BY PAUL C. F. : Proponiamo qui di seguito la traduzione di un’interessante analisi del fisico spagnolo Antonio Turiel, in quale prende in esame le cifre pubblicate dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) in merito alle prospettive energetiche per i prossimi anni. Inutile dire che quest’ultime sono tutt’altro che confortanti, e se si comprende quale sia l’importanza assoluta dell’energia nella nostra società e come essa sia la chiave di volta per il mantenimento dei nostri standard di vita moderni, tale disamina non dovrebbe lasciarci indifferenti.
Il rapporto annuale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), noto come World Energy Outlook (WEO), è appena stato pubblicato e, come ogni anno, dedicheremo un post ad analizzarne gli aspetti salienti.
Quest’anno il WEO è speciale. Molto speciale.

In primo luogo, come l’anno scorso, viene pubblicato un mese prima della data abituale di pubblicazione. Il motivo addotto è che questo WEO darà particolare rilievo all’importante vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, la COP 26, che si terrà a Glasgow a metà del mese prossimo. E’ positivo che l’AIE attribuisca tanta importanza al clima, ma questo tipo di summit si tiene ogni anno e finora non si è mai pensato di sincronizzare la pubblicazione del WEO con l’evento. Forse, per qualche che non sappiamo, questo vertice è speciale.

Un’altra cosa che spicca di questo WEO è la relativa brevità. Anziché le 700 e talvolta anche le 800 pagine a cui eravamo abituati l’AIE, quest’anno il WEO è di «solo» 386 pagine. Ciò significa che questa volta l’AIE ha dovuto essere molto più incisiva. C’è un buon motivo per questa brevità. Come regola generale, la maggior parte del lavoro di compilazione dei dati, di esecuzione dei modelli che fanno le proiezioni e di redazione di un WEO finisce ogni anno verso maggio o giugno, e i tre o quattro mesi che precedono la pubblicazione sono dedicati alla messa a punto dei dettagli e al layout dell’insieme. Quest’anno, tuttavia, è evidente che si è dovuto lavorare contro il tempo per arrivare all’appuntamento previsto. Solo tre mesi fa, l’AIE aveva previsto che il prezzo del gas in Europa non avrebbe superato i 60 €/MW·h e che la prossima primavera sarebbe sceso a 30 €/MW·h. La realtà ha smentito questa previsione e la nuova situazione in Asia, con la scarsità di carbone, dimostra che qualcosa sta sfuggendo di mano nel mercato dell’energia. Il WEO che ci viene presentato oggi ha dovuto essere in gran parte improvvisato a tempo di record, riproponendo modelli e rifacendo l’analisi, per non cadere nel ridicolo di ignorare il disastro in cui ci troviamo attualmente. Tanto che, a due settimane dalla pubblicazione del rapporto, la pagina web del WEO 2021 era allarmante vuota di contenuti, e ancora la settimana scorsa c’erano solo due paragrafi generici che potevano essere copiati da Wikipedia e che valevano per qualsiasi WEO. È anche significativo che gli utenti abituali del prodotto non siano stati informati del fatto che quest’anno sarebbe stato rilasciato gratuitamente (mi ha sorpreso che il servizio di pre-acquisto non fosse stato aperto a poche settimane di distanza).

Ma veniamo ora all’analisi della relazione stessa. Come ogni anno, la prima cosa che ho fatto è stata cercare l’espressione «picco petrolio. » Come accade quasi sempre, non c’è alcuna occasione per presentare queste parole insieme. Tuttavia, l’espressione «peak on oil demand» (il vecchio inganno del picco della domanda di petrolio), che è il modo in cui i fautori del libero mercato preferiscono pensare che ci sarà il nostro abbandono del petrolio. riduzione della domanda o dell’offerta di una determinata fonte di energia o delle emissioni di CO2. Ma, cosa ancora più significativa, la parola «security» (sicurezza energetica è l’eufemismo usato dall’AIE per parlare di problemi di approvvigionamento) è scritta 95 volte, in tutti i casi in cui si discute di possibili carenze di approvvigionamento. In effetti, già nell’introduzione alla relazione ci viene detto che effettueranno un’analisi dei rischi per la sicurezza energetica associati alla necessaria transizione energetica. Abbiamo iniziato bene. Si osserva inoltre che, in tutti gli scenari, la domanda di carbone e petrolio è in calo, ma che occorre aumentare considerevolmente gli investimenti nei nuovi sistemi rinnovabili per evitare i rischi della transizione. La domanda diminuisce anche se, secondo l’AIE, non vi è sufficiente capacità rinnovabile per sostituirla, a causa della mancanza di investimenti? Non ha alcuna logica economica: come si può smettere di rivendicare qualcosa di essenziale come l’energia se non vi sono alternative disponibili? Dobbiamo credere che il mondo sia così consapevole del problema del cambiamento climatico che smetteranno di consumare combustibili fossili anche se ciò comporterà la rovina economica a causa della mancanza di energia? Non si può partire da una premessa più assurda, tanto più che l’Europa ha disperatamente bisogno di carbone (che non c’è) ora che le manca il gas naturale. Questo punto di partenza è già terribilmente assurdo e contraddittorio con la realtà dei fatti. E, tra l’altro, un dettaglio che ha allarmato molti: in questa relazione l’AIE non esprime più i volumi di energia prodotta in milioni di tonnellate equivalenti petrolio (Mtep), ma in EJ. In quanto fisico, sono lieto che sia stato adottato il sistema internazionale di misurazione per esprimere le quantità, ma non si può fare a meno di chiedersi se questo improvviso cambiamento di unità non debba servire a correggere alcune discrepanze contabili delle relazioni precedenti. . .

