Ucraina eto Ucraina? La strana telefonata Biden-Zelenskyy. Come la vecchia pubblicità basata sul claim «Ucraina Eto Ucraina»? Tra pazzi e conti della serva: ci troviamo di fronte a una crisi evitabile e volontariamente precipitata di Roberto Bonuglia  

Il 24 febbraio 2022, come sanno tutti, Putin ha annunciato e iniziato all’alba l’operazione Donbass originando, de facto, l’invasione dell’Ucraina. Il che, a ben guardare, finora ha avuto un solo merito: quello di riciclare l’intera pletora di sedicenti virologi in esperti di geopolitica, corsi a svestire il camice bianco o l’elmetto infilato paventando il “Great Reset” per indossare, più o meno rispettivamente, spillette gialloblu [1] magari colorando di rosa i capelli in omaggio alla povera Polina [2] o, peggio ancora, scoprendosi d’un tratto filorussi e antinazisti sognando e trovando in Putin il Baffone 2.0 del Terzo millennio.  

La vicenda, in effetti, ha molti lati oscuri, ma non quelli rilevati dai “complottari de’ noantri” e dai “masanielli” della controinformazione dogmatica, tanto per prendere in prestito la felice definizione di Alessandro Di Battista regalatici, qualche anno fa, dalla penna di Mario Ajello [3], uno dei pochi casi italici di figli d’arte ben cresciuti [4].

Tornando al conflitto in corso (dal 2014, tanto per essere precisi) in primis andrebbe ricordato che l’Ucraina ‒ pur non essendo propriamente una nazione di “cameriere, badanti e amanti” come ritenuto da Lucia Annunziata e Antonio di Bella [5]‒ non sia nemmeno uno Stato con un passato e un futuro di autodeterminazione, nonostante l’orgoglioso sentimento antirusso da sempre diffuso nella regione e che ispirò anche una vecchia pubblicità dell’Atlante geografico del Corriere della Sera basata sul claim «Ucraina Eto Ucraina» [6].

Giova ricordare, infatti, che si tratti di una terra ricca di carbone, petrolio, minerali di ferro, risorse agricole e, non da ultimi in ordine di importanza, di shale gas e shale oil. Di cosa di tratta? Di gas e metano ottenuti con metodi non convenzionali, ossia dalla frantumazione del suolo, il cosiddetto fracking che ha molti aspetti positivi (per i governi) e altrettanti negativi (per l’ambiente) [7], BoJack Horseman docet [8].

Non sorprende, quindi, che la capitale dell’Ucraina, Kiev, sia stata per decenni la rotta principale del gas russo verso il Vecchio Continente avendo il Paese gialloblu «ereditato parte del sistema sovietico, gestendo i tratti terminali dei gasdotti Brotherhood, Progress e Soyuz che trasportano il gas naturale rispettivamente dai giacimenti di Urengoj, Jamburg e Oremburg» [9].

A tutto ciò si aggiunge poi, dal punto di vista strettamente geopolitico, la rilevanza strategica che ‒ come ogni Stato cuscinetto, tanto per citarne uno, l’Afghanistan ‒ anche e soprattutto l’Ucraina riveste in quanto il suo spazio geografico «insieme alla Bielorussia, costituisce l’intercapedine strategica che separa a occidente la Russia dal sempre più minaccioso schieramento dei Paesi NATO» [10].

Minaccia per minaccia, si comprende bene, allora, perché già un mese prima dell’inizio delle operazioni il Presidente USA Biden abbia sottolineato che qualsiasi esercito russo che avrebbe attraversato il suolo ucraino sarebbe stato considerato un invasore portando a «sanzioni rapide e severe contro Mosca» [11]. E il cui prezzo, però, stanno pagando “tutti” ‒ soprattutto l’Europa ‒ meno che la Russia e l’America.

Ciò suggerisce una delle prime domande da porsi: come mai all’epoca, l’osannato leader Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj non si era accorto di ciò che Putin stesse pianificando? Come mai il virtualmente neo-errante ospite d’onore dei Parlamenti di mezzo mondo [12] ‒ dal curriculum talmente orwelliano da aver rivestito nell’overtoniana serie televisiva Sluha Narodu, anni prima che accadesse realmente i panni di un personaggio eletto Presidente dell’Ucraina [13] ‒ era più preoccupato dell’allarmismo americano che delle truppe russe che si ammassavano sui confini?

Sorprendono non pochi dettagli di quella telefonata tra Biden e Zelenskyy intercorsa tra i due Presidenti a fine gennaio: da una parte, quello Usa chiama il pari grado ucraino per avvisarlo di cosa stia succedendo ai confini di quest’ultimo ‒ manco fossero protagonisti della serie di Real Time “Non sapevo di essere incinta” ‒ che, invece di correre ai ripari, chiede al primo di «attenuare la retorica americana sull’imminente invasione russa dell’Ucraina».

