scrivermi a lorenzo.marchetti@gmail.com.

Posted by ExitEconomics  Link articolo originale https://exiteconomics.blogspot.com/2019/08/tecnologia-google-e-dati-personali.html