La maggior parte della relazione si concentra sugli impegni in materia di decarbonizzazione, sugli obiettivi in materia di emissioni e sul modo in cui rispettarli con una corretta sostituzione con tecnologie rinnovabili. Non mi soffermerò su questi temi se non in modo marginale e solo per tracciare la realtà dell’approvvigionamento energetico. Ciò non significa che i problemi ambientali e in particolare i cambiamenti climatici non siano importanti, ma non è questo l’obiettivo principale di questo blog e nemmeno di questo post; i lettori interessati troveranno senz’altro un’analisi dettagliata di queste questioni rilevanti altrove. Poiché, come ho detto, la struttura della relazione si concentra su questi aspetti, la presentazione degli aspetti relativi alla nostra attuale crisi energetica è un po’ disseminata in tutta la relazione, e il lavoro che farò in questo post è quello di raggrupparli e cercare di ottenere un quadro coerente di ciò che sta accadendo e di ciò che l’AIE ci sta effettivamente dicendo in quello che dovrebbe essere il suo compito principale.Come ogni anno, vengono elaborati diversi scenari per le previsioni presentate. Quest’anno gli scenari principali sono:

Scenario a zero emissioni nette nel 2050 (NZEN): questo scenario presuppone che le emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili siano compensate da misure adeguate che impediscano l’aumento della quantità di CO2 nell’atmosfera a partire dal 2050.

Scenario degli impegni annunciati (APS): Questo scenario assume che gli impegni già annunciati dai governi nella lotta al cambiamento climatico vengano finalmente attuati.

Scenario delle politiche annunciate (STEPS): questo scenario presuppone che le politiche già in atto e in fase di approvazione stiano andando avanti. Negli anni precedenti questo era lo scenario di riferimento, ma in questo WEO l’AIE ha deciso di non impegnarsi e di non stabilire esplicitamente uno scenario di riferimento.

Oltre a questi, c’è un altro scenario secondario, continuativo rispetto al WEO 2020, che è lo Scenario per lo Sviluppo Sostenibile (SDS), qualcosa che sarebbe a metà strada tra il NZE e l’SPG di quest’anno. Richiama l’attenzione sul fatto che lo Scenario delle Politiche Attuali, il BAU («business as usual») di sempre, quest’anno non compare. Non c’è più il BAU.

Tutti questi scenari sono prodotti da un modello numerico di tipo «demand-driven», cioè guidato dalla domanda (che prendono dai modelli economici dell’OCSE). Questi tipi di modelli sono adatti quando non ci sono restrizioni nell’offerta, e semplicemente se c’è più domanda di petrolio o di qualsiasi altra cosa appare rapidamente un’offerta per soddisfarla. Tuttavia, questi modelli falliscono clamorosamente man mano che ci avviciniamo ai confini materiali del nostro pianeta. Negli ultimi anni l’AIE si è sforzata di integrare in questi modelli alcune questioni relative alle difficoltà di approvvigionamento, soprattutto per quanto riguarda il petrolio, dato che anno dopo anno le sue previsioni erano molto lontane dalla realtà. Tuttavia, non sono ancora riusciti a modellare la realtà con modelli basati sull’offerta, come MEDEAS. Come vedremo alla fine di questo post, questa anomalia li porta ad avere problemi a conciliare ciò che dà loro il modello e la realtà, che risolvono in modo piuttosto discutibile.

Un’altra conseguenza di questi modelli demand-driven è che si presume che una certa fonte fornirà l’energia necessaria. Negli ultimi anni, e di fronte ai limiti fisici sempre più evidenti nelle materie prime, questa fonte è ovviamente rinnovabile. Questi modelli non tengono conto in alcun modo dei possibili limiti che possono avere le rinnovabili, quindi l’analisi dell’evoluzione di queste fonti all’interno del WEO ha poco interesse per me: c’è tutto quello che serve per raggiungere l’obiettivo previsto, semplicemente. Eppure, l’AIE comincia a comprendere che alcuni limiti possono influire sulle rinnovabili, in particolare per quanto riguarda i materiali critici necessari per la loro costruzione.

Presentando gli scenari, ci viene mostrato un grafico che mette a confronto l’evoluzione delle previsioni nello scenario STEPS negli ultimi 5 anni. Penso che sia piuttosto significativo ed eloquente. In questo WEO 2021, vediamo per la prima volta che tutti i combustibili fossili raggiungono il loro limite (anche se, nel caso del gas, non avendo ancora raggiunto il picco, lo ritardano artificialmente fino al 2050). Richiama l’attenzione, in particolare, sul brusco calo del carbone, che forse non è del tutto realistico (soprattutto se si utilizza manodopera schiava, come probabilmente accadrà), e sul troppo leggero calo del petrolio.

