Una festa dell’odio? Monopolizzata da decenni dalla «partigianeria senza partigiani» anche quest’anno la sola presentazione del manifesto della festa ha scatenato le prime polemiche di Roberto Bonuglia

Monopolizzata ormai da decenni dalla «partigianeria senza partigiani» [1], anche quest’anno la sola presentazione del manifesto della festa ha scatenato le prime polemiche. Montate anche dal fatto che gli organizzatori abbiano vietato espressamente ai partecipanti ‒ non propriamente in linea con il concetto di libertà di espressione ‒ di sfilare con le bandiere della Nato considerate dal «partigiano senza resistenza» [2] letteralmente «inappropriate» [3] dando invece per scontata, come ormai ogni anno, la presenza di quelle palestinesi.

Che qualche problema gli organizzatori lo avessero con le bandiere, in effetti si era capito già notando che nel manifesto pittato ad hoc «dall’illustratrice e fumettista Alice Milani» [4] ‒ nipote del più celebre don Lorenzo ‒ le bandiere della Pace delle finestre a sinistra fossero in bella vista mentre, rigorosamente a destra e stranamente in lontananza, quelle tricolori fossero non quelle italiane, bensì quelle ungheresi [5].

Quest’anno, insomma, non ci si è fatti mancare nulla: Massimo Gramellini ha parlato degli organizzatori come di «Associazione Nazionale Putiniani d’Italia» [6], altri hanno rilevato che il richiamo all’articolo 11 della Costituzione («L’Italia ripudia la guerra») sarebbe «monca, senza richiami alla guerra combattuta dagli stessi partigiani […] e senza la parte in cui si legge “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”» [7].

La storia divisiva del 25 aprile, insomma, si arricchisce di un nuovo ulteriore capitolo confermando come scritto in un twitt da Ruth Dureghello che «è ormai consuetudine quella dell’Anpi di confondere aggressori e aggrediti» [8] e di farlo, probabilmente, anche in considerazione del fatto che «l’associazione che avrebbe dovuto tutelare la memoria dei partigiani italiani è nelle mani di chi ne rivendica un’eredità che non gli appartiene. […] È evidente che in mancanza dei partigiani che ormai hanno un’età avanzata o non ci sono più, nessuno abbia diritto a parlare a nome loro”» [9].

D’altra parte, l’ultima Presidente dell’associazione Carla Federica Nespolo ‒ scomparsa il 4 ottobre 2020 ‒ era nata il 4 marzo 1943: il 25 aprile 1945, «aveva poco più di due anni, ma magari già faceva la Resistenza» [10]. Quello attuale, Gianfranco Pagliarulo, nemmeno esisteva essendo nato il 16 settembre 1949: invidiabile il suo record, quello di essere «il primo rappresentante dei partigiani a non aver fatto la guerra» [11]. Uno insomma, per dirla con Pierluigi Battista, che potrebbe essere paragonato ad un inscritto ad «un’associazione di garibaldini che pretendesse di parlare a nome di Garibaldi» [12].

A dire il vero, ciò fa luce su un problema ancora più annoso: quello della rappresentatività della componente comunista della resistenza e dei reali numeri del “movimento”, nel suo complesso, negli anni che furono da preludio dall’incontrastata entrata delle truppe americane a Roma. 

I dati certificati sul portale I Partigiani d’Italia dell’Archivio Centrale dello Stato [13], ad esempio, rivelano che i combattenti dopo l’8 settembre 1943 furono appena 10.000, diventati 30.000 nel febbraio-marzo 1944 e 130.000 nei giorni precedenti il 25 aprile 1945. Solo dopo la “Liberazione” i dati ufficiali rivelano che i partigiani arrivarono a 250.000. Tra essi, inoltre, va ricordato che molti aderirono alla resistenza attratti «da un (piccolo) premio in denaro» – il cosiddetto “premio di solidarietà”, fissato tra le 1.000 e le 5.000 lire – e/o perché «volevano lavarsi la coscienza e rifarsi una verginità democratica» [14].

Considerati questi numeri non sorprende che ‒ come acutamente scritto anni fa da Andrea Cometti ‒ all’ombra del fisiologico ricambio generazionale «gli anziani, che sono i diretti testimoni di quegli eventi e purtroppo sono sempre meno, sovente non ricordano la lotta partigiana con particolare ammirazione, l’impressione è che quello che si è studiato finora sui libri di storia non risponda completamente alla “vera verità”, rispetto il passaparola generazionale; o almeno che alcune verità storiche siano state volutamente manomesse o dimenticate fidandosi alla “nebbia del tempo”» [15].

