Tra agricoltori, persecuzione e tricolori. Un insolito Ferragosto in India. Che l’India degli ultimi anni e soprattutto degli ultimi mesi, sia tutt’altro che una democrazia è ormai un dato inconfutabile. E la deriva antidemocratica sta raggiungendo livelli mai toccati prima: il governo a marzo 2021 ha varato una “riforma” del web che inaugura un preoccupante modello di autoritarismo digitale di Roberto Bonuglia

Come noto, in India il Ferragosto è una giornata particolare: il 15 agosto 1947, infatti, allo scoccare della mezzanotte, il Paese divenne indipendente  insieme al Pakistan  dopo tre secoli di dominio britannico. Il passaggio storico fu segnato dal discorso letto all’epoca dal Primo Ministro indiano Jawaharlal Nehru: «Molti anni fa fissammo un appuntamento col destino e ora giunge il momento di tenere l’impegno. Allo scoccare della mezzanotte, mentre il mondo dorme l’India si sveglierà alla vita e alla libertà. è uno di quei momenti che accadono raramente nella storia, quando usciamo dal vecchio ed entriamo nel nuovo, quando finisce un’epoca, quando l’anima di una nazione a lungo oppressa trova la voce» [1].

Il discorso fu pronunciato sotto la grande cupola del Legislative Council, il palazzo che, fino a quell’istante, era la sede del potere imperiale inglese. Nehru aveva davanti Lord Mountbatten, il bisnipote della regina Vittoria nonché ultimo viceré dell’India: «mentre la bandiera dell’Union Jack veniva ammainata, un quinto della popolazione del pianeta cessava di essere colonia» [2].

Quest’anno, la ricorrenza si avvale anche di una novità di non poco conto: il governo di New Delhi, infatti, ha modificato l’Indian Flag Code per consentire ai cittadini di poter issare il tricolore sulle case, sugli uffici e sulle fabbriche consentendo di farlo non solo durante i giorni festivi, ma anche in quelli feriali. Una novità assoluta in un Paese dove il “tricolore” non è solo una bandiera e il suo uso è sottoposto a una serie di regole piuttosto ferree: il 26 gennaio 2002 erano stati riuniti in un unico testo le precedenti norme legislative Emblems and Names (Prevention of Improper UseAct, 1950 (No. 12 of 1950) e il Prevention of Insults to National Honour Act, 1971 (No. 69 of 1971). A parte la concessione decisa in questi giorni, rimane vietato, in India, usare il tricolore come vestito o tendaggio; sventolarlo durante la notte; farlo intenzionalmente toccare il suolo o scivolare nell’acqua e, infine, «cannot be placed below any other flag. No object, even flowers or emblems, can tower above the Tricolour. […] also cannot be used as a rosette, festoon or even bunting» [3].

Ma c’è anche un’altra importante vicenda che renderà questo Ferragosto particolarmente insolito in India: è la protesta più lunga che New Delhi ricordi dalla sua indipendenza, quella degli agricoltori. L’oggetto del contendere sono tre leggi che hanno, de facto, aperto il settore agricolo alle grandi multinazionali e imprese del settore.

Nel settembre 2020, infatti, il Parlamento indiano ha unilateralmente approvato una riforma agricola fortemente voluta dal governo guidato dai nazionalisti hindu del Bharatiya Janata Party che, attraverso tre leggi, ha ampliato «la commercializzazione dei prodotti, finora circoscritta ai mandi (i mercati statali), che permetterebbe agli agricoltori di trattare i prezzi direttamente con le grandi aziende, oltre alle liberalizzazioni sui prezzi dei prodotti agricoli e dei relativi servizi, anche sulle materie prime definite “essenziali”, in un settore finora fortemente controllato dallo Stato» [4]. Il che significa, in altre parole, introdurre un’asimmetria insostenibile nella contrattazione dei prezzi distruggendo i margini di accordo e di guadagno dei singoli agricoltori. Le proteste non accennano a placarsi, nonostante la repressione particolarmente dura del governo in carica e si susseguono blocchi stradali attuati dai farmers disperati e gli arresti effettuati dalla polizia [5].

Si tratta di una questione molto più grave di quanto non si possa pensare poiché la riforma va a sferrare un attacco senza precedenti ad una categoria, nell’ambito della quale, si sono già contati circa 300.000 suicidi negli ultimi vent’anni [6]. Il tutto a fronte di una produzione che, invece, ha fatto registrare uno dei progressi più significativi dell’economia nazionale: ci si riferisce, soprattutto, al raggiungimento dell’autosufficienza nella produzione cerealicola, ossia «il più grande successo dell’India indipendente. Dal ricevere aiuti alimentari negli anni ‘50 e ‘60 a diventare un esportatore netto, l’India ha visto un’inversione di tendenza nella produzione alimentare. La produzione alimentare totale, che si attestava a 54,92 milioni di tonnellate nel 1950, è salita a 305,44 milioni di tonnellate nel 2020-21» [7].

La situazione nell’India governata dal Primo Ministro Narendra Modi è tutt’altro che facile e risulta piuttosto preoccupante: il 29 settembre 2020 Amnesty International è stata costretta a lasciare il Paese dopo la rappresaglia del governo di New Delhi che aveva congelato tutti i conti bancari dell’associazione [8]. In altre parole, pare fondata la denuncia di Kavita Krishnan riportata da Al-Jazeera: «I think this raises a big question which the world needs to wake up and recognise that India is no longer a functioning democracy» [9].

Che l’India degli ultimi anni ‒ e soprattutto degli ultimi mesi ‒ sia tutt’altro che una democrazia è ormai un dato inconfutabile. E la deriva antidemocratica sta raggiungendo livelli mai toccati prima: il governo a marzo 2021 ha varato una “riforma” del web che inaugura un preoccupante modello di autoritarismo digitale come sta accadendo in altri Paesi, in primis Cina e Iran  [10].