Per giustificare questa debacle (ancora troppo edulcorata, perché petrolio e gas scenderanno più velocemente), ci viene annunciato che tutto farà una rapida transizione verso l’elettrificazione, naturalmente di origine rinnovabile. Ma anche nello scenario più drastico, l’NZE, l’elettricità rappresenta solo il 50% del consumo finale di energia entro il 2050 (e solo il 30% nell’SPG). Ciò spiega perché si debba ancora dare una visione moderata del calo del consumo di combustibili fossili. L’AIE pone l’accento sul fatto che occorre investire molto di più nelle energie rinnovabili e, soprattutto, nella «tecnologia pulita», ovvero le tecnologie per lo sfruttamento dell’energia elettrica rinnovabile. Come sappiamo, il mondo è stagnante intorno al 20% del consumo finale di energia elettrica, ed è difficile aumentare tale percentuale; e sebbene un certo aumento sia fattibile, è molto discutibile che non si possa mai raggiungere il 100% di elettricità, ma solo il 50%. A questo proposito, l’AIE riconosce la difficoltà di applicare le «tecnologie pulite» ai trasporti a lunga distanza e all’industria pesante, e sottolinea la necessità di maggiore innovazione in questi settori, come se una maggiore ricerca dovesse necessariamente dare i frutti che desideriamo.

A pagina 165 è riportata una figura che riassume l’evoluzione prevista del consumo totale di energia primaria nei vari scenari.

Come si vede, anche nello scenario STEPS (che per altri anni sarebbe stato considerato come riferimento), la produzione di energia da fonti non rinnovabili avrebbe già raggiunto il suo massimo, anche se si ipotizza un leggero calo fino al 2050; e tutta l’energia che manca per continuare a crescere è fornita dalle rinnovabili. Gli altri due scenari sono molto più interessanti: nell’SPG si osserva uno scenario di declino delle fonti non rinnovabili moderatamente rapido, mentre nel NZE il calo è brusco, rapidissimo. Questo è molto conveniente, perché se alla fine dovesse succedere quest’ultima cosa (per i problemi di investimento di cui si parlerà più avanti), si direbbe che il mondo sta seguendo lo scenario NZE, ma che mancheranno i necessari investimenti nelle rinnovabili e che quindi occorrerà investire più denaro: questa è proprio la musica che l’AIE sta suonando da qualche mese. E’ inoltre interessante notare che lo scenario NZE è decisamente decrescente, e cioè che, sebbene la quantità di energia rinnovabile cresca in modo del tutto improbabile, vi è comunque una diminuzione della quantità totale di energia. La relazione giustifica tale affermazione affermando che i miglioramenti dell’efficienza e il miglior rendimento dell’energia elettrica rendono tale volume più che sufficiente (si ipotizza un miglioramento dell’intensità energetica di almeno il 2,5% annuo in questo decennio – come riferimento, la Spagna ha registrato un miglioramento inferiore all’1% annuo negli ultimi 20 anni). economico.

Sintetizziamo ora i principali risultati riguardanti la sicurezza energetica, i combustibili non rinnovabili e i materiali critici:

Sicurezza energetica: A pagina 64, il WEO riporta la recente corsa ai prezzi di tutte le materie prime energetiche non rinnovabili.

Riconoscono che questo aumento dei prezzi è dovuto all’incapacità dell’offerta di soddisfare la domanda. Ancora più sorprendente è il fatto che gli investimenti nell’esplorazione e nello sviluppo di giacimenti petroliferi e di gas negli ultimi anni sono diminuiti, come abbiamo segnalato in questo blog per anni. In modo contraddittorio, ci viene detto, si investe sempre più nei veicoli a combustione interna e si espande l’infrastruttura di distribuzione del gas. Inoltre, il CoVid-19 ha aggravato la tendenza al disinvestimento in petrolio e gas (cosa che avevamo notato anche qui). L’aumento dei prezzi dei combustibili fossili genera impulsi contraddittori alla transizione: da un lato, rende le rinnovabili economicamente più competitive (in realtà, questo è discutibile, perché aumentano i prezzi di tutte le materie prime e anche di quelle utilizzate per i pannelli e le turbine eoliche), ma dall’altro, incentiva i governi a concedere sussidi per alleviare la produzione di energia e teoricamente favorirebbe gli investimenti nei combustibili fossili (cosa che sappiamo non accade dal 2014 perché sarebbe investire in perdita).

Consapevoli del grave problema delle materie prime energetiche, l’AIE ha condotto un’analisi di sensibilità su come uno shock dei prezzi nel 2030 potrebbe ripercuotersi sulle economie delle famiglie. Il problema è che si mantengono entro fasce di prezzo molto modeste e stimano che l’impatto sulla bolletta delle famiglie sarebbe un aumento della spesa energetica del 25% nelle economie avanzate e del 35% nelle economie emergenti nello scenario STEPS. (immateriali). Poiché purtroppo non utilizzano un modello integrato di tipo MEDEAS, non sono in grado di vedere che un aumento dei prezzi dell’energia, anche moderato come previsto, finisce per incidere sui prezzi di tutte le altre cose, peggiorando ulteriormente l’economia dei consumatori. Pertanto, il lodevole sforzo di analizzare questo problema si è rivelato un evidente fallimento.

