BY PAUL C. F. – La crescita esponenziale di internet degli ultimi due decenni, insieme alla possibilità di creare e diffondere contenuti anche da parte di singoli autori grazie alle piattaforme social e ai blog ci aveva dato l’illusione che una nuova era di libertà di parola si stesse schiudendo davanti a noi. Mentre in passato il panorama dei media era costituito in pratica solo da giornali e televisioni, entità che per forza di cose erano grandi organizzazioni che disponevano di amplissime strutture, personale e risorse, la nuova tribuna offerta da internet permetteva ad una miriade di piccole voci di raggiungere un pubblico molte più ampio di quello raggiungibile attraverso i canali tradizionali, soprattutto per la cosiddetta informazione alternativa. Un altro grande vantaggio di Internet era di permettere agli utenti dell’informazione di avere un diritto di replica e di critica diretto ed immediato, in sostanza una comunicazione a due sensi, a differenza dei media tradizionali che permettevano solo una comunicazione top-down.

Ovviamente questa modalità è possibile tutt’ora, ma nel panorama di Internet non vi è ombra di dubbio che alcune piattaforme come Twitter, Facebook, Instagram e Youtube abbiamo ormai raggiunto un livello di notorietà e di utenza che surclassa ampiamente i media tradizionali, i quali sebbene si siano lanciato da tempo sul web, arrancano nel tenere il passo con la crescita di fruitori dei social media. Grazie anche alla diffusione degli smartphone, ormai gli utenti dei social coinvolgono tutte le categorie sociali e le fasce d’età, fermandosi solo alla soglia dei settantenni (e non mancano certo utenti che superano quest’età). Non c’è inoltre azienda, per quanto piccola, che non abbia una pagina su uno o più di questi social media; la stessa battaglia politica si svolge oramai in buona parte su queste piattaforme e non esiste leader politico, partito o capo di governo che non abbia un account Twitter e Facebook.

Ne consegue che i succitati siti web, abbiano da tempo superato la fase “underground”.Essi nacquero infatti nei primi anni duemila come una nuova forma di espressione in un mondo, quello di internet, che era ancora una vasta prateria da conquistare, in questo selvaggio West i pionieri furono giovani svegli e ambiziosi che ne intuirono le potenzialità, offrendo al pubblico siti che permettevano di esprimersi in tutta libertà, senza formalità o regole stringenti. Questa opportunità venne colta per esprimersi in tutti i campi; sebbene la stragrande maggioranza utilizzasse e utilizzi tutt’ora i social per svago, intrattenendosi con gossip, voyerismo, barzellette, banalità, foto delle vacanze e di teneri micetti, queste piattaforme sono anche divenute una tribuna per questioni meno leggere, anzi dannatamente serie, offrendo un canale di espressione anche alla controinformazione, alle opinioni fuori dal coro e addirittura (che Iddio ci protegga!) alle teorie bollate come “complottiste”.

Proprio qui sta il punto, essendo Facebook, Twitter, Instagram e Youtube ormai divenuti un formidabile megafono per opinioni fuori dal coro, lasciare completa libertà agli utenti poteva diventare molto pericoloso, il fiume di opinioni andava irregimentato per essere incanalato in un alveo che non creasse troppo scompiglio. E’ così che da alternativi, i grandi social network, si sono lentamente trasformati in mainstream e in politically correct. E in fin dei conti era un’evoluzione che ci sarebbe potuti aspettare, vista la diffusione e l’impatto che hanno raggiunto, che ormai trascende i confini e le lingue e raggiunge un pubblico che nessun grande giornale, radio o network TV hanno mai raggiunto.

Gli amministratori dei social network la chiamano responsabilità verso il pubblico, personalmente la chiamo cooptazione. I primi approcci in tal senso sono iniziati molto presto, già nel lontano 2011 Barack Obama teneva una cena riservata con i top manager delle grande aziende High Tech, al posto d’onore accanto a The President, sedeva non a caso Mark Zuckerberg insieme a Steve Jobs, oltre ad essere presenti i CEO di Google, Yahoo, Twitter, Netflix e Apple insieme agli altri guru del mondo dell’IT. In sé nulla di scandaloso, tuttavia questa cena è il segno tangibile che il potere politico aveva già fatto cooptato i Big del Web che quindi dovevano adattarsi ai dictat del potere e non potevano più essere alternativi.