La cronologia delle polemiche suggerisce, già nel 2017, la defezione del PD che all’epoca ‒ per bocca di Matteo Orfini ‒ definì il corteo «elemento di divisione quando dovrebbe essere invece l’occasione di unire la città» [16]. Ma la “perdita dell’innocenza” del 25 aprile si ebbe nel 2014 a seguito dell’aggressione subita da una decina di esponenti della Brigata Ebraica da «una cinquantina di ragazzi con le bandiere palestinesi» [17]: «se non fosse stato per le forze dell’ordine ci avrebbero aggrediti fisicamente, e sarebbe scoppiata la rissa» [18], come denunciato all’epoca da Fabio Perugia.

Incipit di una situazione paradossale preconizzata l’anno prima nella Capitale, a Porta San Paolo, quando il Presidente dell’Associazione Romana di Amicizia a Israele Alberto Tancredi non poté «intervenire sul palco insieme ai rappresentanti delle altre realtà istituzionali e associative coinvolte. Prima ancora, all’indirizzo dei manifestanti, pesanti offese e l’invito ad abbassare gli stendardi con la stella di Davide» [19].

Il tutto si sarebbe riproposto, nel 2018, con i fischi a Roma per l’allora sindaca Virginia Raggi e con quelli all’omologo della Risiera di San Sabba. In quest’ultimo caso venne fischiato anche il rabbino Alexander Meloni «mentre prendeva la parola per celebrare il rito religioso ebraico» [20]: gridare slogan come “Israele assassina” e “fuori i fascisti dal corteo” [21] contro ex deportati dei Lager risulta ancora oggi un non invidiabile record di revisionismo del revisionismo che ha confermato, de facto, l’evoluzione della festa della liberazione in festa dell’odio [22].

Nel 2019, poi, alla riproposizione dell’ignobile coro di fischi contro la Brigata Ebraica [23] durante il corteo di Milano si aggiunse l’aggressione a danno della delegazione del Movimento 5 Stelle [24].

Del 2020 furono invece gli episodi di Milano [25] e di Roma [26] quando, in pieno lockdown e non rispettando il fatto che «le celebrazioni pubbliche fossero sospese per l’emergenza Coronavirus» [27], si originarono diversi momenti di tensione da parte di «persone note» [28] alle forze dell’ordine.

Nel 2021, inoltre, il paradosso della divisione deflagrò nelle tensioni tra gli organizzatori del corteo e gli attivisti del “movimento della casa”: i primi volevano impedire ai secondi di depositare un omaggio floreale a Porta San Paolo, forse perché si trattava di garofani ‒ fiore, come noto, dal simbolismo craxiano non proprio gradito dai comunisti, Raphaël docet ‒ forse perché l’intolleranza del monopolismo della memoria ebbe, come al solito, la meglio sul buonsenso. Il risultato fu paradossale: «alla base degli spintoni e degli insulti, l’accusa mossa dai movimenti per la casa (che hanno sfilato anche con le bandiere di Potere al popolo) nei confronti dell’Anpi: “Quando ci sono gli sgomberi voi dove state?”» [29].

Bella domanda, alla quale possiamo aggiungere, facendola nostra, quella coraggiosamente posta da Mario Ajello: a che serve l’ANPI? Forse «serve a combattere il fascismo, l’Anpi? No, perché il fascismo non c’è più. Serve a riunire gli antichi partigiani? No, perché non ci sono più. Serve a tenere vivo il ricordo? No, perché all’uopo ci sono gli storici. Più che altro serve come motore, un po’ da giovani e un po’ da canuti ex sessantottini, della dilatazione lessicale del termine fascismo. […] E così, è fascista il padre che punisce, il professore che boccia, lo studente che bulleggia, il vigile che multa, l’arbitro che non è imparziale» [30].

A scorrere indietro le pagine della cronaca storico-politica della controversa festa di liberazione si potrebbe assumere come incipit un articolo di Mario Tedeschi che sulle colonne de Il Borghese del 21 aprile 1974 scrisse: «Il 25 aprile è diventato una data simbolo della nostra società dei consumi; come il giorno di San Valentino, il Natale e così via. Abbiamo la “festa del papà”, la “festa della mamma”, la “festa dei fidanzati”, la festa di Nostro Signore e abbiamo anche la festa dell’odio. Per ogni ricorrenza c’è il “genere” di consumo consigliato attraverso la televisione; una volta il panettone, una volta il brandy, una volta i baci di cioccolato, una volta l’antifascismo. Perché l’antifascismo del 1974 è come la camicia nera d’un tempo: si indossa soltanto in particolari occasioni».