Ma nell’AIE non sono estranei ad una realtà che si sta rivelando più dura e sfuggente. Per questo, a pagina 68 c’è una discussione molto interessante, nella quale si riconosce che il vostro modello di costruzione può rappresentare solo cambiamenti leggeri, ma la transizione può essere drastica e volatile, con rischi elevati associati a quelli che voi chiamate «disaggiustamenti degli investimenti», ovvero che gli investimenti non vengano effettuati dove dovrebbero essere effettuati. Naturalmente, gli investimenti nelle rinnovabili continuano a crescere e quelli nei fossili sono in calo (che sono scesi del 60% rispetto ai picchi del 2014, ma che sono ancora grandi); tuttavia, per evitare i problemi occorrerebbero più investimenti. Ciò che l’AIE non comprende è che gli enormi investimenti supplementari necessari per evitare questi problemi non vengono effettuati da nessuna parte, né nei combustibili fossili né nelle rinnovabili, a causa della mancanza di redditività.

Il grafico presentato dal WEO sull’evoluzione recente degli investimenti nell’esplorazione e nello sviluppo di petrolio e gas da un lato e nei sistemi «puliti» dall’altro è molto illuminante. Soprattutto perché questo grafico mostra una chiara intenzione di ingannare e confondere, che secondo me è quasi criminale.

Guardando questi grafici, si potrebbe avere l’impressione che gli investimenti in petrolio e gas siano rimasti piuttosto stabili negli ultimi anni fino all’avvento del CoVid, mentre gli investimenti in «energia pulita» sono molto costanti. La realtà è molto diversa.

La chiave è mostrare solo quello che succede a partire dal 2016. Se si guarda al focus (per esempio, con questo grafico di Rystad Energy) si vede che fino al 2014 gli investimenti in petrolio e gas sono cresciuti a un ritmo sostenuto, per poi crollare tra il 2014 e il 2015 e il 2016. Se guardate il grafico fino al 1998, vedrete che dal 1998 al 2014 l’investimento è triplicato.

In effetti, il grafico di Rystad ci fornisce ulteriori informazioni interessanti: dopo il 2016 inizia un processo di declino più lento in tutto il mondo tranne che negli Stati Uniti, dove si verifica un aumento vigoroso (il fracking) che compensa il calo degli altri. Ed ecco che arriva la CoVid e il fracking inizia a crollare. Va inoltre sottolineato che una parte sostanziale degli investimenti non fracking è destinata al mantenimento dei giacimenti esistenti, non alla ricerca di nuovi giacimenti, per cui la riduzione della parte dedicata specificamente all’esplorazione è probabilmente superiore al 60%.

Tornando ora al grafico WEO, l’AIE ci dice che nello scenario STEPS si recupererebbe una buona parte dell’investimento che c’era nel 2014; non tutto, ma circa l’80%. Non solo è improbabile: è impossibile, perché le compagnie hanno capito che investire di più nel petrolio significa perdere denaro. Persino l’inversione dello scenario NZE è alquanto improbabile, poiché l’investimento tende a diminuire ulteriormente, anche se in linea di principio in maniera più graduale. L’AIE distorce le informazioni per trasmettere un messaggio del tutto fuorviante. E se la presentazione è distorta nel caso degli investimenti nel petrolio e nel gas, che dire del grafico a destra: basti dire che due terzi di quella che chiamano «energia pulita» sono biocombustibili, che tra l’altro di puliti non hanno nulla perché sono ottenuti con mezzi agricoli industriali, con un elevato consumo di energia fossile e generando un effetto di doppia contabilizzazione? . Infatti, guardate quale paragrafo curioso troviamo a pagina 69:

«Il fatto che non siano necessari nuovi giacimenti di petrolio e gas nello scenario NZE non significa che limitare gli investimenti in nuovi giacimenti ci porterà ai risultati della transizione energetica di questo scenario. Se la domanda si manterrà a livelli più elevati, nei prossimi anni si verificheranno tensioni nell’offerta, con un aumento dei rischi di prezzi più elevati e più volatili. Non è chiaro se prezzi più elevati inneschino risposte di approvvigionamento come in passato. Un forte impulso politico a ridurre la domanda di petrolio e di gas in linea con il percorso previsto nello scenario NZE è pertanto essenziale per conseguire riduzioni profonde delle emissioni e ridurre al minimo il rischio di tensioni sul mercato. »

In altre parole, non è così semplice come limitare gli investimenti in nuovi settori, perché la domanda può essere mantenuta elevata e allora avremo uno shock dei prezzi (situazione nella quale ci troviamo ora con il gas e il carbone, con conseguenze visibili a tutti, e nella quale potremmo trovarci presto con il petrolio). Occorre quindi adottare misure politiche per ridurre i consumi. Di quali misure si tratta? Sarà interessante da vedere.