Guest list: Left, from President Obama, Apple chairman and CEO Steve Jobs, Westly group founder Steve Westly, host’s wife Ann Doerr, Google CEO Eric Schmidt, Genentech chairman Art Levinson, Cisco Systems CEO John Chambers, venture capitalist John Doerr (host) Oracle CEO Larry Ellison, Netflix CEO Reed Hastings, Stanford University president John Hennessy, Yahoo president Carol Bartz, Twitter CEO Dick Costolo, unknown, Facebook founder, president and CEO Mark Zuckerberg

https://www.dailymail.co.uk/news/article-1358363/Steve-Jobs-Mark-Zuckerberg-meet-President-Obama-technology-summit.html#comments

Detto per inciso era un’offerta che non si poteva rifiutare: meglio adattarsi ed essere ammessi “a corte” con tutti gli onori, che continuare a fare il geek indipendente e rischiare che il potere politico ci facesse magari la guerra.

Proprio da queste considerazioni nascono poi quelle politiche aziendali di censura e limitazione del discorso che i social media dei grandi motori di ricerca hanno cominciato lentamente ad implementare. Tale politiche di censura strisciante, sono divenute ultimamente piuttosto palesi, tanto che molti autori alternativi stanno cercando nuovi spazi di espressione che non riescono più a trovare sulle grandi piattaforme.

Basti pensare alla recente politica di warning implementata da Twitter, dove le dichiarazioni dei politici vengono sottoposte al fact checking autoreferenziale e senza appello delle AI e dei dipendenti del sito. Anche i tweet del Presidente in carica Donald Trump vengono censurati o pubblicati con messaggio di fact checking, con la sola differenza che tali censure appaiono leggermente sbilanciate, come potete leggere qui sotto.

https://www.washingtontimes.com/news/2020/oct/19/facebook-twitter-censored-trump-campaign-65-times-/?cache

Oppure ecco il recente annuncio di Twitter sulla sua politica in merito alle vaccinazioni Covid: In sostanza ogni critica alle vaccinazioni non è ammessa:

https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2020/covid19-vaccine.html

Addirittura Twitter è arrivato a non permettere di pubblicare articoli di giornale non graditi, come nel caso dell’articolo del New York Post sulle vicende di Hunter Biden.

Anche Youtube a sua volta usa una sua forma di limitazione dei contenuti, come la demonetizzazione. La demonetizzazione è uno stratagemma usato dal sito per scoraggiare gli autori a parlare di argomenti considerati controversi, va da sé che la definizione di “controversi” è puramente a discrezione di Youtube. Essa consiste nel non pagare le visualizzazioni agli autori di un video non gradito, oltre al fatto che il video viene delistato, ovvero non appare mai nelle proposte automatiche del sito, perciò per vederlo lo si deve conoscere e cercare appositamente. Questa tecnica di scoraggimento può risultare molto onerosa, soprattutto gli autori che pubblicano in modo professionale o semi-professionale, inducendoli ad applicare un’auto-censura.

https://www.polygon.com/2018/5/10/17268102/youtube-demonetization-pewdiepie-logan-paul-casey-neistat-philip-defranco

Oltre o ciò esiste la cancellazione vera e propria dei canali, qui sotto il link al sito Youtubecensorship che tiene la lista aggiornata di tutti i canali bannati giornalmente da Youtube, nonché del doppio standard tenuto dal Sito nell’operare i ban.

https://www.youtubecensorship.com/

In prima fila in queste politiche di limitazione del discorso pubblico è naturalmente Facebook: i siti e le controversie riguardanti il sito di Zuckerberg fanno notizia da tempo, basti citare il famoso caso Cambridge Analitica, per il quale il giovane Tycoon è dovuto apparire di fronte ad una commissione del congresso. In questo caso si trattava dell’utilizzo improprio dei big data raccolti dagli utenti, ma è ormai chiaro a tutti coloro a cui non interessa postare micetti e barzellette, che Facebook opera un’attiva selezione dei contenuti che va ben oltre la protezione del pubblico da contenuti oggettivamente pericolosi, ma bensì opera scelte selettive nel censurare post a contenuto politico e di altro tipo che non sono graditi alla proprietà. Qui sotto potete trovare una piccola selezione in un mare di post in tal senso.

https://nypost.com/2020/10/19/facebook-workers-ashamed-by-tech-giants-censorship-of-posts-reporting/

https://www1.cbn.com/cbnnews/us/2020/june/facebook-announces-new-censorship-plan-as-employees-reveal-their-anti-conservative-anti-trump-agenda

https://www.projectveritas.com/news/another-facebook-whistleblower-interference-on-a-global-level-in-elections/

https://eu.usatoday.com/story/tech/2020/11/17/facebook-twitter-dorsey-zuckerberg-donald-trump-conservative-bias-antitrust/6317585002/