Fatto sta che in India le nuove regole obbligano le aziende a rimuovere i contenuti che il governo dichiara illegali entro tre giorni dalla notifica, compresi i contenuti che minacciano gli interessi della sovranità e dell’integrità dell’India, l’ordine pubblico, la decenza, la moralità o l’incitamento a effettuare un reato. Inoltre, le piattaforme social devono consegnare le informazioni sugli utenti alle forze dell’ordine su richiesta e conservare le informazioni sul “primo mittente” di qualsiasi messaggio fornendole al governo se richiesto.

Si tratta di norme fortemente restrittive che rivoluzionano l’utilizzo di Internet per qualsiasi utente in India, ha affermato Apar Gupta, direttore esecutivo della Internet Freedom Foundation indiana: «“Le società di social media, le piattaforme di streaming e i portali di notizie online sono ora sottoposti a un certo livello di supervisione diretta del governo”, afferma. “Queste regole sono un’illustrazione molto chiara del desiderio del governo di controllare la conversazione online. Estendono forme di regolamentazione ad aree che arricchiscono ogni tipo di democrazia e incoraggiano l’autocensura”» [11]. Il che ha portato WhatsApp a citare in giudizio il governo indiano accusandolo di istaurare un regime di tracciamento delle informazioni e di sorveglianza di massa [12] che nulla ha da invidiare a quello cinese realizzato nello Xinjiang [13].

E così, non sorprende che il 24 maggio 2021 la polizia si sia recata nella sede di Twitter di New Delhi affermando che “il sopralluogo” fosse motivato dalla consegna di un “avviso” per denunciare che sul social network si stesse facendo un abuso di disinformazione e che i mandanti di ciò fossero i politici dell’opposizione [14]. D’altra parte, sebbene la costituzione indiana includa il diritto alla libertà di parola, vieta anche l’espressione o la pubblicazione di qualsiasi cosa che metta a rischio la sicurezza, l’ordine pubblico o la “decenza” dell’India: una falla sulla quale sta facendo leva Modi ‒ molto attivo, tra l’altro proprio su Twitter [15] ‒ da tempo.

In ultimo, ma non in ordine di importanza, va ricordato che una ricerca condotta dai ricercatori della London School of Economics ‒ realizzata in collaborazione con Open Doors ‒ abbia dimostrato quanto le campagne di disinformazione via social siano diventate  con la “complicità” del governo nazionalista ‒ anche uno strumento di persecuzione delle minoranze.

Delle vere e proprie “bugie distruttive” per citare il titolo del documento [16]: la politica di intolleranza, infatti, colpisce sempre più duramente le minoranze religiose. Un termine che non deve trarre in inganno, essendo i cristiani in India, ad esempio, ben 67 milioni e mezzo a fronte di un totale di un miliardo e mezzo di cittadini indiani.

Sono purtroppo ormai molti gli esempi «di disinformazione contro cristiani e musulmani, le loro pratiche, le loro culture e la loro lealtà alla nazione indiana diffuse sui social media da gruppi Hindutva e dai loro sostenitori […] e attraverso discorsi politici da parte di politici indù a tutti i livelli di governo locale, nazionale e statale» [17]. Il che ha portato a un incremento delle persecuzioni come confermano i casi di «Sunita, che nelle campagne del Madhya Pradesh ha dato alla luce un bambino già morto dopo l’aggressione subita da un gruppo di estremisti indù; del bracciante Ravi, cristiano di etnia Oraon, morto in cella per le conseguenze delle violenze subite nel Jharkhand e nell’Orissa, dell’aborigeno Gagan che ha subìto con tutta la famiglia, unica battezzata di tre villaggio limitrofi, l’agguato di centinaia di facinorosi» [18].

Oppure il caso di Vinita, arrestata durante una riunione di preghiera nella propria casa: «“Otto o nove uomini del quartiere hanno fatto irruzione in casa […] erano armati di verghe in mano. Per quasi 30 minuti ci hanno picchiato. Ci calpestavano e ci picchiavano. Stavamo cadendo e ci avrebbero rialzati, continuando l’attacco. Sentivo che oggi non saremmo stati risparmiati”. Quando sono arrivati ​​in ospedale, sono state negate le cure mediche, solo a causa della loro fede» [19].

Esempi drammatici ai quali si aggiungono sempre più casi «di molestie sessuali intenzionali e mirate contro ragazze/donne membri di queste comunità, con l’obiettivo di umiliare e “rovinare la loro reputazione”» [20].

A ben guardare, quindi, mentre sventoleranno i tricolori, quest’anno in India, per molte categorie, ci sarà davvero poco da festeggiare a Ferragosto. A tutti loro non può che andare il nostro sostegno e la nostra solidarietà.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

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Roberto Bonuglia
BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia”, consulente dell’Istituto Luce e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio. Collabora con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, "Il Corriere delle Regioni", "Nova Historica", “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, "ORAZERO https://www.orazero.org/" e i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”. Tra le sue pubblicazioni: L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica. Appena pubblicato: Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio e All’ombra della vulgata. Articoli inediti sugli argomenti più attuali tra nuovi mondi economici e manipolazione tecnologiche. Un testo scorrevole ma profondo, preciso e vivo, in grado di rappresentare un saggio di valore all'interno di quella letteratura che vuole capire gli sviluppi della società moderna invece che subirli, che vuole farsi domande invece che accettare ogni nuovo dogma del capitalismo pseudo-felice, un panorama di fatti raccontati in maniera coraggiosa che ci danno modo di riflettere. RESEARCH INTERESTS Storiografia, Storia economica, Storia Contemporanea, Geopolitica