Prima di concludere questa sezione, vorrei riprodurre qui un paragrafo a pagina 249, che raccomando di leggere attentamente a coloro che interpretano i modelli dell’AIE come una sorta di previsione completa data una serie di condizioni di partenza.

«Per progettazione, gli scenari di questo WEO descrivono processi di cambiamento fluidi e ordinati. I mercati, le tecnologie e le politiche energetiche si adattano reciprocamente e si evolvono in una direzione coerente. I prezzi seguono una traiettoria moderata, gli scambi internazionali di energia si presumono liberi da attriti geopolitici e l’ascesa delle tecnologie energetiche pulite si accompagna ad un graduale declino degli investimenti nei combustibili fossili sempre disponibili. In pratica, le transizioni energetiche possono essere una questione volatile e disarticolata, caratterizzata da interessi concorrenti, squilibri di mercato e politiche stop-go. La distribuzione ineguale dei profitti e delle perdite delle transizioni può accentuare le crepe esistenti nell’economia politica globale o crearne di nuove. Il cambiamento può avere delle implicazioni acute e comportare dei rischi per la sicurezza energetica. »

In altre parole, l’AIE stessa è perfettamente consapevole del fatto che i suoi modelli basati sulla domanda sono del tutto incapaci di descrivere la complessità dei cambiamenti repentini che ci attendono, e la descrizione può essere particolarmente pessima se si verificano fenomeni non lineari (molto probabilmente in questo momento di crisi energetica incipiente).

Petrolio: Come abbiamo detto all’inizio, i diversi scenari per la produzione di petrolio mostrano grandi differenze rispetto alle stime del suo andamento futuro, anche se tutti concordano sul fatto che saremmo passati o prossimi al picco di produzione, qui definito «picco della domanda» (come è logico che consideriate, dato che i vostri modelli sono basati sulla domanda, anche se erroneamente).

A pagina 221 inizia un’interessante discussione sul futuro della produzione di petrolio. Ci è stato detto che, secondo lo scenario NZE, non sono necessari investimenti in nuovi giacimenti petroliferi dal 2021, il che è un bene, considerato il drastico calo degli investimenti di cui parlavamo poc’anzi. Ci viene inoltre ricordato che, senza ulteriori investimenti, la produzione petrolifera dei giacimenti esistenti diminuirebbe dell’8-9% all’anno, il che equivale a un calo troppo rapido anche nello scenario NZE, e vengono proposte misure di investimento nei giacimenti esistenti per rallentare il calo. Questo è piuttosto preoccupante: 11 anni fa, il calo della produzione nei campi esistenti era di circa il 5% annuo (ricordo ancora che Alb mi rimproverava per aver dato quel dato che lui definiva allarmista, quando era della stessa AIE). Verso il 2015 il tasso di calo annuo era del 6%, e nel 2018 era già vicino all’8%. Il fatto che ora si stia avvicinando al 9% indica il grado di invecchiamento dei campi attualmente sfruttati: ad un tasso del 9% annuo, la produzione senza nuovi investimenti potrebbe calare del 40% circa dopo 5 anni. In ogni caso, investire nei giacimenti esistenti per rallentare il declino è una prassi abituale e, naturalmente, si fa già da anni, quindi non c’è nulla di anormale, se non constatare che i giacimenti esistenti stanno invecchiando rapidamente.

E’ altresì significativo che, quando si parla di petrolio, siano inclusi i biocarburanti. Non perché siano inclusi in questa categoria, poiché sono abitualmente considerati «petroli non convenzionali», ma perché, quando è opportuno, essi sono inclusi nella categoria «energia pulita. » L’AIE rileva un aumento significativo della produzione di biocarburanti in tutti gli scenari.

L’aumento è molto preoccupante, poiché attualmente il 5,5% dei cereali e l’8% degli oli vegetali raccolti nel mondo sono destinati alla produzione di biocarburanti, che da oltre 10 anni si attestano a circa 2 milioni di barili al giorno (2 Mb/giorno), rispetto ai 95,5 Mb/giorno prodotti in Italia. totale di tutti i liquidi del petrolio nel 2019. I tassi di crescita proposti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica sono molto elevati in tutti gli scenari e il rischio che ciò si ripercuota su una maggiore concorrenza tra questi combustibili per i prodotti alimentari è enorme. Non serve a nulla che l’AIE chiarisca che la maggior parte dell’aumento proviene dai biocarburanti «avanzati»: l’aumento dei biocarburanti tradizionali (cioè di origine alimentare) entro il 2030 è considerevole. Inoltre, non c’è tecnologia che fornisce commerciali “i biocarburanti avanzati”, che, teoricamente, sono quelli che sono ottenuti dalla lavorazione delle parti non commestibili di piante, in modo che il rischio di perdere è quello di prendere dal cibo è notevole, e una totale incoscienza che è qui presa in considerazione, soprattutto considerando tutte le crisi alimentari degli ultimi anni e l’attuale crisi di fertilizzanti.

Gas: Secondo gli scenari dell’AIE, il gas naturale dovrebbe raggiungere quasi il suo picco produttivo in tutti gli scenari tranne che in STEPS, anche se anche in questo caso si osserva una tendenza alla stagnazione. Nei paesi APS e NZE la diminuzione della produzione di gas naturale è molto marcata.