Un atteggiamento a dir poco strano tanto da generare un vortice di smentite scomodando persino Emily Horne, portavoce del White House National Security Council. Il suo twitt, del 27 gennaio, infatti, dal punto di vista di ciò che non torna è tombale in riferimento alla trasparenza di Zelenskyy: «This is not true. President Biden said that there is a distinct possibility that the Russians could invade Ukraine in February. He has previously said this publicly & we have been warning about this for months. Reports of anything more or different than that are completely false» [14].

Di fronte al convincimento statunitense che Putin fosse pronto all’invasione, insomma, la preoccupazione di Zelenskyy è stata quella di «esortare il suo popolo alla calma» in quanto era certo che il suo omologo russo avrebbe «optato per aggressioni meno esplicite: incursioni al confine su piccola scala o attacchi “false flag” […] probabilmente preceduti da attacchi informatici mirati alle infrastrutture del paese, per creare instabilità ed erodere la fiducia nel governo ucraino» [15].

Il che portava il 1° febbraio, sulle colonne del Washington Post, l’editorialista ‒ nonché membro del Council on Foreign Relations ‒ Katrina vanden Heuvel a ritenere «inimmaginabile la guerra» in quanto «i russi vincerebbero qualsiasi scontro convenzionale ma a un costo tremendo. Gli ucraini subirebbero enormi perdite e rovina economica. Se gli Stati Uniti e l’Europa dovessero imporre le sanzioni che stanno pianificando, il popolo russo ne soffrirebbe, ma anche i francesi e soprattutto i tedeschi, poiché la Russia fornisce gran parte del loro approvvigionamento energetico» [16].

Quindi, ricapitolando: a un mese prima delle ostilità Biden avverte di una “guerra imminente”, ma il Presidente dell’Ucraina dice ad essa di calmarsi perché i falsi allarmi stanno danneggiando l’economia del Paese. Usa, Germania e la Francia, a questo punto si sbilanciano a dichiarare ‒ una dopo l’altra ‒ che l’Ucraina non è un interesse nazionale per cui vale la pena lottare, ma Biden, poco dopo «refuses to tell the Russians that it won’t do what it has no intention of doing, even at the risk of armed conflict» [17]. Il tutto mentre Putin negava di avere alcuna intenzione di invadere l’Ucraina e l’Italia sperava illusoriamente di qualificarsi per i prossimi mondiali di calcio.

Insomma, la fiera dei pazzi.

Il risultato, dopo più di un mese di ostilità è che ci troviamo di fronte a una crisi evitabile che era prevedibile, anzi prevista, e volontariamente precipitata. Cari complottisti, sepolcri imbiancati e anime belle… non lo diciamo noi, ma Jack F. Matlock Jr. che ha avuto il merito di ricordare in primis che «l’espansione della NATO è stato l’errore strategico più profondo commesso dalla fine della Guerra Fredda» [18]. In secondo luogo, sottolineando che non si può non pensare che «stiamo assistendo a un’elaborata farsa, grossolanamente amplificata da elementi di spicco dei media americani, per servire un fine politico interno. Di fronte all’aumento dell’inflazione, alle devastazioni di Omicron, alla colpa (per la maggior parte ingiusta) del ritiro dall’Afghanistan, oltre al mancato raggiungimento del pieno sostegno del suo stesso partito per la legislazione Build Back Better, l’amministrazione Biden sta barcollando sotto l’approvazione cadente valutazioni proprio mentre si prepara per le elezioni del Congresso di quest’anno» [19].

E al contempo, aggiungiamo noi, non sarà che Putin, piuttosto che in ortodossia al patriottismo, al panslavismo ed all’euroasiatismo [20], si stia solo facendo ‒ come lucidamente ricostruito da Gabriele Adinolfi [21] ‒ i conti della serva facendo leva sul fatto che «non potendo rigettare l’Euro come valuta di regolamento» [22] solo un conflitto in un’area geopoliticamente strategica per far lievitare il prezzo del gas poteva vanificare gli effetti positivi (per l’Europa) e negativi (per Usa e Russia) di un piano di immissione di liquidità come il Next Generation Eu?

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”
https://www.corriereregioni.it/2022/03/29/ucraina-la-fiera-dei-pazzi-di-roberto-bonuglia/

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Roberto Bonuglia
BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia”, consulente dell’Istituto Luce e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio. Collabora con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, "Il Corriere delle Regioni", "Nova Historica", “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, "ORAZERO https://www.orazero.org/" e i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”. Tra le sue pubblicazioni: L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica. Appena pubblicato: Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio e All’ombra della vulgata. Articoli inediti sugli argomenti più attuali tra nuovi mondi economici e manipolazione tecnologiche. Un testo scorrevole ma profondo, preciso e vivo, in grado di rappresentare un saggio di valore all'interno di quella letteratura che vuole capire gli sviluppi della società moderna invece che subirli, che vuole farsi domande invece che accettare ogni nuovo dogma del capitalismo pseudo-felice, un panorama di fatti raccontati in maniera coraggiosa che ci danno modo di riflettere. RESEARCH INTERESTS Storiografia, Storia economica, Storia Contemporanea, Geopolitica