Per non farsi mancare nulla Zuckerberg, tramite la fondazione gestita con la moglie Priscilla Chan, ha elargito ben 400 milioni di dollari ad un’associazione no-profit Center for Tech and Civil Life, la quale a sua volta ha girato questi fondi alle 2100 contee che ne hanno fatto richiesta per “migliorare e rendere più sicure le infrastrutture di voto delle contee”. L’azione è stata oggetto di critiche azioni legali da parte di gruppi conservatori che hanno visto in queste donazioni un tentativo di influenzare le operazioni di voto. La vicenda non è ancora del tutto chiara, ma visto le inclinazioni politiche di Zuckerberg e la cifra tutt’altro che insignificante, qualche legittimo dubbio può sorgere.

https://www.reuters.com/article/usa-election-zuckerberg-chan-idINKBN26Y22I

Va da sé che queste forme di censura semi-palesi vengono mascherate da paroloni altisonanti come “corporate responsability”, “political correctness”, “fact checking”, per non dire apertamente che di certe cose non si può parlare e basta, pena l’esclusione dal poter postare contenuti.

Anche se in realtà la pressione verso il controllo sta diventando sempre più palese e pervasiva, tanto da essere oggetto di discussione pubblica sul web.

A questo punto si potrebbe obbiettare che comunque questi social network sono compagnie private, che non svolgono alcun servizio pubblico, gli utenti inoltre, accedendovi, sottoscrivono le regole imposte da una azienda privata. Se questo è indiscutibilmente vero, va però rilevato che Twitter e in particolare Facebook non sono aziende ordinarie. Facebook, come proprietario non solo della sua grande piattaforma di social media, ma anche di altri servizi di comunicazione molto diffusi tra cui Instagram e Whatsapp, è una delle aziende più potenti mai esistite nel mondo della comunicazione, se non la più potente.

Nel mese di giugno, negli USA, la Sottocommissione Giustizia della Camera sul diritto antitrust, ha avviato un’indagine sul potere consolidato di Facebook e di altre tre società – Google, Amazon e Apple – e proprio la settimana scorsa ha pubblicato un rapporto di vasta portata che,come spiegato da Ars Technica, sottolinea:

Facebook ha in definitiva “il potere di monopolio nel mercato per il social networking,” e che questo potere “essendo saldamente radicato è improbabile che venga eroso dalla pressione competitiva” da parte di chiunque a causa di “elevate barriere all’ingresso, tra cui forti effetti di rete, elevati costi di commutazione, e il vantaggio significativo dei dati di Facebook, che scoraggiano la concorrenza diretta di altre aziende per offrire nuovi prodotti e servizi.”

Nel suo editoriale sul New York Times lo scorso ottobre, l’esperto sul potere dei monopoli Matt Stoller ha descritto Facebook e Google come “monopoli globali che dominano il discorso pubblico,” e ha spiegato come la politica bipartisan e le modifiche legali destinate a ridurre le protezioni antitrust hanno conferito ai due giganti della tecnologia “una radicale centralizzazione del potere sul flusso di informazioni.” E lui avverte che la politica bipartisan e le modifiche legali destinate a ridurre le protezioni antitrust hanno conferito ai due giganti della tecnologia “una radicale centralizzazione del potere sul flusso di informazioni.” E avverte che questo consolidamento senza precedenti del controllo sul nostro discorso è vicino ad innescare “il crollo del giornalismo e della democrazia.




https://www.nytimes.com/2019/10/17/opinion/tech-monopoly-democracy-journalism.html

Senza contare l’enorme vantaggio che le grandi piattaforme social come facebook hanno nel raccogliere ed intersecare i dati che raccolgono da centinaia di milioni di utenti, come nota lo stesso Financial Times (non proprio un giornale anti-capitalista) “Il pensiero della Scuola di Chicago ha sostenuto che finché i prezzi al consumo sono in calo non ci sono problemi di concorrenza. Ma quando le transazioni sono effettuate in dati piuttosto che in dollari, tali idee possono essere meno rilevanti. Le grandi aziende tecnologiche offrono servizi che sembrano essere gratuiti, eppure i consumatori pagano con i propri dati in transazioni opache e asimmetriche. Solo l’azienda stessa sa quanto valgono i dati.”