La cosa interessante è vedere, sulla base di questi scenari, come si otterrà questo calo della produzione e quindi del consumo. L’AIE ci fornisce un grafico eloquente che lo spiega per lo scenario APS.

In altre parole, in questo scenario il forte calo dei consumi si verificherebbe nell’uso del gas negli edifici in Europa e negli Stati Uniti e nel settore della produzione di energia elettrica negli Stati Uniti. L’idea è ovviamente che in questi due settori si farà ampio ricorso all’energia elettrica rinnovabile. Sfortunatamente, l’uso del gas negli edifici è principalmente per produrre calore, e l’elettricità non è generalmente (pompe di calore a parte) il più efficiente per produrre calore.

Carbone: Le prospettive per il carbone nel WEO sono terribilmente cattive, cadendo in qualsiasi scenario.

Uno dei motivi che, secondo l’AIE, spiegherebbe il calo della domanda è il rapido ritiro delle centrali a carbone. Tuttavia, come mostra il grafico che segue, l’età media degli impianti in Cina e in India (i due grandi consumatori di carbone al mondo) è di circa 11 anni, mentre questi impianti hanno una vita utile di 30 anni, che può essere facilmente prolungata di uno o due decenni. E come ci dice il WEO, due terzi dell’energia termica prodotta con carbone si trova in Asia, quindi quello che fanno Cina e India è fondamentale. Nel bel mezzo dell’attuale crisi del carbone, è difficile credere che cinesi o indiani stiano chiudendo le loro centrali: il loro problema è che non avranno carbone per alimentarle, ma non perché non vorrebbero farlo.

Uranio: Rompendo con la tradizione dei WEO precedenti, nel caso del WEO 2021 si prevede una grande espansione di nuove centrali nucleari in tutti gli scenari, mentre nel caso dello scenario NZE si prevede un raddoppio della capacità installata attuale.

Varie questioni di questo grafico meritano di essere evidenziate. La prima è che la nuova potenza cresce in modo assolutamente vertiginoso in tutti gli scenari: tenete presente che la potenza dei nuovi impianti è la somma delle due strisce di colore più chiaro; le strisce verde scuro e blu scuro corrispondono agli impianti attuali, che saranno dismessi a ritmo crescente nei prossimi anni. Un’altra cosa interessante è che guardando il grafico dell’energia totale che abbiamo visto prima, figura 4. 1, non si vede nello scenario un’espansione dell’energia nucleare come quella suggerita dalla figura 4. 24. La chiave sta nel fatto che quest’ultima figura parla di potenza installata, ma non di energia prodotta.

E questo ci porta alla questione chiave: quale uranio dovrebbe essere utilizzato in queste centrali nucleari? E’ chiaro che si presume che non saranno utilizzati al massimo delle loro capacità. Se si cerca la parola «uranio» nel WEO si trova la sorpresa che non ci sono risultati. Per qualche ragione, l’AIE ritiene che non sia importante parlare della produzione del combustibile consumato dalle centrali nucleari, quelle stesse di cui prevede l’installazione accelerata per i prossimi anni. Nel 2014, l’ultimo anno in cui l’AIE si è degnata di includere un grafico sulla produzione di uranio, si osservava un quadro molto scoraggiante: una continua diminuzione dell’estrazione di uranio da miniera compensata solo dall’uso delle riserve secondarie (l’uranio estratto in eccesso nei decenni precedenti, per lo più stoccato sotto forma di bombe nucleari, che ora viene – la messa in opera di miracolose «mine identificate» (ma non ancora operative). E nonostante queste due cose, entro il 2025 l’uranio comincerebbe a scarseggiare se il consumo di uranio continuasse a crescere come previsto.

I dati relativi agli anni a partire dal 2014 dimostrano che la situazione è peggiorata. Infatti, se si guardano i dati più aggiornati sulla produzione di uranio da miniera, si vede che la produzione è riuscita a superare la soglia delle 60. 000 tonnellate solo nel 2016, e da allora siamo entrati in un continuo declino produttivo che, ovviamente, non ha permesso di far crescere la domanda.

Il fatto è che, come per il petrolio, il carbone e il gas, anche gli investimenti nelle miniere di uranio sono in calo da anni e più recentemente, quindi non si vede come la produzione potrebbe aumentare. Non lo farà, il picco dell’uranio si è verificato nel 2016, e di conseguenza la produzione di energia nucleare non supererà mai questo picco storico e si allontanerà progressivamente da esso. Ciò premesso, possiamo capire come si possano combinare i grafici 4. 1 e 4. 24: l’AIE parte dal presupposto che il calo della produzione di uranio sarà sufficientemente lento da mantenere una produzione di energia nucleare abbastanza costante anche se aumenterà la potenza installata (cioè alcune centrali rimarranno inattivo per un certo periodo). E’ il modo abituale dell’AIE di far vedere una cosa mentre ne dice un’altra.