Oggi come ieri, quindi, il 25 aprile rimane essenzialmente una festa dell’odio, una giornata in ostaggio di un’élite che non è mai stata “maggioranza” nella storia italiana. Nemmeno quando, «il numero dei partigiani, sul finire del fascismo, man mano che avanzavano gli alleati e la lotta si faceva meno pericolosa, ebbe un crescendo come quello del Bolero di Ravel» [31].

Il tutto dimenticando gli orrori della Resistenza ‒ quella più rossa di tutte ‒ che dimenticò ben presto e maliziosamente sia Porzus [32], le responsabilità ideologico-politiche di Via Rasella [33] e che «partigiani erano il cattolico Paolo Emio Taviani e Edgardo Sogno che nel Dopoguerra hanno dato vita a Gladio per proteggere l’Italia da un’eventuale invasione sovietica; partigiani erano Guido Pasolini, ammazzato dalla Brigata comunista Garibaldi, e Francesco De Gregori, lo zio del cantautore, ucciso con lui a Porzus» [34].

Il che fa, delle polemiche intorno a questa presunta festa «non solo d’incoerenza, ma anche di strumentalità politica» [35], sicuramente un momento noioso ‒ come giustamente sottolineato dalla Dureghello ‒, ma ineludibile; se non foss’altro per ricordare che un’associazione che riceve quasi 200 mila euro dallo Stato [36] ‒ e quindi da tutti ‒ dovrebbe per lo meno riconsiderare la pretesa ormai consunta dal tempo e dalla storia di essere, «quasi per diritto divino, l’unica e insindacabile interprete e custode dei valori e delle idee dell’antifascismo. E anche, spesso, di confondere queste idee grandiose con la semplice retorica e con la rivendicazione di appartenenza e bandiere» [37].

Come accade, ad esempio, «quando l’ANPI, nel 2016 scese in piazza a Latina, sventolando le proprie bandiere non accanto a quelle della Nato ma a quelle di Forza Nuova, urlando che Renzi era un “ducetto”. Bei tempi quelli in cui l’ANPI veniva utilizzato dai compagni come una leva utile a manganellare politicamente i fascisti immaginari» [38].

Addio, dignità, nel sogno, sia pur mattutino. Lo scrisse Pier Paolo Pasolini e il titolo della poesia era, non a caso, «Le belle bandiere».

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni” – https://www.corriereregioni.it/2022/04/20/verso-il-25-aprile-se-il-buongiorno-si-vede-dal-mattino-bella-ciao-di-roberto-bonuglia/

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Roberto Bonuglia
BIOGRAPHY: Roberto Bonuglia (Roma, 1978) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia e formazione dei processi socio-culturali e politici dell'età contemporanea” presso il Dipartimento di Studi politici della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”.Assegnista di ricerca presso Laziodisu è stato consulente dell’Istituto Luce, caporedattore della rivista «Elite&Storia», tra gli organizzatori della “Settimana della Storia”, consulente dell’Istituto Luce e in occasione delle celebrazioni del 150esimo Anniversario dell’Unità d’Italia, ha ricevuto la Medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana per il progetto “Storia dell’Unità italiana” svolto nelle Scuole Primarie del Lazio.Collabora con diverse riviste e testate come “Il Primato Nazionale”, "Il Corriere delle Regioni", "Nova Historica", “Il Pensiero Forte”, “Barbadillo”, "ORAZERO http://www.orazero.org/" e i “Quaderni Culturali dell’Accademia Adriatica di Filosofia Nuova Italia”.Tra le sue pubblicazioni: L’imprenditorialità femminile italiana tra ricerca e innovazione, Elite e storia nella narrativa napoletana, Da Khayyam alla globalizzazione, Tra economia e politica: Pasquale Saraceno. Ha curato, tra gli altri, i seguenti volumi collettanei: Gioacchino Volpe tra passato e presente, Economia e politica da Camaldoli a Saragat (1941-1971), Geopolitica del Terzo Millennio, Il Codice di Camaldoli e la “ricostruzione” cattolica.Appena pubblicato: Dalla globalizzazione alla tecnocrazia. Orientamenti di consapevolezza distopica del Terzo millennio e All’ombra della vulgata. Articoli inediti sugli argomenti più attuali tra nuovi mondi economici e manipolazione tecnologiche. Un testo scorrevole ma profondo, preciso e vivo, in grado di rappresentare un saggio di valore all'interno di quella letteratura che vuole capire gli sviluppi della società moderna invece che subirli, che vuole farsi domande invece che accettare ogni nuovo dogma del capitalismo pseudo-felice, un panorama di fatti raccontati in maniera coraggiosa che ci danno modo di riflettere.RESEARCH INTERESTS Storiografia, Storia economica, Storia Contemporanea, Geopolitica