E continua “La Federal Trade Commission, l’autorità americana di regolamentazione della concorrenza , sta valutando un’ingiunzione contro Facebook sulla condivisione dei dati tra Instagram, WhatsApp e Messenger. Questo potrebbe costringere non solo a nuove divulgazioni sul valore dei dati e sul loro valore per l’azienda, ma anche a una maggiore trasparenza algoritmica su come i dati vengono utilizzati.
I regolatori probabilmente scaveranno nella compravendita di pubblicità digitale attraverso aziende come Google. Alcuni responsabili politici ritengono che queste abbiano un vantaggio sleale nei confronti dei concorrenti, a causa della loro posizione dominante sugli spazi pubblicitari. Google e Facebook insieme prendono la maggior parte dei dollari di pubblicità digitale del mondo.
Vedremo più approfonditamente se Amazon, che domina l’e-commerce al di fuori della Cina, ha un vantaggio sleale nei confronti dei propri fornitori – dal momento che sia proprietaria della rete che vende i propri prodotti su di essa, e quindi in concorrenza con loro.
La storia ci insegna che le compagnie ferroviarie statunitensi del XIX secolo, che possedevano le reti e conducevano il commercio su di esse, si sono sciolte come monopoli.”

https://www.ft.com/content/f7b13372-3797-11ea-a6d3-9a26f8c3cba4

Infatti su entrambe le sponde dell’Atlantico alcuni politici invocano lo smembramento da parte delle autorità antitrust di Facebook, esattamente come avvenne nel 1911 per la Standard Oil, la grande corporation del petrolio di J.D. Rockefeller.

Personalmente non so quanto questa separazione potrebbe avere un reale impatto sul monopolio esercitato da Facebook. Se da un lato essa lancerebbe un forte messaggio politico, non so nella pratica quanto questa separazione impatterebbe sul monopolio dell’informazione.

Infatti il frazionamento della Standard Oil in più aziende, che poi sarebbero divenute le famose Exxon, Amoco, Mobil, Chevron, e Conoco, non impedì ad esse di formare un potentissimo cartello petrolifero, insieme a Shell e PB, che dominò il mercato per decenni. E in questo caso si parlava della ripartizione fisica di un’azienda che monopolizzava il mercato dalla raffinazione, al trasporto, allo stoccaggio alla distribuzione commerciale, tale controllo della filiera era fondamentale per il mantenimento del suo dominio. Se, come dimostrarono i fatti, alla lunga essa non impedì la formazione di un potente cartello, è facile immaginare che per un’entità come Facebook sia molto più facile aggirare uno smembramento, dato che essa scambia e gestisce prodotti immateriali e non fisicamente controllabili come le informazioni.

L’unica soluzione praticabile ed incisiva, soprattutto per coloro che voglio pubblicare contenuti alternativi al mainstream, è di “votare con i piedi”, ovvero abbandonare completamente o quasi queste piattaforme social, divenute ormai istituzionali e cooptate dal potere politico/economico. Oppure usarle solo come vetrina pubblicitaria, tenendo i contenuti più interessanti su altri canali. Bisogna diffondere sempre più il concetto che Facebook, Twitter, Youtube etc. sono diventato l’equivalente moderno del Tiggì della RAI. Lige alla forma e attente a non irritare il potere come i moderatori dei Telegiornali RAI degli anni ’60, che tutti compunti e con voce monocorde, snocciolavano le notizie, ben attenti a non pronunciare le parole ritenute sconvenienti dal prontuario RAI.

http://www.scudit.net/mdtvcensura.htm

Per fortuna stanno nascendo piattaforme social alternative ai grandi nomi, e molti stanno creando canali video e di notizie auto-finanziate. Internet offre ancora molto spazio a chi non vuole farsi irregimentare ed offrire una visione autonoma della realtà.

Per ora…


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Alessia C. F. (ALKA)
Esploro, indago, analizzo, cerco, sempre con passione. Sono autonoma, sono un ronin per libera vocazione perché non voglio avere padroni. Cosa dicono di me? Che sono filo-russa, che sono filo-cinese. Nulla di più sbagliato. Io non mi faccio influenzare. Profilo e riporto cosa accade nel mondo geopolitico. Freiheit ist ein Krieg. Preferisco i piani ortogonali inclinati, mi piace nuotare e analizzare il mondo deep. Ascolto il rumore di fondo del mondo per capire quali nuove direzioni prende la geopolitica, la politica e l'economia. Mi appartengo, odio le etichette perché come mi è stato insegnato tempo fa “ogni etichetta è una gabbia, più etichette sono più gabbie. Ma queste gabbie non solo imprigionano chi le riceve, ma anche chi le mette, in particolare se non sa esattamente distinguere tra l'etichetta e il contenuto. L'etichetta può descrivere il contenuto o ingannare il lettore”. So ascoltare, seguo il mio fiuto e rifletto allo sfinimento finché non vedo tutti gli scenari che si aprono sui vari piani. Non medito in cima alla montagna, mi immergo nella follia degli abissi oscuri dell'umanità.