Materiali critici: Il fabbisogno di materiali critici, il cui prezzo è alle stelle, è un aspetto analizzato in questo WEO. Una figura che ha suscitato un certo scalpore è la seguente:

La figura a destra mostra il fattore per il quale la domanda di alcuni materiali usati per la produzione di auto elettriche sarà moltiplicata nello scenario NZE, in due ipotesi: l’utilizzo di sostanze chimiche più efficienti per le batterie, o l’utilizzo di sostanze chimiche meno efficienti ma che non richiedano così tanti materiali critici. Come vedete, la domanda di litio potrebbe aumentare di 130 volte rispetto a quella attuale. Se è vero che il grafico si riferisce alla domanda attuale specifica per le auto elettriche, nel testo si chiarisce che la domanda di litio per tutti gli usi sarebbe moltiplicata per 100 e quella di nichel e cobalto sarebbe moltiplicata per 40. Si tratta di valori assolutamente assurdi: è assolutamente impossibile che la produzione raggiunga questi valori sproporzionatamente giganteschi, tra l’altro a causa della mancanza di petrolio da estrarre, ma anche perché non ci sono riserve sufficienti di questi materiali e la produzione non può sostenere valori così elevati. Solo per questo dovreste capire che lo scenario NZE non ha un volto credibile, ma che anche gli altri scenari hanno seri problemi in questo capitolo, senza arrivare all’estremismo del NZE.

La relazione menziona anche i problemi di costo associati all’uso dell’argento nelle piastre fotovoltaiche, o delle terre rare nelle turbine eoliche (neodimio, disprosio), ma senza discutere i possibili problemi di approvvigionamento che affliggono anche questi materiali. Il WEO si limita a confrontare i costi complessivi delle piastre, delle turbine eoliche, delle batterie, ecc. prima e dopo l’attuale aumento dei prezzi nel 2021, e conclude che si tratta di aumenti moderati (il maggiore sarebbe un modesto 16% per le piastre fotovoltaiche). L’AIE non sembra avere l’intenzione di effettuare un’analisi anche minima del rischio di interruzione dell’approvvigionamento di questi materiali critici, anche se tali considerazioni figurano nel capitolo dedicato alla sicurezza energetica.

Idrogeno: Dimostrando il livello di disperazione a cui stiamo andando, questo WEO dà all’idrogeno un grado di protagonismo che non aveva mai avuto nei precedenti WEO. Non ci soffermeremo più sull’assurdità termodinamica dell’idrogeno e sul rischio che il suo sfruttamento porti ad un impoverimento coloniale della maggior parte del mondo, ad eccezione di una piccola metropoli. Tuttavia, anche nello scenario più estremo, NZE, si ipotizza che la produzione e il consumo di idrogeno nel 2030 saranno piuttosto modesti, meno di 20 EJ (rispetto agli attuali 570 EJ di consumo totale di energia primaria nel mondo). Ma la cosa più curiosa è che circa la metà di questo idrogeno sarebbe prodotto dal gas naturale con cattura, sequestro e uso di carbonio – un’altra assurdità termodinamica.

Il disastro che sta arrivando: Ho lasciato per ultimo quello che è senza dubbio il grafico più importante di questo WEO 2021, perché ha così tante implicazioni che se l’avessi messo più in alto avrebbe eclissato tutto il resto della discussione.
Il grafico in questione è il seguente:

Prima di tutto, è necessario dare il contesto in cui questo grafico appare. È nell’ultimo capitolo del WEO, che si discute il problema della sicurezza energetica. Nei paragrafi in cui è iscritta si discute la necessità di mantenere almeno un investimento per il mantenimento dei giacimenti esistenti per poter verificare lo scenario NZE e si parla del rischio che anche questo investimento non avvenga, come è avvenuto negli ultimi anni. Ricordiamo che l’AIE ha avvertito fin dal 2013 che potrebbero esserci problemi con la mancanza di investimenti: sul WEO 2013 ha pubblicato questo grafico sull’effetto del mancato investimento

Nel WEO 2018 ha introdotto un’ampia discussione su quanto petrolio potrebbe mancare a causa del disinvestimento per la ricerca e lo sfruttamento di nuovi giacimenti, e ha annunciato che nel 2025 potrebbe mancare fino al 34% del consumo di petrolio e che ci sarebbero stati diversi picchi di prezzo, in una delle edizioni più sincere finora.

Nel WEO del 2020 ha aumentato questo potenziale deficit fino a quasi il 50%, e lo ha fatto quest’anno, mostrando quale dovrebbe essere l’offerta secondo due scenari e confrontandola con quale sarebbe il declino se si investe o meno nel mantenimento dei giacimenti attuali.

Se guardate, esso mostra esattamente le stesse curve del grafico 2018, ma con lo spazio vuoto riempito per dare un’impressione migliore e non evidenziate le dimensioni del vuoto mancante. E’ come se avessero dato dei pennarelli a un bambino per riempire lo spazio tra la produzione e la domanda. Insomma, la situazione è la stessa del 2018, con dati aggiornati che mostrano una situazione un po’ peggiore, ma presentata in modo truccato con l’obiettivo di dire senza dire, di mettere i dati senza riconoscere la realtà.

E siamo arrivati al 2021 e abbiamo trovato questo grafico:

La prima cosa da notare è che questi grafici presentano 3 scenari, e non 2 come nei precedenti. Questo è importante perché la striscia verde di questi grafici non è identificata con la seconda striscia di alimentazione dei due precedenti. Nel 2018 e nel 2020, la seconda fascia corrispondeva a quanto effettivamente diminuisce la produzione dei pozzi esistenti, considerando che si investe nella loro manutenzione. Nel WEO 2021 questa striscia comprende anche la messa in funzione di alcuni nuovi giacimenti, secondo lo scenario NZE. Non sono molti, ma ammortizza un po’ la caduta, soprattutto nei primi anni, e comunque permette di dissimulare l’anomalia di questo tipo di grafici.

Ed è che questi grafici non hanno senso in una discussione comparativa di scenari. Per quale motivo? Perché non esiste uno scenario chiamato «Nessun investimento in giacimenti di petrolio/gas» o «Solo con investimenti di manutenzione in giacimenti di petrolio/gas. » Eppure, le strisce associate appaiono in questi grafici. Per quale motivo? Perché è uno scenario implicito. Il GIE ha già rilevato che l’investimento per la ricerca e lo sfruttamento di nuovi giacimenti non è descritto correttamente dal modello «demand-driven. » Per questo motivo, anno dopo anno, le sue previsioni di crescita della produzione di petrolio sono state riviste al ribasso (da quei 120 Mb/g che prevedevano per il 2035 nel WEO 2007 a poco più di 100 Mb/g nel 2050, e solo nello scenario STEPS (gli altri scenari mostrano un calo), che vediamo ora. Il modello dell’AIE non può tener conto della mancanza di investimenti e, per poter fornire un parametro di riferimento, l’AIE include queste fasce supplementari per sapere a che punto siamo. L’anno scorso, il calo dal picco di produzione di petrolio al 2025 è stato di quasi il 50%; quest’anno si attesta al 42%, in linea con l’annunciato calo della produzione del 9% annuo per i giacimenti esistenti. Un calo maggiore significherebbe l’abbandono dei campi attualmente in produzione, e questo doveva sembrare troppo radicale. L’AIE ci mostra quindi cosa potrebbe accadere di peggio (se si eliminassero tutti gli investimenti nella produzione di petrolio e gas) e lo confronta con cosa accadrebbe se si spendesse di meno. Ciò giustifica l’introduzione dello scenario NZE, nonostante l’aberrazione che esso comporta a livello dei materiali, come discusso in precedenza, ma che consente di mascherare il possibile andamento della produzione petrolifera, in cui si investirebbe solo per conservare i giacimenti esistenti e un minimo di nuove campi petroliferi. Questo spiega anche perché non esiste uno scenario di riferimento: se le cose si evolvessero come nello scenario NZE, si direbbe che l’ambizione climatica mondiale è molto grande e che si stanno investendo in petrolio e gas che corrispondono a questo scenario, e che mancherebbe solo l’investimento nelle rinnovabili. . . che, come sappiamo, non potrà raggiungere i livelli demenziali richiesti. Ma l’AIE ha già un alibi: nessuno potrà biasimarli per non averli avvisati. La cosa peggiore è che probabilmente rimarremo al di sotto della fascia assegnata allo scenario NZE, visto il clima di disinvestimento generalizzato e i crescenti problemi nelle catene di approvvigionamento globali.

L’altro aspetto preoccupante di questo grafico è che ci mostra, per la prima volta, un andamento negativo per la produzione di gas naturale. La striscia NZE ci mostra un picco di gas prima del 2030, in linea con quanto previsto e di cui abbiamo discusso più volte. E’ la prima volta che l’AIE fa un passo verso il riconoscimento del fatto che si verificherà un picco nella produzione di gas naturale, anche se lo chiamano picco della domanda.

E l’ultima cosa curiosa di questo grafico è che non hanno ritenuto rilevante mostrare la stessa ripartizione con il carbone. Il che è strano, perché in tutta la relazione si fa riferimento allo stesso modo ai tre combustibili fossili. La ragione fondamentale, a mio avviso, di questa inspiegabile omissione è che ciò che accade al carbone è nell’interesse della Cina e dell’India, che non sono paesi dell’OCSE. Fondamentalmente, questa relazione è una scusa per i governi dell’OCSE, per i quali lavora l’AIE.

In conclusione, questo strano WEO è servito solo a presentare il racconto con cui d’ora in poi si spiegherà la crisi energetica già in atto. Quando la produzione di petrolio, gas e carbone diminuirà, si dirà che si è verificato il previsto «picco della domanda» necessario per raggiungere gli obiettivi previsti nella lotta ai cambiamenti climatici, e si insisterà sulla necessità di aumentare parallelamente gli investimenti nelle energie rinnovabili, anche se non raggiungeranno mai il livello richiesto. Giustificando abilmente il fatto che per estrarre i materiali necessari per questo colossale dispiegamento rinnovabile occorrono gli stessi combustibili fossili, la cui produzione è destinata a diminuire, e non esattamente per la nostra ambizione climatica.

La narrazione è pronta: ora resta da vedere se l’opinione pubblica occidentale la berrà o meno.